Visualizzazione post con etichetta Risorse web. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Risorse web. Mostra tutti i post

giovedì 12 marzo 2009

Handbook of Emerging Technologies for Learning



L'ultimo lavoro di George Siemens, "padre del Connettivismo" Peter e Tittenbergen "Handbook of Emerging Technologies for Learning" è disponibile on-line in .pdf. Il libro è scaricabile qui . Il libro viene aggiornato nel wiki associato.
Questi i capitoli del libro:
- Change Pressures and Trends
- What we know about learning
- Technology, Teaching, and Learning
- Media and technology
- Change cycles and future patterns
- New Learners? New Educators? New Skills?
- Tools
- Research
George è certamente una delle "giovani" menti più brillanti nella riflessione pedagogica e didattica sull'apprendimento nell'era delle tecnologie digitali e della rete.
Molto interessante anche il suo precedente libro "Knowing Knowledge", anche questo scaricabile free.

mercoledì 21 gennaio 2009

Facebook un ambiente in rete per la didattica?





Come dicevo, la rete è la “nuova tecnologia”. La rete è vasta e le applicazioni che usano la rete sono numerose ed in continua crescita. Quella che va di moda in questo momento è sicuramente Facebook, lo strumento che, come dicono loro, .... ti aiuta a mantenere e condividere i contatti con le persone della tua vita. Sarà …
Come tanti, ho anch’io da un paio di mesi un account su FB. Ci sto giocando. Sono stato rintracciato da due care persone perse di vista da tanto. Li ho risentiti con piacere e perché no, con una certa commozione. Ho ritrovato amici e colleghi di scuola e di accademia navale, anche qui è stata una esperienza, pur virtuale, di una certa emozione (non sono, quindi, solo i giovani a “vivere” in FB). Sono “amico” di Roberto Maragliano (qualche chiacchiera nei convegni), di Derrick De Kerckhove (ho tenuto una relazione in un convegno dove parlava anche lui), Nicholas Negroponte (solo attraverso i suoi lavori) … una bella soddisfazione, non c’è che dire.
Dove sta, allora, il problema? Più che un problema, una domanda: “ha senso usare Facebook nella didattica?”. Cioè, ci sono delle attività didattiche che possono trarre beneficio dall’uso di Facebook? Non mi accontento di argomentazioni quali: “è una novità, i ragazzi si incuriosiscono, si divertono, per un po’ li teniamo buoni …” Tutte argomentazioni lecite ma che lasciano il tempo che trovano: l’effetto novità dura poco e poi saremo al punto di partenza. Se, come tutti gli strumenti – digitali e no – non gli sappiamo dare un senso didattico, se non lo integriamo – quando serve e per le cose in cui serve – nelle nostre attività, dopo poco smetteremo di usarlo e, forse, ne parleremo male.
Ma, appunto, cosa fare con FB? A naso mi verrebbe da dire “nulla” di didatticamente sensato ma,... mai dire mai...
L’amico e collega Francesco Arleo di ComEdu mi ha segnalato una applicazione di FB che parrebbe fatta apposta per la didattica: Teach the People . Qui ho aperto un ambiente di prova e sperimentazione. Non appena c’avrò capito qualcosa, relazionerò.

Sul tema di FB e la didattica ho provato a giocare su FB stesso dove ho creato il gruppo “Facebook nella didattica. No, grazie??”. Lì ho posto questo problema ed ho invitato alcuni “amici” di FB ad aderire ed a lasciare qualche testimonianza di cose si potrebbe fare. Facebook è davvero uno strumento a rapida reattività: adesso (16 circa del 21 gennaio) a più di 2 ore dalla pubblicazione del gruppo e dall’invio dei primi inviti ci sono già 19 iscritti e 5 post in bacheca …. Tutti sono invitati. Per chi già non c’è potrebbe essere la volta buona.

mercoledì 5 marzo 2008

Povertà di innovazione pedagogica

La prima cosa che mi sono letto dell’ultimo numero di Educational Technology (48,1) è l’intervista con Thomas C. Reeves, dell’University of Georgia ad Athens. Avevo conosciuto e notevolmente apprezzato i lavori da lui svolti in Australia su ambienti di apprendimento basati su Authentic Tasks, un modello di web-based learning per cui le peculiarità del web potessero trovare ampia espressione.

