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domenica 8 febbraio 2009

No LO, meglio attività di apprendimento



Il dibattito sui LO e su SCORM, ogni tanto si riaccende, segno che la ferita ancora sanguina. Veniamo ai fatti.
Un colloquio con un collega (ingegnere informatico) che sviluppa LO in Scorm (anche se farebbe volentieri qualcosa di meglio, lo dice lui) mi porta ad alcune considerazioni che pubblico qui in un post; questo post attiva commenti e nuovi contributi nei blog di Antonio e di Gigi;

Una parallela discussione su Facebook sull'uso di ExeLearning intorno ai Learning Object che si allarga alle LIM in altra area di Facebook, mi fanno venire la voglia di precisare come la vedo.

La questione SCORM si, Scorm no, per me è un dettaglio quasi irrilevante e marginale nella mia "avversione" metodologica ai LO. Ne ho parlato perchè mi sono reso conto che, a prescindere dalla irrilevanza didattica di un LO (è un materiale didattico e, tutt'al più come dice anche Jonassen, è un Instructional Object, non Learning ), la sua scormizzazione ha un costo significativo senza alcun valore aggiunto nel "ciclo di produzione" dell'apprendimento.

Questa mia personale e convinta conclusione è ancorata a due tematiche: come miglorare l'apprendimento con le tecnologie e come usare le tecnologie nei processi educativo/formativi in modo ordinario e sostenibile.

La mia "soluzione" sta nell'uso di quelle che chiamo "attività di apprendimento" (che ho più volte concettualizzato) utilizzando supporti informatici di semplice uso.

La conclusione di cui sopra ha contatti concettuali anche con cosa sia "innovazione" dei processi educativi e su quale dovrebbe essere la finalità di un sistema educativo/formativo.

Infine, il tutto viene da me "incartato" con l'afferamzione che:
- e-learning
- Learning Object
- SCORM
- LIM
sono questioni commerciali e non didattiche. Hanno, cioè, a che fare con il business e non con l'insegnamento e l'apprendimento.

Per concludere davvero, credo che l'apprendimento sia un fatto complesso e che non vada affrontato con approcci e soluzioni semplicistiche

mercoledì 4 febbraio 2009

SCORM? No, grazie



Si discute di SCORM con un caro collega, scormizzatore folle, e la sua conclusione è che lo SCORM ingrassa solo chi fa le cose in SCORM. Se lo dice lui che su questo fa un buon business, c'è da credergli.
Serve solo a chi ne fa business perchè, secondo lui, chi studia e chi gestisce i corsi non ne trae alcun beneficio reale. Chi studia non trae alcun beneficio dall'essere accuratamente tracciato, chi eroga corsi non trae alcuna informazione di valore dall'analizzare una tracciatura analtica. Nessuna utilità neppure sul versante della così datta "interoperabilità" perchè un oggetto SCORM che funziona in una piattaforma non funziona necessariamente in un'altra. Per la vera interoperabilità basta usare oggetti HTML che girano ovunque.
Secondo il collega, la questione SCORM è solo una questione commerciale e non ha nulla di didattico.
Ma, nonostante questo, chi compra (particolarmente accaniti sembrano essere quelli della PA) sembra non voler nulla che non sia SCORM. Chissà perchè....
Quindi: SCORM? No grazie.

venerdì 3 ottobre 2008

Contenuti digitali e spaccio di innovazione



Ritorno sull'argomento stimolato da un lungo articolo apparso su Punto Informatico con titolo "Scuola, quando il digitale è economia". Il tema viene rilanciato dall'articolo 15 della recente legge 133/2008 , l'ultima finanziaria che apre il mercato dei contenuti digitali. Intervistati due editori e, logicamente, si fa l'apologia dei contenuti digitali come innovazione. Come sempre succede, si vuole dare un colpo alla botte ed uno al cerchio e si afferma che il sistema migliore è quello misto: carta e digitale.

Nella discussione allegata all'articolo ho postato questo mio commento:

Non lo è se si pensa all'innovazione vera, quella della didattica. Per fare questo ci vuole ben altro che non sostituire la carta stampata con file digitali. I contenuti digitalizzati possono, tutt'al più costituire una innovazione organizzativo/logistica e contribuire alla (pregevole) diminuzione dei costi della frequenza scolastica.

Ritornando alla vera innovazione: se un in segnante è un mediocre insegnante con un libro di stampato, rimane tale con un libro di testo digitalizzato.

Tecnologie coma "cavallo di Troia" ? Non è vero. Tecnologie o no, i modelli didattici non cambiano in automatico. La problematica del cambiamento concettuale va affrontata di petto e con adeguate strategie didattiche. La questione ritorna, quindi, ad essere la competenza e la formazione degli insegnanti.

