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giovedì 26 marzo 2009

Corsi e ricorsi: dall'e-learning alla LIM



Ho dei sospetti. Che la storia si ripeta
.

Ricordate i bei tempi in cui tutti a paralare di e-learning?
All'entusiasmo si è presto sostituito lo scietticismo ed il rifiuto. Poi, dalle sua proprie ceneri - novella araba fenice - una ripartenza più ponderata, riflettuta, circostritta, riposizionata, relativizzata.
Motivo? Le attese miracolistiche, le false promesse, le ipoerboli. Tanto fumo e poco arrosto.
Si è, quindi, parlato di "morte dell'e-learning". link
L'e-learning è stato definito un "bandwagoon", una "buzzword". Parola con cui riempirsi la bocca; carro su cui saltare.
Qualcuno aveva anche parlato di una gigantesca operazione pubblicitario-mediatica sostenuta acriticamente dalla stampa solo per non perdere i proventi pubblicitari.
">La stampa ed i mass.media sono stati accusati di rilanciarne i "benefici" senza alcuna verifica della sensatezza di quanto chi aveva un evidente interesse economico a piazzare l'e-learning; Industria e media erano stati accusati di proclamarne e venderne i "benefici" senza basare le proprie affermazioni sui risultati della ricerca ed usando un linguaggio ed argomentazioni tipiche del marketing.
Da quel che vedo in giro, mi pare che lo stesso si stia verificando a proposito delle lavagne magiche:
  • stessa enfasi sulle proprietà taumaturgiche
  • stesso pressione commerciale
  • stesso pensiero approssimativo
  • stessa corsa a "mettere il cappello"
Ciò che mi sembra essere minimamente cambiata è la velocità di reazione alla bufala: già si parla di LIM 2.o ad indicare un diverso modo di intendere ed usare lo strumento rispetto a quanto fatto nel (recentissimo) passato.

Sono comunque convinto che le LIM (come tutte le altre tecnologie) troverano una loro ragion d'essere solo quando si saranno dimenticate e non saranno più al centro del discorso e si parlerà solo di insegnamento e di apprendimento. Usando, se e quando serve, il pc, il gesso, il libro, la lim, la vecchia e cara lezione diretta, il lavoro di gruppo, il gioco .......

sabato 7 marzo 2009

Corsi e ricorsi; dall'e-learning alla LIM



Ho dei sospetti. Che la storia si ripeta
.

Ricordate i bei tempi in cui tutti a paralare di e-learning?
All'entusiasmo si è presto sostituito lo scietticismo ed il rifiuto. Poi, dalle sua proprie ceneri - novella araba fenice - una ripartenza più ponderata, riflettuta, circostritta, riposizionata, relativizzata.
Motivo? Le attese miracolistiche, le false promesse, le ipoerboli. Tanto fumo e poco arrosto.
Si è, quindi, parlato di "morte dell'e-learning". link
L'e-learning è stato definito un "bandwagoon", una "buzzword". Parola con cui riempirsi la bocca; carro su cui saltare.
Qualcuno aveva anche parlato di una gigantesca operazione pubblicitario-mediatica sostenuta acriticamente dalla stampa solo per non perdere i proventi pubblicitari.
">La stampa ed i mass.media sono stati accusati di rilanciarne i "benefici" senza alcuna verifica della sensatezza di quanto chi aveva un evidente interesse economico a piazzare l'e-learning; Industria e media erano stati accusati di proclamarne e venderne i "benefici" senza basare le proprie affermazioni sui risultati della ricerca ed usando un linguaggio ed argomentazioni tipiche del marketing.
Da quel che vedo in giro, mi pare che lo stesso si stia verificando a proposito delle lavagne magiche:
  • stessa enfasi sulle proprietà taumaturgiche
  • stesso pressione commerciale
  • stesso pensiero approssimativo
  • stessa corsa a "mettere il cappello"
Ciò che mi sembra essere minimamente cambiata è la velocità di reazione alla bufala: già si parla di LIM 2.o ad indicare un diverso modo di intendere ed usare lo strumento rispetto a quanto fatto nel (recentissimo) passato.

Sono comunque convinto che le LIM (come tutte le altre tecnologie) troverano una loro ragion d'essere solo quando si saranno dimenticate e non saranno più al centro del discorso e si parlerà solo di insegnamento e di apprendimento. Usando, se e quando serve, il pc, il gesso, il libro, la lim, la vecchia e cara lezione diretta, il lavoro di gruppo, il gioco .......



http://oltreelearning.blogspot.com/2008/06/e-learning-handbook.html

martedì 3 marzo 2009

Facebook sdoganato (alla Cattolica)



Facebook luogo di mero "cazzeggio"? Facebook solo per giovinastri in vena di bullismo? Facebook, vade retro? Si, anche tutto questo.
Anche, perchè Fb sta diventando sempre più spesso un luogo anche per attività "serie". Ho già dato notizia dell'attivazione del gruppo: "Didattica in Facebook. No grazie?" prossima ai 200 membri e della community "Insegnanti che sperimentano" basata su Teach The People, una applicazione integrata in FB.
A proposito di usi "seri" segnalo quello che ne sta facendo Pier Cesare Rivoltella, alla Cattolica, in un corso per una quarantina di dirigenti scolastici della Lombardia: FB è uno dei "contenuti" del corso, oggetto di conoscenza, di esperienza e di riflessione. Pier Cesare mi ha invitato a parlare in qusto corso della mia esperienza con FB. Qui le slide che hanno sostenuto la mia chiacchierata.
Il dibattico (si era parlato anche di Linkedin, altro "contenuto" del corso) è stato molto vivo ed interessante. Un aspetto molto sentito è stato quello dell'identità in FB, con i conflitti pubblico-privato e le implicazioni del ruolo.
Ringrazio Pier Cesare per aver portato FB, e non solo, alla dignità di una trattazione professionale in un contesto autorevole, le sua azioni e la sua università

sabato 8 novembre 2008

Quali sono le "nuove tecnologie"?