Per il lavoro sugli Authentic Task rimando alle note di calce a questo post.

Dell’intervista voglio qui evidenziare quelli che, per me, per il mio livello di comprensione della questione e di sensatezza per me del tutto, sono i punti più significativi del suo pensiero. Andiamo in forma schematica.

  • Girando il mondo ha potuto notare che le persone, usando a scopi didattici, le tecnologie, non stanno altro che replicando cose che fanno nelle loro attività tradizionali
  • Ciò è dovuto, in parte, agli strumenti che vengono usati: usare un LMS porta a disegnare un corso on-line che replica lezioni, discussioni, quiz ed altro che si trova in un’aula tradizionale. L’uso di un LMS limita il pensiero dei progettisti e degli sviluppatori degli ambienti di apprendimento alla riproposizione di attività accademiche tradizionali.
  • Tutto questo impedisce lo sviluppo e l’adozione di pedagogie alternative basate su apprendimento collaborativo, compiti autentici, valutazione autentica e valutazione della performance
  • Questa “povertà di innovazione pedagogica” deriva dal fatto che la maggior parte dei docenti sono esperti di contenuti e, così, quando pensano a come usare le tecnologie, hanno una prospettiva molto limitata; non avendo mai fatto esperienza con pedagogie alternative, non possono neppure immaginare cosa queste potrebbero dare
  • Ciò che si fa a scuola è fondamentalmente diverso da ciò che si fa nella vita reale. A scuola tutto è spezzato in materie, semestri, moduli, crediti, laboratori ma nella vita tutto si sviluppa in modo più fluido, continuativo, interrelato
  • In una scuola organizzata come l’attuale (ndr: non è solo in Italia che questo avviene …) gli studenti imparano solo per superare l’esame e poi dimenticano tutto o, tutt’al più, generano inert knowledge (termine la cui creazione attribuisce a John Brandsford)
  • Molta ricerca accademica ricerca sul nulla, sul vuoto (letteralmente, ricerche che si propongono di rispondere alle domande sbagliate) ed invita a valutare la ricerca sulla base del suo impatto

La sua conclusione è di ottimismo per quanto riguarda l’impatto delle tecnologie nel migliorare l’apprendimento purchè, con l’occasione, si adottino non solo strumentazione alternativa ma anche pedagogie alternative.

Ne discutiamo su Orientamenti e Disorientamenti?

_____________

A proposito del lavoro del docente on-line, Reeves riprende la definizione de The Twenty-Four Hours Professor citando una ricerca di Sally Johnstone secondo la quale se si considerasse la quantità effettiva di lavoro svolto dal “professore 24-ore” il suo guadagno sarebbe maggiore se lavorasse alla McDonald’s …..

___________

Risorse su Authentic Task

Portale australiano degli Authentic Task

Le dieci caratteristiche degli Authentic Task

Authentic Assessment Toolbook

Paper sugli Authentic Task


domenica 26 agosto 2007

Libri professionali (gratis) da scaricare


Ogni tanto, in rete, mi imbatto in libri messi a disposizione gratuitamente. Purtroppo, tutto in inglese.

Condivido una serie di link.