Altra questione è “libro di testo si - libro di testo no”. Si afferma, giustamente, che un bravo insegnante non ha bisogno di un libro di testo perché se lo costruisce da se scegliendo i "pezzi" di contenuto sulla base della strategia didattica che vuole implementare. In questa prospettiva i contenuti digitalizzati, spezzettabili in unità (no al Learning Object, si, caso mai, al Instructional Object) potrebbero essere più utili di monolitico libro di testo. Ma per poterli usare sapientemente, ci vuole un pensiero didattico ben differente da quello oggi dominante. Quindi, il problema non è la tecnologia ma il pensiero. E far passare i contenuti digitalizzati come "innovazione" significa fare contrabbando o spaccio di innovazione.


giovedì 15 maggio 2008

Cosa meglio dei LO rappresenta la nostra scuola e la nostra formazione oggi?

La pur breve discussione che è stato possibile tenere nella parte finale del mio workshop al Moodle Moot di Padova sono emersi quelli che, secondo me, sono alcuni dei veri temi della scuola e della formazione oggi.

Ma andiamo con ordine; domando se l’approccio che ho appena presentato sia applicabile nelle realtà dei partecipanti. I diversi interventi convergono su una questione: è un modello certamente adeguato a far si che le persone trovino utile la formazione (cioè apprendano) ma di problematica applicazione perché chi partecipa alla formazione non vuole fare troppa fatica. I pochi che partecipano alla formazione (una grande fatica a “tirarli dentro”) non vogliono perdere tanto tempo e, soprattutto, non vogliono essere troppo impegnati.

Il mio approccio (che, comunque, rispecchia lo stato dell’arte sull’apprendimento), per contro, richiede che le persone lavorino sodo, facciano delle cose andando oltre la mera lettura di un testo, lavorino in parte da soli ed in parte con altri colleghi del corso (le basi concettuali dell’approccio le ho sintetizzate nelle slide 6 – 19). E tutto questo per far si che al termine della formazione i partecipanti siano in grado di fare qualcosa con quanto è stato oggetto della formazione.

L’idea che sta alla base dell’approccio proposto è, cioè, che si faccia della formazione che serva, una formazione che venga trovata utile per chi si è formato.

Una idea peregrina? Pare, che nelle condizioni in cui opera oggi la formazione, proprio di si.

La chiacchierata conferma che le persone non hanno una immagine tanto positiva della formazione (vi è la convinzione che la formazione serva poco) e che questo atteggiamento sia dovuto in buona parte ad esperienze precedenti di formazioni che sono state, appunto, poco utili.

E’ logico, quindi, che non si sia tanto disponibili a fare fatica per una attività ritenuta quasi inutile. E’ logico che si faccia tanta fatica a “tirare dentro” le persone. E’ logico che una volta “dentro” ci si accontenti di “guardare”, non si abbia voglia di “collaborare”, non si abbia voglia di “fare”, si faccia fatica a “conversare”.

E’ altrettanto logico che fintanto che non si offrono esperienze positive, l’atteggiamento non cambierà.

Ma siamo drammaticamente dentro ad una spirale che si avvita all’ingiù.

Il primo vero problema è, quindi, come proporre e far apprezzare esperienze positive, cioè come invertire la marcia ed attivare un circolo virtuoso.

Altri problema, provocato anche questo da chi organizza la formazione, è quale formazione proporre.

Credo che si sia fatta e si continui a fare tanta formazione inutile, formazione per problemi che non ci sono, formazione per problemi non formativi, formazione solo perché ci sono i soldi (del contribuente) per fare formazione e non perché c’è un problema di carenza di conoscenza e competenza.

La prima condizione per cui una persona voglia formarsi è che esista, per lui e nella sua percezione, un problema reale, un bisogno reale, un problema ed un bisogno attuale e che a questi si offrano soluzioni praticabili.

Per fare buona formazione è, pertanto, necessario che chi concepisce, progetta ed offre formazione, ri-tari la propria pratica e cominci a mettersi in ascolto dei problemi e dei bisogni dell’utente abbandonando la supponenza di chi si ritiene il depositario del sapere ed è pronto ad accusare chi non accoglie con entusiasmo le loro offerte di non essere in grado di percepire i sui stessi bisogni, di avere atteggiamenti difensivistici, di non voler mettersi in discussione e non voler cambiare ….

Nell’attesa che venga quel giorno (Gigliola Cinquetti in “non ho l’età”?), diamo in pasto ai nostri svogliati studenti/partecipanti/utenti esperienze attraenti, facili, leggere, che non richiedano troppa fatica mentale, che non facciano perdere troppo tempo. Tanto, per quel che serve ciò si impara, meno si fatica meglio è ……

Lunga vita, quindi, ai Learning Object. E che siano affascinanti, stupefacenti, pieni di movimento, musica ed effetti speciali, che non facciano fare troppa fatica, che si possano far “fruire” (neanche si trattasse di un’opera d’arte) con un semplice click ed un drag-and-drop tenendo a riposo il cervello.