Due notizie (culturalmente agli antipodi) nell'ultima newsletter Sophia_Inrete mi solleticano questa riflessione. La prima "Quando la rete è materiale didattico"; la seconda "Il futuro arriva sui banchi di scuola con le Lavagne Interattive Multimediali" .

Nella prima si dà conto di come (negli US, portroppo...) "....gli insegnanti stanno cedendo alla rete, non temono più di scontrarsi con un coacervo di amenità che travia gli studenti dal loro impegno per costruirsi una cultura: sguinzagliano i ragazzi online e li invitano ad appropriarsi delle tecnologie per raccogliere materiale per le ricerche e portare a termine i loro compiti”. Il tutto da una indagine che ha coinvolto 1426 insegnanti statunitensi.
Mi pare un eccellente approccio per superare la rigidità del libro di testo. Parecchi insegnanti già lo fanno. C’è da augurarsi che tanti altri li seguano. La rete, è certamente meno rassicurante (vuoi mettere seguire pagina-dopo-pagina un bel libro di testo?) ma un vero ambiente per attivare processi cognitivi.
Perché, poi, il …cedere alla rete, il …..non temere …..? Riusciamo a superare l’approccio alle tecnologie come adattamento a fatti ineluttabili? Come una realtà alla quale non si può più sfuggire e con cui conviene scendere a patti? Riusciamo a percepirne il grande valore aggiunto?

Nella seconda si afferma che con le LIM “ …la lavagna ha riacquistato il suo ruolo centrale dell'attenzione, è ritornata ad essere la prima donna...” e più avanti “…si tratta di un enorme balzo in avanti dell'informatica e della telematica, che porta gli studenti verso la cultura, la conoscenza, verso il futuro”.
Una riflessione: è proprio la LIM che porta il futuro in classe? O è il bravo insegnante con la sua didattica a farlo?




giovedì 30 ottobre 2008

Consigli a chi voglia dotare la scuola di LIM



Il mio pensiero sulle Lavagne Interattive Multimediali è ben noto a chi mi segue in questo spazio.
A prescidere dal mio pensiero, sintetizzabile in: "non sono ne un bene ne un male; sono irrilevanti rispetto agli obiettivi (innovazione, miglioramento della didattica) che si decantano", mi permetto di dare a dirigenti scolastici, dirigenti di strutture pubbliche, assessori e decisori vari un piccolo consiglio.
Non parlatene con entusiasmo, non presentatele come una innovazione, non promettete miracoli. Siate sobri, fate come nulla fosse, presentatele sottovoce, a luci spente e, soprattutto, non approcciatele con un pensiero semplicistico.
Oerchè? Le LIM, in quanto tali:
- non innovano nulla, possono rivelarsi quanto di più trazionale sia mai passato per una scuola
- non risolvono alcun problema, anzi ne possono creare parecchi
- non migliorano la didattica, un bravo insegnante è bravo anche senza la LIM, uno pessimo non migliora usando la LIM.
- non migliorano i risultati della scuola; paradossalmente, i bravi insegnanti potrebbero diventare ancor più bravi ed i peggiori, diventare pessimi. Il solco si allarga.
Il problema era, è e sarà la didattica. Con o senza la LIM; con o senza il PC ed Internet.
E per affrontare il "problema" delle competenze didattiche degli insegnanti, non esistono scorciatoie; non serve semplificare il problema.
Serve lungo ed intelligente lavoro.
Non si potranno avere risultati immediati (da spendere, ad esempio, in campagna elettorale).
Conclusione: spendete soldi per le LIM solo se siete certi che quei fondi non potrebbero essere spesi meglio. Per problemi più pressanti, per azioni a maggior impatto.
E se proprio volete avventurarvi nell'impresa di dotare le vostre scuole della LIM, iniziate con il comperarne 1, 2, al massimo 3. Datela ad un "bravo" insegnante, bravo nella didattica, volenteroso, sperimentatore, trascinatore .... (se ne trovano più di qualcuno) e fategliela sperimentare. Fatelo, magari, aiutare da un bravo consulente. Dopo che questo bravo insegnante sarà in gradio di raccontare dove, come, quando perchè l'uso della LIM ha migliorato l'apprendimento dei suoi studenti, fate pubblicità di queste pratiche ed aspettate che altri insegnanti vi chiedano una LIM anche per loro. Dopo di che, e solo dopo di che, allargate pure i cordoni della borsa

venerdì 3 ottobre 2008

Contenuti digitali e spaccio di innovazione



Ritorno sull'argomento stimolato da un lungo articolo apparso su Punto Informatico con titolo "Scuola, quando il digitale è economia". Il tema viene rilanciato dall'articolo 15 della recente legge 133/2008 , l'ultima finanziaria che apre il mercato dei contenuti digitali. Intervistati due editori e, logicamente, si fa l'apologia dei contenuti digitali come innovazione. Come sempre succede, si vuole dare un colpo alla botte ed uno al cerchio e si afferma che il sistema migliore è quello misto: carta e digitale.

Nella discussione allegata all'articolo ho postato questo mio commento:

Non lo è se si pensa all'innovazione vera, quella della didattica. Per fare questo ci vuole ben altro che non sostituire la carta stampata con file digitali. I contenuti digitalizzati possono, tutt'al più costituire una innovazione organizzativo/logistica e contribuire alla (pregevole) diminuzione dei costi della frequenza scolastica.

Ritornando alla vera innovazione: se un in segnante è un mediocre insegnante con un libro di stampato, rimane tale con un libro di testo digitalizzato.