Knowing Knowledge di George Siemens, 2006

Informal Learning, di Jay Cross, prefazione, introduzione e capitolo 1

Guide to Online Education
, 175 pagine

834 Tips for Successful Online Instruction, 71 pagine

E-learning concepts and technique
, 198 pagine

701 e-learning tips
, by Masie Centre

Emerging issues in the practice of University Learning and Teaching Editors: Geraldine O'Neill, Sarah Moore and Barry McMullin, 2005

Theory and practice of online learning Editors: Terry Anderson & Fathi Elloumi

Technologies for education, potential, parameters and prospects
Edited by
Wadi D. Haddad Alexandra Draxler; 206 pagine

A Distance Education Reader: Insights for Teachers and Students, di Brent Muirhead

Educating the net generation Diana G. Oblinger and James L. Oblinger, Editors. 246 pagine

Perspectives on distance education Skills Development through Distance Education. 152 pagine

Implementing learning technology Edited by Greg Stoner, 108 pagine

lunedì 13 agosto 2007

Bufala Second Life

Pare che in Second Life di virtuale non ci sia solo la vita ma anche i suoi utenti.

Leggo, infatti, ne “La Repubblica” di oggi che Second Life sarebbe una vera e propria bufala. Solo 300.000 abitanti invece dei 9 milioni dichiarati dalla Linden Lab.
Una popolazione di fantasmi.
E’ l'autorevole Wired (agosto) a fare i conti in tasca a SL. In precedenza, anche The Guardian avrebbe espresso forti dubbi sul "successo" della seconda vita. A dispetto dei milioni di dollari spesi dalla Coca Cola e da altre multinazionali per esservi presenti pubblicitariamente!!!

Per stare nel mio campo, sono sempre stato perplesso della reale utilità didattica di SL non vedendone un valore aggiunto e/o diverso rispetto ad altri tool già entrati nell'uso quasi-corrente anche se tanti si sono affettati a pontificare, senza dimostrazione, sulle potenzialità didattiche dello strumento . In questo blog si citano diverse esperienze di usi di SL nella didattica. da seguire. va citata, anche, la sperimentazione SLOODLE, nata dall'integrazione di SL e Moodle. Altra esperienza da seguire.

Perché, viene spontaneo chiederci, tutto questo (apparente) successo?
Credo che SL debba essere considerato un successo meramente mediatico, un nulla o quasi (come Paris Hilton) creato e mantenuto in vita:

  • dalla furbizia di alcuni,
  • dalla pubblicità,
  • dal cercare di farne una “profezia auto-avverantesi” per far ritornare gli investimenti effettuati
  • dalla creduloneria di tanti

Dobbiamo, comunque, riconoscere la buona fede di qualcuno, ma, quanta fretta a mettere il cappello senza darsene una regione!!!!

Secondo quanto riportato da Jaime d’Alessandro (autore del documentato servizio), chi ha investito su SL lo ha fatto:

  • perché se ne parla tanto
  • in crisi di canali comunicazione pubblicitaria ci si butta a capofitto su qualunque cosa capiti a tiro senza neppure capirne limiti e potenzialità.

(mi pare che queste due categoria possano spiegare anche il fenomeno l’e-learning)

Secondo l'autore si hanno, così, due SL diverse:

  • quella “reale” sul web
  • quella raccontata sui giornali

dove la seconda è decisamente più interessante della prima. Un mito creato al di fuori della rete.

Già Business Week aveva “svelato” che a dispetto dei grandi numeri di utenti del web 2.0, la stragrande maggioranza lo utilizza secondo modalità web 1.0.

L’e-learning che, a dispetto di compiacenti ed interessate indagine che ne testimonierebbero il successo, è poca cosa, un guscio vuoto fatto solo di contenuti editati e distribuiti digitalmente. Una forma evoluta di web publishing, nulla a vedere con l'istruzione.