Credo proprio di dovermi ricredere sui LO e di dovermi riconvertire se, come formatore, voglio tirare a campare!

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Sul tema vedasi anche il mitico Mario Agati in Cubi, supposte e learning object 2.0



venerdì 8 febbraio 2008

Risorse didattiche: come costruirle e come usarle

Questo il tema della nuova discussione aperta su Orientamenti e Disorientamenti" e quello che segue il testo di apertura.

L’appassionante discussione qui condotta sui LO si era fermata (conclusa?) sulla convergenza di pareri nell’opportunità di usare il termine “risorse” al posto di “oggetti di apprendimento” (Learning Object).

Credo che “risorsa” sia stato il punto di convergenza in quanto il termine rende esplicito il fatto che l’oggetto didattico in quanto tale non attiva l’apprendimento senza l’esistenza di una intenzionalità didattica che conferisca un senso allo stesso.

Per queste ragioni io avevo definito il LO una entità “pre-didattica” e di “editoria didattica”. Non so quanta convergenza ci sia su questa ulteriore e personale specificazione.

La discussione aveva, comunque, lasciate non risposte alcune domande. Lisa diceva: “Quindi riformulo al domanda: come costruire una buona risorsa didattica di tipo multimediale (o non solo)?”

E Lorenz domandava “Qual’è il miglior utilizzo per le risorse didattiche digitale in un corso online?”

Due questioni a mio avviso correlate. Il “come” costruirle immagino si riferisca agli aspetti tecnici dello sviluppo della “risorsa” e su questi si erano soffermati ad inizio discussione tanto Lisa quanto Italo che Lorenz (mi scusino altri, eventualmente, non citati) ed in questi aspetti tecnici credo vada incluso il “costo” dello sviluppo stresso, costo che non è un entità assoluta ma è strettamente correlata all’utilizzo che della risorsa se ne fa.

Credo, quindi, che il “come” ed il “perché” vadano naturalmente a braccetto in questa nuova discussione.

Credo che un altro tema possa essere il “cosa” contiene, o può contenere, una risorse digitale: un “contenuto”? un “esercizio”? un “caso”?

Immagino, anche, che altro tema possa essere il “cost effective” dello sviluppo della risorsa: la stessa potrebbe essere sviluppata ad un costo inferiore usando un approccio diverso? Penso a tanti courseware inutilmente costosi. Altri temi?

domenica 20 gennaio 2008

"Risorse" didattiche, ma per farne cosa?

Più la rileggo, più mi piace. Mi riferisco alla discussione su Produzione di LO multimediali in corso su O&D (Orientamenti e Disorientamenti). Mi piace perchè stanno emergendo i veri punti critici della questione, tanto se la traguardiamo dal punto di vista di che ne è a favore, tanto da quello dei "contrari".
In altro post qui ho tentato una prima sintesi (non so se e quanto condivisa dai colleghi di quella comunità, non ho ancora avuto feedback).
Rileggendo la discussione e la sintesi mi viene da fare una ulteriore considerazione.
Mi pare che un punto di convergenza tra i guelfi ed i ghibellini si possa trovare nel considerare i LO delle "risorse" per la formazione.
Quindi, ecco la mia idea: si tratta (i LO) di una entità pre-formativa che, in quanto tale, necessita di qualcos'altro per essere una entità formativa. Pre-formativa vorrebbe, quindi, dire che quell'entità, quell'oggetto debba essere inserito in un contesto in cui sono presenti altre entità che attivino quei meccanismi che fanno si che una persona apprenda.
Queste, che potremo chiamare, entità didattiche, attivatori di dinamiche di apprendimento, possono essere impliciti (come quando imparo qualcosa leggendo un libro) o espliciti (come quando imparo qualcosa frequentando una buona lezione).
Posta, quindi, la questione in termini di "risorse" si apre quella di come usarle in un contesto didattico, nel nostro caso on-line.
Chissà che non ci venga la voglia di aprire una discussione anche su questo tema ....

venerdì 18 gennaio 2008

Learning Object, chi li vuole e chi no

Una vivace discussione di è svolta questa settimana su Orientamenti e Disorientamenti in tema di produzione di LO multimediali. Ad oggi, 62 interventi fatti da 8 membri della comunità.

Iniziata parlando di soluzioni tecniche, la chiacchierata ha presto preso la piega metodologica e questo taglio ha fatto emergere, pur con sfumature, posizioni a favore ed a sfavore di questo approccio.
Un punto di contato mi pare stia nelle caratteristiche principali, il “valore” dei LO. Questo è anche, però, il punto di divisione.