Tecnologie coma "cavallo di Troia" ? Non è vero. Tecnologie o no, i modelli didattici non cambiano in automatico. La problematica del cambiamento concettuale va affrontata di petto e con adeguate strategie didattiche. La questione ritorna, quindi, ad essere la competenza e la formazione degli insegnanti.

Altra questione è “libro di testo si - libro di testo no”. Si afferma, giustamente, che un bravo insegnante non ha bisogno di un libro di testo perché se lo costruisce da se scegliendo i "pezzi" di contenuto sulla base della strategia didattica che vuole implementare. In questa prospettiva i contenuti digitalizzati, spezzettabili in unità (no al Learning Object, si, caso mai, al Instructional Object) potrebbero essere più utili di monolitico libro di testo. Ma per poterli usare sapientemente, ci vuole un pensiero didattico ben differente da quello oggi dominante. Quindi, il problema non è la tecnologia ma il pensiero. E far passare i contenuti digitalizzati come "innovazione" significa fare contrabbando o spaccio di innovazione.


martedì 24 giugno 2008

Cos’è la “disciplina”?


Quasi per caso, in effetti stavo cercando altro (serendipty?), mi imbatto in un “vecchio” libro che ho nella mia biblioteca (Conoscere l’insegnamento, di Teresa Russo Agrusti, 1992) che mi da modo di comprendere dove nasca il problema che oggi abbiamo in tutte le scuole: come trattare le “discipline”, come superare le “discipline”, perché lavorare per “problemi” e non per “discipline”.

Mi aiuta l’eccellente disamina storico-filosofica fatta dall’autrice e la premessa etimologica.

Il latino disciplina discende da discipulus che a sua volta deriva dal termine disco il cui significato primo è apprendere, imparare per via di istruzione o pratica. Il latino disciplina ha la sua traduzione italiana in istruzione, insegnamento, educazione, lezione, scuola: Nella pratica, il termine ha finito per passare da un significato legato alla “funzione dell’apprendere” a quello di “modalità di realizzazione dell’apprendimento” per, poi, assumere quello di “insieme delle conoscenze raggruppate secondo criteri specifici che costituiscono materia d’insegnamento e di studio”.

Siamo, cioè, passati da un significato legato ad un percorso e ad una strategia di apprendimento ad uno legato all’organizzazione di conoscenze.

Maggiormente illuminante trovo, però, l’analisi che la Agrusti fa riferendosi alla nascita delle discipline. Ai primordi, l’uomo non aveva un sistema di conoscenze precostituito e formalizzato cui attingere le proprie competenze, aveva solo problemi da risolvere che risolveva sperimentando, per tentativi ed errori. L’uomo, in questo modo, accumulava esperienze, conoscenze ed abilità di tipo diverso che piano piano sistematizzava ma in modo parcellizzato, al solo scopo della loro organizzazione e formalizzazione. Per tesaurizzare quanto appreso si precedeva, cioè, alla teorizzazione dell’esperienza, dell’abilità e della competenza.

Si vede, quindi, come secondo questa logica, il concetto di disciplina testimoni una trasformazione dell’apprendimento da “problematico” a specialistico, da globale a settoriale.

Attraverso la cristallizzazione dei diversi campi di indagine, le discipline in ambito scolastico sono diventate “materie di insegnamento”, sempre più isolate le une dalle altre, sempre più stereotipate nei contenuti e sempre meno espressione di quelle abilità di fondo che ne giustificano la funzione.

Due tra le conclusioni dell’autrice indicano, per me, la via per la ricomposizione della conoscenza e dell’abilità:

  • Le discipline vanno assunte in ambito didattico quali “categorie di pensiero”applicabili a diversi fenomeni e che ne evidenziano alcuni specifici aspetti, fenomeni che rimangono sempre complessi, problematici ed interdisciplinari;
  • il momento della formalizzazione disciplinare dei contenuti (la parte che per noi sarebbe l’ “insegnamento della disciplina”), è successivo (non precedente) alla comprensione degli stessi ed ha una funzione di catalogazione per l’archiviazione, la memorizzazione e la successiva utilizzazione dei medesimi.

Come dire, le “discipline” sono tutt’altro che un insieme di contenuti. Perché mai ci siamo ridotti a trattarle come tali?

giovedì 8 maggio 2008

Didamatica 2008: l'educazione del futuro

Sessione conclusiva su quale sarà il panorama futuro della formazione. Posso ascoltare solo la prima parte perché il pulmino del transfer all’aeroporto di Bari ci sta aspettando. Solo alcuni flash, ma sufficienti per farmi scrivere le conclusioni (pubblicate giorni fa).

Giacomo Piscitelli, Politecnico di Bari afferma con certezza che si parlerà ancora di e-learning in quanto funzionale alla personalizzazione ed all’accelerazione dell’apprendimento. Richiama, condividendole, osservazioni fatte da altri secondo cui è necessario rimuovere la convinzione che la conoscenza risieda solo dentro le mura delle istituzioni educative e che l’apprendimento avvenga solo a scuola.

Vittorio Midoro, ITD, rilancia l’idea che è necessario passare dall’insegnamento all’apprendimento; da un approccio alla formazione generale ed uguale per tutti ad approcci individualizzati (queste devo averle già sentite da qualche parte ….). Si domanda, quindi, quali debbano essere le caratteristiche degli ambienti di apprendimento adeguati a sostenere questi cambiamenti, quali siano i profili professionali, i processi e le tecnologie coerenti. Domande che rimangono aperte in attesa della seconda puntata.

Lascio Didamatica 08 e Taranto sulle prime parole del professor Alfio Andronico, che deve essere un pozzo di saggezza. Ho potuto godere di una lunga conversazione con lui la sera prima alla (mediocre) cena sociale, conversazione che è stata il vero valore aggiunto della serata.

Le mie conclusioni sono postate qui.