Qualche lezione da queste illuminanti storie? Ci provo, anche ripetendomi (e premettendo che “credo” nell’utilità didattica delle tecnologie):

  • non basta che una opportunità tecnologica sia presente perché le persone abbiano veramente voglia di usarla e sappiano darne un significato personale
  • partire dallo strumento, e non dal perché del suo uso, non porta da nessuna parte

Conclusione:

  • parliamo meno degli strumenti
  • parliamo del perché e del come
  • portiamo casi di successo
  • non facciamoci affascinare da perline luccicanti: in testa non abbiamo sfarzosi piumaggi colorati

PS: per chi è in vena di approfondimenti, una interessante bibliografia annotata sui mondi virtuali nell’educazione: “It's Not Whether You Win or Lose, but How You Play the Game: The Role of Virtual Worlds in Education” di Sharon Stoerger

sabato 7 luglio 2007

SIeL 07 (6). Altri interventi significativi

Giuseppina Mangione ed Elisabetta Cigognini, presentano un modello da loro messo a punto sulle competenze necessarie ad operare nel web 2.0. Una di queste è l’uso critico delle risorse disponibili da attuarsi attraverso adeguate pratiche di valutazione attraverso il ricorso a folksonomie, a strumenti di digging, ranking e social bookmarking; l’uso creativo fa riferimento alla capacità di ricostruire punti di una pluralità di vista tramite blog e wiki; l’uso etico delle risorse fa riferimento alle identità multiple che è possibile assumere in rete ed alla loro gestione trasparente ed etica.

Flavio Manganello, Università La Sapienza parla del diffondersi dell’uso dell’e-portfolio come strumento personale (auto-riflessione), didattico (apprendimento attivo e assessment) e professionale (documentazione). Il ricorso a questo approccio è tanto più significativo quanto più si parla di informal learning. Viene citato Jay Cross secondo il quale l’apprendimento formale non copre più del 10 – 20% della conoscenza in nostro possesso. Vengono citati due progetti di e-portfolio: il MOSEP che coinvolge adolescenti che hanno abbandonato l’istruzione formale ed il cui scopo è di accrescere il senso di auto-stima degli stessi ed il progetto neozelandese MAHRA.

Stefano Cacciamani, Università delle Valle d’Aosta, dopo aver rilevato in letteratura il “valore” attribuito al senso di comunità ai fini della qualità dell’esperienza di apprendimento, riferendosi al modello di McMillan e Chavis (1986) ha costruito un questionario per rilevare il senso di comunità nei corsi on-line. Un possibile uso di questo strumento è il monitoraggio dell’evoluzione del gruppo in apprendimento per poter retro-agire sulle dimensioni che ne possono aiutare lo sviluppo.

Pietro Di Domenicantonio, responsabile sviluppo de “L’Osservatore Romano, racconta come la “comunità” degli addetti alla stampa del quotidiano sparsi in diversi angoli del mondo condivide e sviluppa la propria esperienza professionale del lavorando nel solco delle “comunità di pratica” di Wenger. L’approccio, reso possibile dalla diffusione di internet è risultato essere funzionale all’esigenza di comunicare, condividere e collaborare tra soggetti fisicamente lontani ma “vicini” attraverso la condivisione di una stessa responsabilità operativa. Strumenti usati: mailing-list, forum, chat, repository di documenti su procedure e buone pratiche professionali.

Questi, tra quelli che io ho potuto ascoltare, gli interventi più significativi. Certamente ce ne sono stati tanti altri interessanti ed intelligenti nelle sessioni parallele cui, non avendo (ancora) il dono dell’ubiquità, non ho potuto seguire pur “saltellando” tra le tre sale in cui si svolgeva il congresso.

Ho ascoltato, anche, parecchie ovvietà. Racconti di esperienze assolutamente uguali a tante altre, riflessioni metodologiche rimasticature, non sempre pertinenti, di concettualizzazioni classiche, statistiche di fruizione prive di alcuna informazione significativa, ecc...

Forse la selezione dei paper “a maglie larghe” (90 ammessi su 110 presentati), fatta per dar modo a tanti di far conoscere la propria esperienza, ha penalizzato la qualità del tutto.