Nella visione di “sostenitori” del LO, qui stanno il loro valore (mi sono riletto la discussione)

  • Riuso
  • Granularità
  • Autoconsistenza
  • Destrutturazione/ristrutturazione del contenuto
  • Esposizione di informazioni
  • (Resa economica)

Per queste stesse ragioni, i “detrattori” (io tra questi, con posizioni anche radicali) del LO ritengono che gli stessi non abbiano impatto sull’apprendimento ed affermano che per produrre apprendimento ci voglia ben altro.

Nel tentativo di chiarire le posizioni, mi pare di poter dire che:

  • chi sostiene l’utilità dei LO si prefigga lo scopo di “spiegarsi bene”
  • chi non è convinto di questo si prefigga, con approcci diversi” di “apprendere bene”

Non so se sia riduttivo.
La partita è ancora aperta. Vedremo gli sviluppi, sperando che si abbia ancora voglia di discutere.

lunedì 14 gennaio 2008

La mia (piccola) epistemologia

Anche recentemente in una animata discussione sui LO, un bravo collega ha inteso il mio atteggiamento che solo eufemisticamente potremo chiamare “severo” verso e-learning e LO, cioè il delivery-mode di uso didattico delle tecnologie, come una forma di odio verso le tecnologie, la conseguenza di "problemi" che avrei avuto a loro causa o un non credere nell’utilità didattica delle stesse. Non è la prima volta che le mie posizioni teoretiche su didattica e tecnologie vengono scambiate per un rigetto.

Cerco, quindi, di chiarire ed esplicitare il mio pensiero sulla questione e racconto per flash alcuni elementi della mia storia epistemologica e professionale.

Premessa:

  • io credo fortemente all’utilità della scuola e della formazione ed è per questo che prendo spesso posizioni decise quando vedo che si fa cattiva o pessima scuola e formazione, quando vedo che si fa formazione perché si ha la capacità di ottenere finanziamenti ed il problema diventa come spenderli, quando vedo formazione che non genera la capacità di fare qualcosa con ciò che si ha imparato;
  • io credo altrettanto fortemente all’utilità didattica delle tecnologie ed è per questo che ho lo stesso atteggiamento quando vedo usi pessimi delle tecnologie, usi che non portano ad alcun apprendimento o ad un apprendimento debole, quando vedo usi poveri delle tecnologie, usi, cioè che ad essere gentili si possono definire di editoria digitale, non certamente formativi, quando vedo operazioni pubbliche motivate solo dalla spesa del denaro pubblico in una collusiva opera spartitoria;
  • mi incazzo perché vedo che con pessima scuola, pessima formazione, pessimo uso delle tecnologie, le persone perdono fiducia nella scuola, nella formazione e nelle tecnologie e quando li hai fregati una volta, non li freghi più. Ed io voglio continuare ancora a lavorare nella scuola, nella formazione anche, ma non necessariamente, con le tecnologie (anche se, a conti fatti, sarebbe più produttivo colludere);

Credendo, quindi, nella formazione e nelle tecnologie mi sforzo di capire perché si faccia cattiva scuola/formazione e cattivo uso delle tecnologie e come si possa migliorare. Facendo questo, fin dai primi momenti di attività professionale, non privi di insuccessi dovuti anche alla mia inesperienza ed all’aver sottovalutato la difficoltà del fare formazione, mi sono guardato in giro, ho cercato di capire le ragioni dei casi di successo e di insuccesso, ho seguito lo stato dell’arte sugli studi contemporanei sull’apprendimento e sull’insegnamento.

Di formazione comportamentistica (come non esserlo, considerato l’ambiente in cui si viveva?), mi sono interessato sempre più spesso al costruttivismo nelle sue diverse espressioni, studiando il lavoro dei “padri” come Piaget, Vygotskij, Dewey, ed arrivando ai contemporanei come Brown, Collins, Duguid, Jonassen, Schank, Lave, Spiro, Bransford, Scardmalia, Bereiter, Wenger … per fare solo qualche nome.

Ho guardato alle applicazioni in tutto il mondo delle loro concettualizzazioni; mi sono reso conto come concetti come conoscenza situata e distribuita, come apprendimento significativo ecc… (vedi il mio “lemmario” appena iniziato) fossero di grande attualità ed utilità.

Mi sono reso conto come le tecnologie esprimessero tutto il loro valore solo all’interno di un pensiero e di una pratica costruttivista

Nel mio piccolo ho tentato delle applicazioni di quei concetti e devo dire che i risultati non sono mancati.

Per venire al nocciolo della questione e con questo chiudere, la mia riflessione e la mia pratica, da qualche anno sono focalizzate su come andare oltre l’e-learning ed i learning object che replicano modelli didattici di cui è stata ampiamente dimostrata l’inadeguatezza, al limite del fallimento, per trovare soluzioni potenzialmente più ricche e più efficaci.