Didamatica 2008: tra nuovi digitali, comunità e piattaforme evolute


Vittorio Midoro ITD Genova tratta il tema dell’essere alfabetizzati nella società della conoscenza. Il documento digitale è pervasivo, serve per comunicare, conversare, esprimere; è dinamico, computabile, interattivo. Altra cosa del documento scritto classico le cui funzioni sono la registrazione e la codifica di un contenuto. Nella società digitale e necessario saper accedere alle risorse, condividerle, costruire collaborativamente nuova conoscenza. La nuova alfabetizzazione deve comprendere la capacità di scegliere e di saper usare le applicazioni significative, condividere la propria conoscenza e partecipare alle comunità di pratica. Tutte queste componenti dovrebbero essere oggetto della didattica. La società digitale cambia l’organizzazione della classe e della didattica.

N. Villa, università di Trento, laboratorio di maieutiche, parla dello spostamento dall’e-learning al co-learning e del ruolo comunità virtuali. Nella loro università, con l’uso delle tecnologie si sta abbandonando la metafora “corso”, caratterizzata dalla trasmissione di conoscenza dai docenti agli studenti, per adottare quella della “comunità” caratterizzata dalla costruzione collaborativa di conoscenza. L’esigenza di cambio di metafora (e paradigma, immagino) nasca dalla constatazione che l’approccio “corso” porta con se un approccio che isola la didattica dal contesto in cui essa si svolge. Trovo molto interessante il ragionamento e sono curioso di vedere come viene tradotto nelle pratiche didattiche. Rimango un po’ deluso quando vengo a sentire che il nocciolo della questione sta nell’andare oltre l’upload ed il download fatto dal docente per rendere possibile queste funzionalità anche agli studenti. Con questo approccio si aumenta la collaborazione tramite la gestione dei permessi di piattaforma e con l’aggiunta di servizi tipo wiki. Il modello viene applicato anche in un progetto di formazione continua (http://esperto.provincia.tn.it)

Giovanni Adorni, ingegnere del software all’università di Genova (mi ha impressionato la sua enorme competenza) presenta una sua nuova creatura, la piattaforma EifFE-l (Environment for Freedom in e-learning) il cui punto forte dovrebbe essere un insieme di tools per sviluppo agevole (per l’insegnante non informatico) di Learnin Object. Con queste funzionalità il docente si dovrebbe occupare solo di contenuti e non di linguaggi di programmazione. Il tutto in 4 passi. www.elkm.unige.it. Seguo attentamente la presentazione e sono incuriosito dalle numerose funzionalità, per me da astronave Enterprise, presenti nella nuova piattaforma. Domando se il gioco valga la candela. Adorni riconosce che i costi di sviluppo dei LO sono, comunque, molto alti e che si deve ragionare in termini di grossi numeri.

martedì 29 aprile 2008

Didamatica 2008, ancora della seconda giornata

XY parla di LIM, lavagne interattive multimediali. Secondo l’autore le LIM si iniziano ad usare con una didattica matura (?). Si usano, infatti, come parte della (rap)presentazione didattica (il gioco grafico è suo). In questo senso le LIM possono essere considerate un attrezzo (di scena) forte. Ma superato l’entusiasmo iniziale cosa resta?
Non lo spiega se non dicendo che può sostenere la teatralitá della didattica (si, esattamente così) e che le LIM altro non sono che una periferica. Rimane, secondo me, la solita questione del loro valore specifico e, se possibile, aggiunto dello strumento. Non ho mai approfondito la questione ma spero che in letteratura qualcosa in più serio ci sia. Forse, se sul tema avesse parlato un homo zappiens al posto di un logorroico ed autocompiacciuto neopensionato, qualche idea fresca si sarebbe ascoltata.
Nicola Lettieri, Serious Games e formazione giuridica. Definire i SG la nuova frontiera della formazione mi sembra eccessivo. Meglio una delle tante ipotesi da verificare. Presenta Simulex, un ambiente sperimentale per la formazione giuridica basato sull’apprendimento per prove ed errori. Serio il suo approccio che lo porta ad interrogarsi quando il SG possa avere una sensatezza didattica.
F. Maiorano parla di una esperienza di apprendimento linguistico all’ICT Romanazzi di Bari (Istituto turistico) , presente la chiassosa classe della sperimentazione. E’ un progetto di didattica integrata di lingua e di informatica basato sul metodo del project work. Il prodotto è un portale promozionale della Puglia ad uso di turisti di lingua inglese. Altro portale da loro sviluppato è una guida online ad uso delle scolaresche per le visite d istruzione. Per gestire tutte questa attività, all’interno della scuola è stata attivata anche una Impresa formativa simulata, una agenzia di servizi turistici che gestisce sevizi di incoming con l’operativitá affida ad una cooperativa esterna. Un eccellente esempio di formazione contestualizzata e collegata al mondo del lavoro.
G. Loito dell’ITCS Calamandrei di Bari presenta un progetto di valorizzazione di un sito archeologico locale che è anche una opportunità per lo studio del patrimonio storico locale e per la costruzione di una identità culturale. L’attività si è evolutasi in onlus di archeoturismo.

Di Bitonto della facoltà di informatica dell’Università di Bari presenta un sistema per il calcolo degli eventi per l’apprendimento della storia. Si tratta di un metodo informatico per la rappresentazione della conoscenza in domini storici. Un sistema complesso che consente anche valutazioni qualitative.

P. Magillo, informatica dell’università di Genova presenta SoundWord, un applicativo che consente di trasformare parole in musica e viceversa. Usi?

Didamatica 2008, seconda giornata




Elisa Spadavecchia
presenta l’esperienza del gruppo italiano al corso Open Educational Resource. Ben tre Orientati tra i partecipanti: Fini, Giorni e Zibordi. Un corso tutto online con un gruppo internazionale. Il tema, lo sviluppo di risorse (secondo il modello open) per l’apprendimento Eccellente il contributo all’apprendimento dato dall’interazione tra i partecipanti.