Ma, soppesando il pro ed il contro e considerando che si è trattato del congresso di una “comunità” scientifico-pratica, forse va bene così. Con maglie più strette, forse, avrebbero segato anche il mio contributo.

venerdì 29 giugno 2007

Diamo i numeri?

Chi fa cosa nel web 2.0? Una volta tanto qualcuno ha dato i numeri.
Spinto dall'ultima newsletter di George Siemens, mi sono guardato una ricerca pubblicata in BusinessWeek sull'uso del web 2.0. Un primo dato interessante è che gli utilizzatori di web 2.0 sono molto pochi ma in costante crescita e davvero pochi quelli che tra gli utilizzatori degli stessi (da Wikipedia a YouTube) sviluppano contenuti. Emerge, quindi, che nella pratica si ha un uso passivo del web 2.0, proprio come nel web 1.0. Sconfortante. Ma ... tirem inanz ...
Altro dato riguarda il profilo degli utilizzatori attivi e passivi: sono i più giovani a creare luoghi e contenuti, giovani che sono anche i più attivi con commenti, critiche ...... Noi "vecchi" ci limitiamo a guardare. La lezione? La cultura (nel senso dell'antropologia culturale) del web 2.0 è ancora lontana dall'essere diffusa; dobbiamo aspettare la crescita delle nuove generazioni per avere cambiamenti culturali
significativi.

Aggiunta post pubblicazione.

Segnalo l'ultima newsletter di Stephen Downes in cui, citando The Education Bazaar, sembra che i maggiori nemici alla diffusione del web 2.0, del connettivismo nelle scuola siano proprio i Learning Technologyst ....

Quando si parla di "serpe in seno" !!!!

lunedì 25 giugno 2007

La bufala del web 2.0

E’ con questa provocazione che un amico e collega mi accoglie dopo aver letto le mie note da Napoli, tanto intrise di web 2.0.

Mi domanda se sono certo che anche le applicazioni 2.0 non siano una bufala come si è rivelato essere un certo approccio all’uso didattico delle tecnologie (vedi l’e-learning basato sui famigerati LO. Avete visto al proposito quanto dice Duval, uno che aveva fatto dei metadati una ragione di vita?).

L’amico mi obbliga a riflettere anche quando non ne ho voglia. Quindi, lo faccio.

Sono evidenti alcune cose.

Primo: il web 2.0 è certamente un fenomeno di moda e come tale tutti si sentono obbligati a parlarne, per non essere tagliati fuori, per metterci il proprio cappello, per …… Come in tutti i fenomeni di moda che diventano di massa, troviamo chi ne parla proposito e che lo fa a sproposito. Chi con competenza, chi con enorme incompetenza; chi con convinzione e chi perché “bisogna”.

Secondo: è altrettanto vero che gli strumenti del web 2.0 sono, come potremo dire, cognitivamente ergonomici. Nel senso che sono fatti a misura delle abitudini “naturali” delle persone quando devono apprendere qualcosa (informarsi, chiedere ad altri, condividere, partecipare a comunità, …..).

Terzo, è ancor di più vero che al grande uso del web 2.0 che viene fatto in modo informale (quello che tutti conosciamo) non corrisponde un uso significativo nei percorsi formativi strutturati e formali. Ma qui potremo essere nell’atavico ritardo con cui reagiscono i sistemi educativi.

Aspettiamo, quindi, che le acque si plachino e che parla (più che “usa”) di web 2.0 … per vedere l’effetto che fa ritorni alle sue pratiche abituali. Solo allora ne vedremo la reale portata.

Ma, cosa più importante, per evitare una nuova bufala non dovremo commettere l’errore più volta fatto: parlare tanto dello strumento dimenticando di domandarci perché lo usiamo e di trovare delle risposte. Solo con la chiarezza del problema da affrontare potremo dare un senso allo strumento.