Ho messo a punto, con limitata (purtroppo) sperimentazione un mio approccio basato, per semplificare, su “attività di apprendimento” e mi piacerebbe sperimentare in modo più ampio approcci come i Cognitive Flexibility Hypertexts, il Case-based Reasoning, il Distribuited Problem-based Learning, i Database of Stories, i Goal-based Scenarios, il Troubleshoting, ambienti si apprendimento supportati da tecnologie su cui ho lavorato (brevemente) con Jonassen in una esperienza di lavoro ed apprendimento.

Ecco perché non mi accontento di fermarmi ai learning object e sulla formazione a distanza basata sulla distribuzione di contenuti.

sabato 12 gennaio 2008

Forme naturali di apprendimento

Decenni di istruzione a distanza e solo pochi anni del così detto e-learning hanno provato senza ombra di dubbio che la distanza (anche se mediata dalle tecnologie) introduce un ostacolo o un impedimento all’apprendimento dovuto, appunto, al fattore distanza, alla “solitudine” in cui dovrebbe venire l’apprendimento, alla difficoltà a mantenere la motivazione, alla incapacità di organizzare e seguire un piano di lavoro in un ambiente di studio non strutturato.

D'altro canto, la formazione a distanza e, comunque, le forme di apprendimento libere, aperte, accessibili a bisogno sono di vitale importanza per l’apprendimento continuo, per quello che è noto come il life-long learning. Il just-in-time learning è una delle modalità spontanee attraverso cui le persone apprendono.

Come poter organizzare ambienti di apprendimento che, nella considerazione delle maggiori difficoltà di gestione di un percorso di apprendimento autodiretto, consentano, comunque, alle persone di intraprendere, con successo, un percorso di apprendimento aperto?

Una possibile soluzione, a mio avviso, sta nel ricorrere alle forma naturali di apprendimento, quelle che hanno caratterizzato il nostro apprendimento fin dai primi momenti della nostra vite e che, con strategie più sofisticate, caratterizzano il nostro apprendimento lungo tutto l’arco della nostra vita.

Le persone, come fa notare Roger Schank (1995, 2004), adottano fin dalla nascita e naturalmente, strategie di apprendimento basate sul fare, su tentativi ed errori, “…questi meccanismi sono goal-dominated. …non si impara per conoscere qualcosa, ma per fare qualcosa: è il learning by doing (Schank 2004 p. 261). L’apprendimento è, naturalmente, guidato dal bisogno di fare. La conoscenza è guidata dall’azione. Agire e conoscere sono intimamente connessi. Sempre secondo Schank, è dal periodo della scuola che il conoscere viene staccato dal fare.

Molte delle strategie didattiche adottate nella formazione a distanza, ed in modo esasperato nell’e-learning, non fanno altro che replicare modelli scolastici di didattica (Jonassen 2002) organizzata attorno alla distribuzione di contenuti (in aula lo fa l’insegnante, nell’e-learning lo fanno il PC ed Internet) astratti da ogni loro uso.

da: G. Marconato (in stampa), E-learning (?) senza Learning Object: un approccio per attività di apprendimento. Abstract qui . Paper Bolzano 07. Conversazione sugli usi didattici delle tecnologie.

Approfondimenti in: G. Marconato, (in stampa), Un approccio multi-tool imperniato su Moodle per migliorare le attività di insegnamento e di apprendimento: il caso del Sistema Copernicus - Pionieri della Provincia Autonoma di Bolzano. Paper MoodleMoot07. Anteprima qui.


venerdì 11 gennaio 2008

Ancora sui Learning Object

In questi giorni, sulla "nostra" comunità Orientamenti e Disorientamenti negli usi didattici delle tecnologie si sta svolgendo una infuocata discussione sul senso didattico dei LO. Ha iniziato la battaglia Lisa che lavora in grande compagnia assicurativa e che ha una grande esperienza di produzione di corsi sui diversi temi che riguardano la loro attività.
Ovviamente, per chi mi consce e segue questo blog, io non credo nell'utilità didattica dei LO per ragioni pedagogico e didattiche (non sostengo l'apprendimento autentico e significativo) oltre che per ragioni economiche (costano troppo per quel che danno).
La massima "concessione" che posso fare è che i così detti LO (meglio sarebbe chiamarli Instructional Object) abbiano - forse - un senso nell'editoria didattica che è altro dalla didattica.

martedì 23 ottobre 2007

Abbiamo adottato un argomento (a "Learning 2007")

Sto seguendo online Learning 2007 per conto della comunità “Orientamenti e Disorientamenti” all’interno della quale abbiamo “adottato” alcuni temi che seguiamo attraverso i wiki associati alle diverse presentazioni. L’idea è stata di Adriano.