Gaetano Amato presenta il progetto ECDLmedia, una comunità virtuale tra insegnanti per la conoscenza informatica nella scuola secondaria.
Enrica Gentile interviene sulle tecnologie utilizzabili nelle comunità online. Gli strumenti utilizzati fanno riferimento ad attività di comunicazione, di collaborazione e di capitalizzazione della conoscenza. Per quest’ultima tipologia di attività si usano strumenti di FAQ, i forum. Forte l’uso di strumenti di comunicazione ma davvero poco utilizzati gli strumenti di web 2.0.
Giovanni Cozzolongo presenta un approccio (Group Modeling) che consente di adattare il processo formativo al gruppo non al singolo. Il metodo consiste nell’individuare le caratteristiche e preferenze di un gruppo e di tarare il syllabus su argomenti adeguati alle preferenze del gruppo.
Io presento il progetto Apprendere con le Tecnologie che ho condotto a Bolzano. Le slide della presentazione “Apprendimento significativo con le tecnologie” su SlideShare. Mi sono dimenticato di attribuire i contenuti delle slide 9, 10 ed 11 a Jonassen ed al suo ultimo libro David Jonassen et al. (2007), Meaningful Learning with Technology, Pearson, Merrill, Prentice Hall, Upper Saddle River.
Il paper, qui su Scribd.

domenica 27 aprile 2008

Didamatica 2008 , pronti al via

A Taranto per Didamatica 08. Ritorno volentieri a Taranto dopo pi di una trentina (mamma mia... che vecchio...) d'anni da quando ho fatto un breve periodo di servizio militare (mi hanno addestrato a sparare, fate un po' voi...). Non ricordo nulla della città .... Pronti, quindi, per una nuova esplorazione.
Didamatica, dicevamo. A Taranto.
Come al solito, un programma molto ricco e che, a leggere i titoli, pare alquanto interessante. Spero di riportare qualcosa.
Martedì mattina il mio intervento. Illustrerò un quadro concettuale di orientamento per l'uso didattico delle tecnologie ed una ipotesi applicativa di questo modello. Qui il paper. Più avanti (quando le avrò fatte) le slide.

sabato 5 aprile 2008

Schank e la carta dei diritti dello studente

“La carta dei diritti dello studente”/ “The Student Bill of Rights”
Grande e provocatorio come sempre questo Schank!!! Questa volta è stata una insegnante che partecipa ad un corso in cui curo le attività di apprendimento a distanza ad aver fatto la scoperta.
Ringrazio, quindi, Lucia Ramaccioni per la scoperta e la traduzione e socializzo per continuare la conversazione aperta in qualche post passato.
Qui l'originale.

1. Verifiche: nessuno studente dovrebbe essere sottoposto a test a scelta multipla e ad esercizi di completamento.

2. Competenze praticabili nella vita reale: nessuno studente dovrebbe imparare cose che non possono poi essere ricondotte ad una competenza richiesta nella vita.

3. Memorizzare: a nessuno studente dovrebbe essere richiesto di imparare a memoria informazioni che sono destinate ad essere dimenticate nel giro di sei mesi.

4. Chiarezza negli obiettivi: a nessuno studente dovrebbe essere chiesto di frequentare un corso i cui risultati non sono in relazione ai suoi obiettivi personali. Né si dovrebbe coinvolgerlo in un’attività senza essere informato prima su ciò che lui si può aspettare da essa.

5. Passività: a nessuno studente dovrebbe essere richiesto di trascorrere il tempo passivamente guardando o ascoltando qualcosa, a meno che non sia prevista una quantità di tempo superiore da dedicare ad un compito che lo coinvolga attivamente.

6. Standard arbitrari: a nessuno studente dovrebbe essere richiesto di “saltare attraverso cerchi” arbitrariamente stabiliti da un singolo insegnante e non dalla società nel suo complesso.

7. Padronanza/Mastery: a nessuno studente dovrebbe essere richiesto di continuare a studiare qualcosa che già conosce a fondo.

8. Scoperta/Discovery: a nessuno studente dovrebbe essere richiesto di imparare qualcosa a meno che non gli venga data la possibilità di sperimentare in classe ciò che ha appreso.

9. Curricolo stabilito/ “Defiened Curriculum”: a nessuno studente dovrebbe essere impedito di dedicarsi ad attività, nell’ambito scolastico, che lo interessano, per il solo fatto che gli obiettivi del curricolo impongono altro.

10. Libertà di pensiero: nessuno studente dovrebbe essere messo nella condizione di dare voce al suo punto di vista su un argomento se il punto di vista opposto non viene presentato ed ugualmente rappresentato.

mercoledì 20 febbraio 2008

La scuola dopo le nuove tecnologie

Complice una breve influenza che mi ha costretto a nanna per un paio di giorni, mi sono letto un libretto non propri nuovissimo che avevo in libreria da tempo. Intrigante il suo titolo: “La scuola dopo le nuove tecnologie”. Lo ha scritto Giovanni Biondi, direttore dell’INDIRE, una persona che sa il fatto suo in termini di scuola e di tecnologie.

La sua tesi è che i massicci investimenti fatti in questi anni nella scuola in tecnologie non hanno portato ad alcun cambiamento significativo: “…mentre la scuola fagocitava i nuovi media restando sostanzialmente uguale a se stessa …”.

Belle anche le immagini di repertorio sulla scuola che ci rimandano alla scuola dei nostri giorni, sempre uguale a sé stessa nella forma e nella sostanza (l’immagine del viaggiatore di fine ottocento catapultato nella società d’oggi non riconoscerebbe nulla se non la scuola devo averla letta già da qualche altra parte ….).