Diversamente, la bufala si dispiegherà in tutta la sua possenza e ci troveremo ad avere una soluzione alla ricerca del problema, una risposta alla ricerca della domanda.

Quindi, pedagogisti e didattici, facciamoci sotto e non lasciamo il campo agli informatici che, per loro natura e competenza, non vedono altro che gli strumenti. Sentite grazie, comunque, agli informatici per aver “inventato” gli strumenti ed ancor più grazie agli informatici che ne capiscono di apprendimento e di didattica.

venerdì 15 giugno 2007

Eden Conference Napoli (5). Casi alla Open University (draft)

Interessantissima sessione oggi pomeriggio con casi dalla Open University inglese.
Interventi di
Troy Cooper: La “morte della geografia” è stata una esagerazione. Perché gli studenti a distanza inglesi preferiscono la formazione in presenza.Nelle attività in FaD si è registrato un elevato numero di dropout. La preferenza è per quella parte di attività che alla OU fanno in modalità faccia-a-faccia (f2f). Ci sono, evidentemente, delle difficoltà di allineare la FaD con le aspettative degli studenti.

Hanno cercato di comprendere quale ruolo abbiano i tutorial che sono svolti in presenza in un corso, per le altre sezioni, svolto in FaD.

L'analisi è stata compiuta riferendosi alla nozione di Bruner di apprendimento come acquisizione di conoscenza situata in una micro-cultura di prassi.

Secondo questa prospettiva di analisi, pare che in quelle forme di FaD centrate sul ruolo del tutor (come certi corso OU) ci sia disaffezione perché non si considerano i modelli di apprendimento che sono preferiti dagli studenti, più centrati sul dare un senso personale all’oggetto di studio e su forme di collaborazione tra studenti. La conclusione è che certa Fad non funziona sul modello delle Comunità di Pratica per cui il partecipante si “rifugia” nei punti di forza dei tutorial in presenza e li preferisce a qualcosa che non c’è.

Mary Thrope: L’uso delle tecnologie: come il contesto e le modalità di progettazione guidano l’impatto delle tecnologie.

Non è stato rilevato alcun tra l’uso delle tecnologie e l’apprendimento che si sviluppa. Quest’ultimo è, piuttosto, funzione del contesto e delle modalità di progettazione delle attività didattiche.

Il caso del Networked Learning in cui vengono combinate relazioni interpersonali e contenuto presenta ottime le opportunità per sostenere l’apprendimento ma, nella pratica, sono difficili da ottenere. Non si riesce ad andare oltre un superficiale scambio di esperienza, si nota una scarsa capacità di argomentazione, una debole capacità di analizzare i problemi.

Per contro, è stato visto che l’assegnazione di compiti e di ruoli facilita l’interazione, anche in assenza di conoscenza degli altri colleghi di corso.

La chiave di volta è stata trovata, alla OU, nella focalizzaazione dei corso a distanza su “attività” di apprendimento che siano ben progettate e ben gestite.

Si da, così, importanza allo studio di materiali cui segue un dibattito, non mera discussione. Il tutto correlato ad un compito da eseguire. Nell’ottenimento del risultato finale, la qualità dell’interazione è più importante dell’abilità del tutor.


Grainne Conole: Catturare la pratica e sostenere la progettazione
Questo intervento sviluppa, da diversa prospettiva, l’approccio per “attività di apprendimento” e fornisce alcune indicazioni su come progettare attività di apprendimento che facciano un uso efficace degli strumenti disponibili e siano basate su buone basi pedagogiche. La relatrice evidenzia come sia necessario uno spostamento del focus, di chi usa le tecnologie a scopo didattico, dai contenuti alle attività. Un intenso lavoro di ricerca ha portato a sviluppare una metodologia ed uno strumento (Compendium) per lo sviluppo di attività di apprendimento.

Anne Gaskell: sviluppo professionale per i tutor part-time.