Uno dei temi che ho “adottato” è sullo sviluppo di materaili didattici con strumenti di web 2.0. Il titolo, molto americano è: “Rapid Online Prototyping. How the Average Person can make eLearning for Free in less than an Hour”. Qui il wiki

Il tema mi interessa, al di là che tratti di LO i cui limiti ho più volte evidenziato, perchè propone un modello collaborativo di sviluppo di materiali didattici.

La “piattaforma” proposta è il browser web (e qui mi ricorda “la piattaforma è il web” di certe posizioni radicali contro anche i PLE) ed i LO possono essere sviluppati collaborativamente tra persone distanti.

Gli strumenti che sono proposti per il lavoro da Richard Culatta sono:

1.) Online Collaboration - Thinkature, Imagination Cubed, skrbl.com

2.) Image Editing - Fauxto

3.) Video Editing - Eyespot, jumpcut.com, muveemix.com, moviemasher.com, jaycut.com

4.) Text Editing - Google Docs

5.) Learning Object Building - BrainHoney

Nella sua presentazione, Richard propone il modello iterativo “a spirale” che si contrappone a quello classico “a cascata”. La sostanza è che il “prodotto” finale viene rilasciato anche se non completamente rifinito e la rifinitura è operata sulla base dei feedback degli utilizzatori.

Dal punto di vista di uno che ha seri dubbi sull’efficienza e sull’efficacia dei LO (il sottoscritto) l’approccio proposto mi convince solo nella prospettiva di un coinvolgimento degli utilizzatori in tutto il ciclo di produzione e strutturando l’ambiente di apprendimento in modo tale che la costruzione dell’artefatto sia il processo di apprendimento e la rappresentazione di quanto appreso.

Con argomento correlato sto seguendo anche: "Web 2.0 and Learning: What are you doing with it?". Qui il wiki. Nella presentazione della sessione l'argomento viene contestualizzato nella tematica delle organizzazioni sempre più "piatte" e della conseguente necessità di escogitare nuove strategie pe r l'apprendimento. Gli strumenti del web 2.0 sono visti essere funzionali alla promozione dell'apprendimento informale, alla costruzione di comunità di pratiche, alla crescita delle piccole medie imprese, la cattura ed il riuso della conoscenza, e cosa a mio avviso più importante, fare dell'apprendimento una componente del lavoro (qui sfociamo nella tematica dei luoghi d'apprendimento che tanto mi appassiona).


sabato 6 ottobre 2007

ILIAS Konferenz - Workshop Orientamenti e disorientamenti











Anche questo (non) workshop se ne è andato. Con un po' di rammarico per aver lasciato la vivace conversazione a metà o, forse, solo agli inizi.
Dodici i presenti: dal mondo della scuola, dell'università, dell'azienda, della pubblica amministrazione. Differenti contesti, differenti punti di vista. Una ricchezza per il confronto e la condivisione.
I temi (solo in parte) trattati:
  • la morte delle piattaforme (nel senso di LMS)
  • la morte dei Learning Object
  • l'emergere della filosofia bottom-up
  • la rifocalizzazione sull'apprendimento
  • le tecnologie emergenti
Qui le slide del (non) workshop

La discussione si avvia presto sulla controversa questione della "morte" del e-learning. Secondo i colleghi della MUST, azienda torinese che fa business nel e-learning, le cose non stanno proprio così. Vanno fatti dei distinguo, ma in certi contesti l'e-learning serve e va alla grande. Proseguiremo la discussione su NING.

Altro tema: le persone non amano starsene ore e ore davanti al PC a girare pagine: nelle esperienze dei presenti solo conferme. Viene citato il caso di un noto programma gestito da un ente pubblico (che non ricordo bene quale sia) di fad basato su corsi definiti di rara noiosità ...

Ampia la discussione sull'apprendimento, su cosa sia, su come si attivi e si sostenga, sul ruolo delle tecnologie. C'è forte concordanza sul fatto che un uso didattico delle tecnologie non possa prescindere dalla attenta considerazione delle dinamiche dell'apprendimento.

Interessante anche la (purtroppo) breve discussione sul costruttivismo con la provocatoria affermazione: si parla tanto di costruttivismo, che non sia solo una moda? che non sia una delle tante bolle speculative destinate a scoppiare prima o poi? Io dico "si predica costruttivismo, si razzola istruzionismo"

Lasciando la sala del workshop, dopo che ci sono venuti a chiamare più volte per raggiungere la plenaria conclusiva, un partecipante si e mi domanda: abbiamo acquistato parecchie lavagne interattive, si vorrebbero sviluppare dei LO per insegnare il loro uso. Che sia il caso? Richiamando gli esempi di "attività di apprendimento" che avevo presentato in precedenza, dico: non necessariamente. Replica: " ma, sai, gli informatici .......". Ah, si, ..... gli informatici, appunto.
...
La conversazione continua su Ning, nella comunità "Orientamenti e disorientamenti negli usi didattici delle tecnologie"

lunedì 17 settembre 2007

Chi ha ucciso l’e-learning?