Pur nel realistico cinismo della sua analisi (nulla è cambiato, si sono accese speranza andate miseramente deluse, ma questo, aggiungo io è colpa di chi ha sempre e verso tutto attese miracolistiche come se i problemi fossero semplici e se a noi umani non competesse un qualche briciola di responsabilità), la conclusione è ottimista: occorre introdurre nuovi concetti pedagogici e didattici che lui vede (per dirla con poche parole) nel costruttivismo e nell’uso delle tecnologie per “costruire”.

Condivido questa conclusione anche se avrei articolato maggiormente la parte sui concetti utili desunti dal costruttivismo.

Secondo la buona logica di un colpo alla botte, un colpo al cerchio, concludo condividendo in pieno l’analisi che Biondi fa dei LO (learning object) vedendoci molto object e poco learning.

Una testimonianza, quella di Biondi, su cui riflettere per poter avere un atteggiamento meno superficiale e semplicistico circa il potere (che secondo me c’è) di innovazione delle tecnologie nella didattica, così come è avvenuto in tanti settori dell’agire umano.

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P.S. Cito Biondi a proposito della critica dell’uso delle tecnologie nella scuola, ma simile testimonianza si può trovare nei pensieri freschi e grondanti di sofferenza per le tante fatiche non riconosciute anche se di esito eccellente, di tanti insegnanti (cito Mario Agati le cui riflessioni sulle tecnologie a scuola sono dei capolavori di acume analitico, impegno professionale e sconforto ontologico) che incontro in rete nei loro blog (vedi qui di lato) e che con me partecipano alle attività della comunità Orientamenti e Disorientamenti negli usi didattici delle tecnologie, Giovanna, Annarita, Paola, Alessandro …..

martedì 6 novembre 2007

Second Life nell'education: nuove perplessità

Un contributo all’approfondimento del tema, mi viene da una discussione che stiamo facendo all’interno del progetto “Apprendere con le Tecnologie” (portale di imminente rilascio) dove con Jonassen stiamo (a Bolzano) lavorando allo sviluppo di risorse per poter attivare nelle scuole professionali “Leaning Strategies for Powerful Learning”. Ne stiamo esaminando alcune e tra queste Students Build games in Second Life, a 3-Dimensional Virtual World.

Dallo scambio tra Jonassen, van der Meij ed i Learning Consultant del progetto (portale di imminente rilascio) emerge che:

  • È vero che gli studenti sono molto coinvolti ed il vantaggio è dato dalla motivazione; lo svantaggio è che sono troppo impegnati nella dimensione “gioco” ma perdono il senso dell’aspetto didattico: gli studenti apprezzano l’esperienza ma apprendono poco (Jonassen)
  • E’ difficile disegnare compiti che attivino apprendimento significativo (Jonassen)
  • Sono i meccanismi dell’indagine (inquiry) che sostengono l’apprendimento, alla condizione che ci sia qualcosa da indagare (Jonassen)
  • Lo sviluppo di giochi didattici è costoso e poco praticabile nella scuola (Jonassen)
  • Cosa aggiunge SL all’educazione? E’ alquanto difficile trovare una qualche ragione per cui SL nell’educazione sia un valore aggiunto (Van der Meij – Twente Uniuversity)
  • Se vogliamo usare le simulazioni, molto più utile sarebbe usare SimQuest (Jonassen)
  • Non ci sono ricerche affidabili – secondo i parametri scientifici - sul senso per l’apprendimento con SL, solo vaghe affermazioni (Pisanu e Bonaiuti)
Gli script della conversazione, nel forum su Second Life in "Orientamenti e Disorientamenti"

Le perplessità, quindi, aumentano ma il discorso rimane aperto perchè l'atteggiamento è, comunque, quello dell'esplorazione, con il giusto mix di curiosità, dubbio. Ne è prova la discussione che si sta svolgendo in Orientamenti e Disorientamenti dove si confrontano "entusiastici" e "scettici" alla ricerca di un senso

giovedì 13 settembre 2007

E' necessario saper insegnare per fare l'insegnante?

E' necessario saper insegnare per fare l'insegnante?. Potrebbe sembrare una domanda retorica ma non lo é. La questione é reale.

Giorni fa stavo tenendo un workshop sul uso delle tecnologie all'interno e per un corso di pedagogia e didattica.

Un insegnante, forse cogliendo un malcontento diffuso sui contenuti e sui metodi delle lezioni precedenti esclama, forse all’indirizzo degli organizzatori del corso: “ma questi non hanno capito che siamo informatici, economisti, matematici, mica psicologi o pedagogisti”.

Preso alla sprovvista, mi scappa un "si, è vero che siete informatici, economisti, matematici....., ma siete anche insegnanti di informatica, economia, matematica...". Dal silenzio seguito e dalle occhiate traverse ho capito di averla detta grossa.

Fine del aneddoto e via con una raffica di domande, queste si, retoriche.

  • E’ necessario che chi fa di mestiere l’insegnante conosca, quanto meno, le teorie dell’apprendimento per comprendere l’ “oggetto” del suo lavoro?
  • E’ necessario che chi fa di mestiere l’insegnante conosca, quanto meno, un certo numero di tecniche didattiche per scegliere quella più adatta alla situazione che si trova ad affrontare?
  • E’ necessario che chi fa di mestiere l’insegnante conosca le principali problematiche che si presentano in una situazione educativa per saperle fronteggiare?
  • E’ necessario che chi fa di mestiere l’insegnante conosca le principali problematiche psicologiche che caratterizzano una situazione di insegnamento e di apprendimento?
  • E’ sufficiente che per insegnare una persona si affidi al buon senso, all’intuizione, all’esperienza?
  • Esiste uno specifico professionale dell’insegnare o basta che una persona conosca una disciplina per poterla insegnare?
  • Per insegnare basta imitare il comportamento di quelli che furono i nostri più bravi insegnanti?