Ognumo di questi merita una attenta relazione. La faccio con calma e la posto. Questo post "in diretta" per dire che cose interessanti si sento no anche qui. Nonostante il mio post lievemente depressivo di questa mattina .........

martedì 5 giugno 2007

La governante cognitiva

E’ con questa metafora che gli inglesi designano la riflessione: cognitive housekeeper. Ciò che mantiene in ordine il nostro sistema cognitivo mettendo assieme le conoscenze che abbiamo già con quelle nuove che “introduciamo” durante il processo di apprendimento.Se è vero, come è vero, che il pensiero (e non altro) è la “benzina” dell’apprendimento, la riflessione potrebbe essere considerata il suo motore.

E’ il costruttivismo a darci prova di come l’apprendimento avvenga per costruzione, appunto, di una nuova struttura cognitiva che si origina quando le vecchie conoscenze si mescolano con le nuove, come in una vasca d’acqua che ha un suo colore, diciamo bianco, e che a seguito dell’immissione di altro liquido colorato, diciamo rosso intenso, cambia in rosa pallido.

Non si apprende, nuova metafora, con l’aggiunta di nuovi mattoni ad un muro pre-esistete (comportamentismo).

Il processo di “mescolamento” coincide il processo di riflessione che, lo sperimentiamo quotidianamente, ci fa apprendere. Se leggiamo un libro, ascoltiamo una conferenza, non impariamo perché leggiamo o ascoltiamo, ma perché riflettiamo su quanto abbiamo letto o ascoltato. Mettiamo in moto il nostro pensiero.

Ecco perché non è il far ripetere qualcosa ad un nostro allievo che lo aiuta ad apprendere ma alcune nostre domande ben poste che obbligano a pensare ed a dire o scrivere qualcosa, il frutto della riflessione (o, come dicono i costruttivisti, la rappresentazione dell’apprendimento).

Normalmente, anche al termine di una lezione di una giornata, ma anche di mezza giornata, pongo alla mia classe una domanda tipo: “cosa avete imparto oggi?” o “come pensate di applicare le cose su cui abbiamo lavorato?”.

Una paio di domande o una scheda di fast feedback su cui fissare le idee per iscritto.

In percorsi formativi più lunghi uso sistematicamente il learning journal noto anche come reflective journal.

Le tecnologie ci offrono molti strumenti per favorire la riflessione: dai “normali” forum usati allo scopo, ai constrained forum come FLE3, CBoard ed il modulo forum per Moodle sviluppato all’Università di Firenze (Giovanni ci potrebbe dire qualcosa di più), al modulo diario di Moodle ed al modulo Journal di LAMS, tanto per fare alcuni esempi.

Anche il processo di costruzione del portfolio è un potente strumento di riflessione. In una versione tecnologica potremo usare uno dei diversi tool di e-portfolio (qualcuno ne sta usando? Io non ancora).

Su SlideShare ho appena pubblicato una serie di slide sul tema. Sono la versione .ppt di un file che ho ritrovato nel mio repository e che avevo usato per stampare su acetato i vecchi trasparenti per lavagna luminosa (si, una volta – anche meno di 10 anni fa – facevamo così ed era già una rivoluzione rispetto ai vecchi fogli di acetato scritti con pennarelli multicolore…..). E’ l’organizzazione di alcuni concetti tratti dalla letteratura che ho fatto intorno al 2001.

Alla nostra governante (cognitiva) dedico questo mio centesimo post in questo blog.



sabato 26 maggio 2007

Blogga, blogga .... qualcuno ti leggerà

E’ sorprendente sapere quanta gente giri, con interesse, nella rete. Molta, molta di più di quanto si potrebbe credere.
E’ la conclusione alla quale sono arrivato non a seguito della lettura di qualche statistica “importante” sulla frequentazione dalla rete a livello planetario o sulle visite giornaliere del blog di Beppe Grillo. Sono, questi, dati attesi.