Johannes C. Cronje, decano della Faculty of Informatics and Design alla Cape Peninsula University of Technology, Città del Capo si pone questa domanda nel titolo del paper che ha attivato la consueta discussione tematica mensile in IT Forum.

Cronje afferma che mentre il termine e-learning sta perdendo la sua popolarità a favore di altri termini modaioli (buzzword*) come ubiquitous learning, mobile learning, blended learning, è necessario capire le ragioni per cui il concetto ha perso la sua attrattività e di considerare se vi sia vita oltre l’e-learning.

Il suo articolo elenca numerose ragioni del fallimento dell’e-learning e propone un modello per integrare l’apprendimento con il processo lavorativo per rendere possibile un apprendimento organizzativo sostenibile.

L’intervento è divertentemente strutturato sulla falsariga di una filastrocca inglese (Who killed the Cock Robin) domandandosi se, come Robin Hood rubava ai ricchi per dare ai poveri, l’e-learning, che ha promesso di offrire una soluzione a basso costo per portare la formazione a portata di tutti avrebbe seguito lo stesso destino (nella tomba).

Per dare la misura della questione, cita Romiszowski, (2004) che rileva come il valore di una azione Digital Think è miseramente crollato dagli 89.44 $ nel 2001 al 1.34 nel 2003!

La preoccupazione di Cronje riguarda l’impatto della formazione nel business ed in questo senso, che a me più di tanto qui non interessa. Comunque, sulla base dell’analisi di copiosa letteratura che, da punti di vista diversi, testimonia della morte dell’e-learning, evidenzia che, le ragioni di ciò sono da attribuirsi:

  • al disallineamento tra gli obiettivi del business ed i bisogni di formazione. Troppo spesso le strategie di e-learning si sono basate interamente su un modello centrato sui costi ed avendo il ritorno dell’investimento (ROI) come la motivazione principale della sua implementazione
  • all’utilizzazione di strategie distorte dovute alla sovra-enfatizzazione di uno dei quattro aspetti di una buona strategia: le tecnologie, l’apprendimento, il management ed i bisogni di formazione;
  • l’insufficiente considerazione delle quattro barriere all’apprendimento nella fad: lo studente, il team didattico, l’organizzazione ed il corso stesso;
  • al non aver capito che le persone non voglio apprendere dalle macchine ed al non aver considerato a sufficienza la dimensione sociale dell’apprendimento;
  • al non aver compreso che, nonostante le tecnologie abbiano reso agevole lo sviluppo e la distribuzione di materiali didattici, è molto difficile motivare le persone a stare on-line a leggere contenuti. Il modello “presentazione” di contenuti non funziona;
  • l’aver cercato di focalizzare il processo d’apprendimento sulla tecnologia piuttosto che sulla pedagogia e sulla didattica;
  • il non aver compreso che tutta la tematica della standardizzazione (SCORM ecc…) ha a che fare con gli aspetti economici delle tecnologie che con quelli didattici;
  • al non aver capito che le economie di scala non hanno mai funzionato bene nell’educazione.

La proposta finale di Cronje è di un modello in cui l’attività formativa sia parte integrante del modello di business, non sia un fattore aggiuntivo di costo e concorra al perseguimento della vision e della strategia dell’azienda. Il modello è denominato “the learning scorecard” che non riporto per mio limitato interesse.

La conclusione, questa si mi preme evidenziare, è che ….but somehow they are missing the point – just as the technology is becoming cheaper and smaller, so it should also become more transparent – technology should not be the driving force behind learning. Learning should be.

Tutte cose che qui, in questo blog, si predicano da tempo.

Al di là dell’interesse per il paper, trovo molto stimolante la discussione che si sta svolgendo nella lista. In modo particolare l’intervento di poco fa di Bev Ferrell, amministratore della lista il quale, tra l’altro, afferma che:

  • l’intero mondo della formazione è sempre pronto a saltare sull’ultimo treno che passa (parla di bandwagon**) aderendo alla credenza che … dato che tutti lo fanno, deve essere buono per forza …
  • l’industria si inventa sempre nuovi termini di significato assai vago sperando da farne la propria fortuna (cita, ad esempio, l’active osmotic learning, apprendi mentre dormi se ascolti una cassetta registrata – ora, un mp3; una delle tante invenzioni ….)

Lucida, questa Bev ….

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(*) In inglese “buzzword”, molto di più di “termine alla moda”, è un termine che sottintende una intenzione di impressionare chi ascolta e di oscurare un significato

(**) Bandwagoon, letteralmente “il rimorchio della banda”; L’effetto bandwagon riguarda l’osservazione che spesso le persone fanno e credono a cose solo perché altri fanno quelle cose o credono in esse, senza prendere in considerazione il merito della questione. L’effetto bandwagon è la ragione del fallimento delle credenze bandwagon.


venerdì 13 luglio 2007

Facciamo chiarezza: Learning Object

Alcune recenti discussioni, non ultime quelle fatte in occasione di SIEL 07 collegate al paper di Giovanni, mi spingono a fare alcune riflessioni semi-definitive sui famigerati LO.