Io credo che per insegnare sia necessario conoscere 3 cose:

  1. la propria disciplina (l’oggetto)
  2. come insegnare (le basi del mestire)
  3. come insegnare la propria disciplina (la specificità dell’insegnamento di una disciplina).

Non so, però, quanto sia condiviso questo convincimento. Vedo parecchia gente affrontare il lavoro di insegnante con leggerezza, come fosse un mestiere che tutti possono fare, basta avere un titolo di studio, un minimo di cultura e buon senso.

Tutto questo avendo ben presente che non tutte le dinamiche della riuscita scolastica sono nelle mani dell’insegnante pur professionalizzato; soprattutto nei casi più difficili.

A questo proposito vi rendo partecipi di una annotazione che mi ha fatto Jonassen proprio ieri in una conversazione via mail per mettere a punto una attività su cui stiamo lavorando. Gli chiedevo se fosse utile definire anche un metodo per la diagnosi dei problemi di apprendimento riscontrati in aula dagli insegnanti e lui mi risponde (copio ed incollo):

I am not sure how useful this will be. These kids are adolescents, who are controlled more by their hormones than their brains. From the information that I have, I believe that they are academically challenged; they have poor academic self-concepts (low self-efficacy), and so they see school as irrelevant. They have short attention spans, so tasks cannot be too complex. Those are difficult problems that will not be solved completely by any strategies.

Gli chiederò di approfondirmi la questione perché rimane il problema dell’insegnante che va in un'aula difficile, non sa che pesci pigliare e ne esce pazzo.

Assolti, quindi, gli insegnanti che non sono in grado di affrontare TUTTE le situazioni didattiche e TUTTI i problemi di apprendimento.

Colpevoli, però, quelli che non sanno affrontare con competenza le situazioni definibili “ordinarie”.

PS: leggo, poco prima di pubblicare su la Repubblica nella rubrica "lettere" di Corrado Augias, il titolo della lettera principale: Riforma della scuola? Insegnare bene.

Passo e chiudo.

mercoledì 5 settembre 2007

Fate fare a Cesare quel che sa fare Cesare

Rileggo e condivido alcuni appunti presi tempo fa eggendo il libro di Jonassen Learning with technology, a proposito dell'uso appropriato delle tecnologie e delle persone. La sua conclusione è: fate fare tanto alle tecnologie quanto alle persone quello che ciascuno di esse sa fare meglio.

Jonassen afferma che l'uso prevalente delle tecnologie è inappropriato perché si fanno fare attività “non adatte” tanto alle tecnologie che alle persone. Nessuna delle due fa ciò che sa fare meglio. Quandosi chiede alle tecnologie di “insegnare” significa chiedere loro di

  • presentare informazioni
  • giudicare le risposte
  • diagnosticare i livelli di comprensione sviluppati dagli studenti

Tutte queste attività possono essere fatte meglio da qualsiasi buon insegnante.

Agli studenti che ricevono l’insegnamento da parte delle tecnologie è, per contro, richiesto di memorizzare e richiamare le informazioni. Queste attività sono fatte meglio dai computer.

Meglio, quindi, sarebbe, se ai computer venisse richiesto di

  • memorizzare
  • richiamare informazioni

ed alle persone di

  • concettualizzare
  • organizzare
  • risolvere problemi.
Cose scritte anni fa ma sempre, drammaticamente, attuali.

PS: con Jonassen un paio di anni fa sul passo Sella, nella neve, ad inizio ottobre. E' stato durante quella escursione che ho raccolto quanto scritto in "Conversazione con David Jonassen"

sabato 1 settembre 2007

Template pedagogiche per la didattica con le tecnologie

Rimbalzando tra diversi blog, arrivo finalmente al documento che mi interessa: “Pedagogical templates for e-learning” pubblicato dal Centre for Excellence in Work-Based Learning for Education Professionals, Università di Londra.

Terrò “sotto controllo” l’attività di questo Centro perché si propone di sviluppare nuovi approcci concettuali e teorici all’work-based learning, una tematica a me molto cara. Parlano di work-related e work-located learning.

Anni fa avevo lavorato in un progetto europeo sul work-process learning, ma senza risultati edificanti: mi riprometto di riprendere la questione perché mi sembra cruciale nella ricerca di approcci specifici all’apprendimento continuo, o life-long come si usa dire.

Veniamo al rapporto (34 pagine) che descrive una serie di modelli pedagogici per l’integrazione delle tecnologie nelle attività di insegnamento e di apprendimento. Dal titolo, il documento dovrebbe focalizzarsi sugli aspetti pedagogici dell’uso delle tecnologie. Queste le template identificate.

  1. Supporto amministrativo on-line: le principali attività di formazione e supporto sono svolte faccia-a-faccia. Sono forniti on-line: informazioni amministrative, letture, materiali, invio dei compiti e parte del supporto.
  2. Follow-up: le principali attività di formazione e supporto sono svolte faccia-a-faccia. Attività addizionali on-line e supporto agli studenti sono organizzate tra due sessioni in presenza con funzione di follow-up e come preparazione alla successiva sessione in presenza. Gli scopi sono quelli di mantenere viva la comunicazione e la focalizzazione sul corso.
  3. Parallelo: Le attività didattiche sono svolte in parallelo, Alcune in presenza altre on-line.
  4. Eventi face-to-face: le principali attività di formazione e supporto sono svolte on-line. Workshop ed altri eventi sono svolti in presenza per avviare o sistematizzare le attività svolte a distanza.
  5. Supporto a distanza on-line: le principali attività didattiche sono svolte utilizzando materiali “a stampa” distribuito on-line. Il supporto ed il feedback sono forniti on-line.
  6. Attività on-line basata su risorse: le principali attività di apprendimento e di supporto sono on-line. Le attività di apprendimento sono organizzate attorno a materiali e risorse.
  7. Apprendimento on-line basato su discussione: le principali attività di apprendimento e di supporto sono on-line. Le attività di apprendimento sono organizzate attorno a discussioni.

Un pregio del report è che i diversi modelli sono descritti analiticamente con la presentazione di:

  • casi ed esempi
  • benefici
  • contesti di possibile utilizzo
  • tematiche rilevanti
  • strumenti del LMS utilizzabili

Un paio di considerazioni:

  1. date le premesse e le promesse, mi aspettavo di più e di meglio. Considerando che il report si è basato sulla analisi di numerose pratiche internazionali, trovo un limite non lieve l’aver ignorato le diverse forme di apprendimento collaborativo anche con gli strumenti del così detto web 2.0. Evidentemente, il “consolidato” è quanto evidenziato nel report. Il resto sono solo “segnali deboli”. Da tenerne conto …..
  2. il titolo mi pare fuorviante. Parlare di template “pedagogiche” è eccessivo. Di autenticamente pedagogico, inteso anche in senso lato, c’è poco o nulla. Le template sono di tipo organizzativo. Sono, infatti, differenti modi di organizzare le attività didattiche e di distribuirne le risorse.

lunedì 20 agosto 2007

Soluzioni alla ricerca di un problema

Ogni tanto riprendo in mano uno dei miei testi sacri, Engines for Education di Roger Schank.

Ogni volta che rileggo un testo "scopro” qualcosa di nuovo: deve essere l'effetto criss-cross landscape su cui si fonda, ad esempio, la strategia di apprendimento "Cognitive Flexibility Hypertext ".

Nell'ultima incursione in questo testo, mi sono soffermato sulle pagine iniziali, dove Schank afferma che: le scuole oggi sono basate sull’assunto che gli studenti devono imparare risposte … gli studenti, invece,devono apprendere a formulare domande. Il nostro insegnamento è centrato sul dare risposte a domande che lo studente non si è mai posto. Forse nasce da qui il "disinteresse" per la materia.

Trovo un parallelismo tra quanto dice Schank e quanto succede, spesso, quando si usano le tecnologie nella didattica: siamo attratti dalla bellezza delle tecnologie e le usiamo senza chiederci perché lo facciamo. Diamo una risposta ad una domanda che non c'é stata, offriamo la soluzione ad un problema non formulato. Questo è quanto é avvenuto con l'e- learning, quanto sta avvenendo con il web 2.0 (vedi il caso Second Life). Troppa enfasi sulle tecnologie, poca, o nulla, sull’apprendimento.

Tanta attenzione allo strumento, poca ai problemi (nel nostro caso di didattica) che ci consente di affrontare.

Mi dispiacerebbe che le eccellenti potenzialità, per l'apprendimento, soprattutto quello "continuo", del 2.0 andassero sprecate nell'inflazione degli osanna.

venerdì 10 agosto 2007

La stupidità del QI

La pretesa scientificitá di certe posizioni, scoperte e pratiche, più che una verità rappresenta (soprattutto nelle scienze sociali ed umane) un punto di vista, una opinione più o meno autorevole. Questo mio convincimento ha ricevuto una conferma dall’ultimo libro di Hans Magnus Enzensberger “Nel dedalo dell’intelligenza” recensito ne L’Espresso del 9 agosto, n.31. L’autore demolisce il mito del QI, quoziente di intelligenza, concettualizzazione di una presunta caratteristica delle persone su cui si è basata e si basa tanta pratica scolastica e di gestione delle risorse umane. Enzensberger, noto poeta, filosofo, saggista, giornalista, inviato speciale, traduttore poliglotta, critico letterario, analista sociale e militante politico, afferma che i test di QI non testano altro che mentalità e pregiudizi di coloro che li hanno inventati e non hanno nulla a che fare con l’intelligenza. L’autore si domanda se sia mai possibile misurare una entità tanto insondabile ed indefinita quanto l’intelligenza. A supporto dell’affermazione riferisce ben 120 definizioni di intelligenza, ognuna delle quali guarda alla questione da un punto di vista diverso. La conclusione: i metodi per misurare l’intelligenza sono stupidi, quanto è stupida l’idea di misurarla.

E pensare a quante lezioni sui test, anche di intelligenza, ho dovuto frequentare all’università e quanto sono stati pontificati personaggi come Binet e Eysenck …..

Dove la mettiamo con Gardner e le sue intelligenze multiple? O con quella che per me è la fondamentale suddivisione tra intelligenza convergente e divergente?

E’ proprio così, la vera condizione umana che si testa con il QI sono i pregiudizi di certi scienziati ……

Di Enzensberger ricordo “Il mago dei numeri”, un libro per ragazzi (e non) che introduce nel mondo della matematica attraverso una favola. Lo ho regalato a mio figlio al tempo delle scuole medie, lo ho regalato a parecchi figli di amici ed è piaciuto. Credo possa essere un buon strumento per la didattica della matematica. Provare per credere.

PS: ho cercato il libro“Nel dedalo dell’intelligenza” (edito a Zurigo dalla Fondazione Vontobel) in Amazon ed in IBS senza trovarlo. L'unico riferimento è quello che segue trovato in una rassegna periodica della Biblioteca Nazionale svizzera. Se qualcuno è più fortunato, segnali un riferimento diverso.


NB 001482729
Enzensberger, Hans Magnus. – Im Irrgarten der Intelligenz : ein
Idiotenführer / Hans Magnus Enzensberger ; Ill. von Martial Leiter.
– Zürich : Vontobel-Stiftung, 2006. – 61 S. : Ill. ; 30 cm. –
(Vontobel-Schriftenreihe)
Literaturverz. – Bestellnr.: Vontobel-Stiftung 1760