Cosa sono i LO? In letteratura ritrovo due tipologie di approccio:

  • Minimalista: una qualsiasi “entità” digitale o no che può essere usata in attività di educazione e formazione. Praticamente tutto: da una foto o una tabella ad un testo
  • Integralista: una entità modulare in formato digitale da usare in attività didattiche che può essere riusata; un pezzo di contenuto a supporto di un obiettivo di apprendimento “auto-reggente” (stand-alone).

Relativamente alla prima c’è poco da dire: è compreso tutto l’usabile ed ognuno è libero di pensarla come crede

Nel secondo approccio troviamo centrali concetti quali:

  • portabilità (facilità di montaggio in qualsiasi LMS)
  • standardizzazione (nei linguaggi di programmazione)
  • metadata (es. IEEE LOM)
  • riusabilità
  • aggregabilità
  • interoperabilità
  • granularità (chunk, - piccolo pezzo – atomo di conoscenza)

Qui è chiaro lo spirito dell’approccio “object-oriented programming”.

E’, quindi, ancor più chiaro, che i LO sono entità meramente informatiche, “inventate” dagli informatici (scaltri) e “spacciate” ai formatori (sprovveduti) che li hanno “comperati” in modo acritico.

A salvaguardia del buon nome degli informatici va riconosciuto che la relativa ingenuità dei formatori è sostenuta dal modello predominante di istruzione, quello basato sui contenuti, sull’insegnamento inteso come loro trasmissione ed apprendimento come loro memorizzazione

Dicevo, Lo come entità meramente informatica. Traguardando la questione dal punto di vista della pedagogia e della didattica, dobbiamo riconoscere che: l’apprendimento

  • è un processo più complesso della semplice trasmissione-memorizzazione di contenuti
  • non è un processo di sommatoria di componenti elementari
  • non si sviluppa in modo lineare
  • non segue un percorso uguale per tutti
  • non produce sempre lo stesso risultato.

Se l’apprendimento non è tutto questo, che c’azzeccano i LO?

Indipendentemente da queste considerazioni focalizzate sui processi di apprendimento, la pur breve esperienza con l’e-learning e con i LO mette sotto gli occhi di tutti alcuni fatti che fanno giustizia di tante illusioni:

  • i metadati non funzionano
  • non si ha reale riusabilità
  • i grandi progetti di repository sono falliti.

Cosa, quindi, tiene ancora in piedi questa logica? La mia idea:

  • il business della loro produzione
  • la rendita di posizione che garantisce a organizzazioni e persone che si sono posizionate sul segmento
  • una idea efficientista di formazione
  • un modello didattico conservatore
  • una idea semplicistica di apprendimento

venerdì 6 luglio 2007

SIeL 07 (5). Buttare il bambino con l’acqua sporca.

Giovanni Bonaiuti, Università di Firenze, non ha nel DNA una cultura manichea e, pur essendo un convinto sostenitore del 2.0 (letto il suo bel libro?), proprio non ci sta, pur con tutte le critiche, a buttare via del tutto i famigerati LO.

Giovanni propone, quindi, una lettura dei LO nell’ottica di quello che lui chiama e-learning 2.0.

Premesso che i “learning object” siano una contraddizione in termini: l’apprendimento è un processo, non un oggetto”, Giovanni propone un approccio che ha già profeti, guru, folklore e fan, il “meLearning” cioè l’apprendimento centrato su me stesso ed in una molteplicità di forme.

Stiamo assistendo a:

  • Esplosione sul web di formati e tipologie di contenuti
  • Nuovi sistemi di ancoraggio delle informazioni
  • Nuove forme di comunicazione didattica
  • Nuovi spazi di lavoro (lavagne interattive, podcast, …)

Dato, quindi, che abbiamo bisogno di materiali di studio, come attrezzarci?

Giovanni parte dei limiti più evidenti dei LO e propone delle interessanti soluzioni

  1. Rigidità e metadatazione. Soluzione? I metadata dovranno comporsi in forma sociali. E il social tagging dei diversi contenuti.
  2. Difficoltà nella ricerca dei materiali. Soluzione? Nuove modalità di ricerca e visualizzazione. E’ il modello dei Federated Metadata.
  3. Quali contenuti, quale ruolo degli utenti? Soluzione? Produzione federata dei contenuti e sistemi di valutazione ex-post sfruttando il feedback dell’utente.

Solo ipotesi, dice Giovanni, ma credo valga la pena di rifletterci su.

Qui le sue slide.