Quello che mi ha sorpreso è la lettura delle visite giornaliere dei miei modesti blog. Già mi ha sorpreso non poco scoprire che, da quando ho installato da pochi giorni ShinyStat, mediamente, questo mio blog professionale riceve una quarantina di visite, con una punta di 72, con una ottantina di pagine visitate e relativa punta di quasi 120!!!!
Dati inaspettati ed oltremodo graditi.
Attribuisco queste "performance" alla mia rete di frequentazioni professionali, alla partecipazione attiva a convegni, alla frequentazione di comunità on-line, agli scambi che ho con altri colleghi blogger, occasioni in cui faccio “pubblicità” al blog stesso. Al passa parola.
Mi visitano perché faccio conoscere l’esistenza del blog. Questa la mia conclusione.

Ciò che mi ha terribilmente stupito è la “storia” di un mio secondo blog e la cui esistenza è nota, ufficialmente, a 20 (dico venti) persone.

E’ il blog TuttoPesce07, legato ad una mia attività occasionale di tempo libero. Amo cucinare ed ho frequentato un corso amatoriale di cucina presso una scuola alberghiera.



Durante la prima lezione ho scattato alcune foto al gruppo ed i colleghi-allievi mi hanno subito chiesto di inviarle loro. Una collega mi dice: "perchè non fai un blog? così ci vediamo tutti e non c'è bisogno che ci mandi le foto. Magari, potremo commentare le ricette ....."
Detto fatto. Con un certo divertimento, apro il blog su WordPress, carico le ricette e le foto e tutto finisce lì.
I 4 gatti interessati le cui bella facce compaiono nel blog ogni tanto di vanno a guardare, si fanno guardare da coniugi, parenti, amici, amanti. Tutti narcisiti e felici ....
Invece no.
Ultimamente ho più di 100 visite giornaliere !!!!!!!
Ripeto, il blog non ha assolutamente nulla di interessante, ci sono solo 50 ricette e neppure tento ben descritte. Nonostante ciò, una valanga di visite, 173 la punta massima.
Mi fa tanto piacere questa frequentazione dei blog anche se va riconosciuto che questo attivismo è in forme prevalentemente passive. Molti guardano, forse leggono. Pochissimi commentano.
Credo, però, che col tempo la partecipazione attiva aumenterà. Stiamo a vedere, per ora godiamoci tutto questo traffico

martedì 10 aprile 2007

Podcast e blog per "suoni poetici"

Roberto Didoni ha da poco dato vita ad un interessante integrazione di podcast e blog in uno didattico delle tecnologie. Nel suo "Suoni Poetici" scrive:

L’introduzione di Nuove Tecnologie nella scuola deve aiutare i docenti ad affrontare i problemi della didattica: promuovere e facilitare positive situazioni di insegnamento-apprendimento.
Questo avviene meglio se c’è un felice incontro tra le caratteristiche dello strumento tecnologico e la natura delle difficoltà di una specifica situazione didattica.
Proviamo ad applicare questa impostazione ad un caso concreto:
abbiamo, da un lato, il podcast, una risorsa tecnologica che valorizza l’oralità, e, dall’altro lato, una situazione didattica, l’insegnamento della poesia, che ne avrebbe un gran bisogno. Ecco trovato un felice incontro tra utilizzo delle tecnologie e problemi della didattica.
Da questa riflessione è nata l’iniziativa “suoni poetici”, un podcast per raccogliere e diffondere audiopoesie lette da docenti, da studenti, da artisti e da chiunque sia amante della peosia.

Bello didatticamente e bello esteticamente. Un vero piacere.

lunedì 26 marzo 2007

Bolzano 07 pre-conference workshop (3)


Troppe le cose dette al workshop per sintetizzarle. Questione, anche, di tempo. O, come dice Jonassen, il motore dell'apprendimento è il pensiero e la benzina, l'esperienza ......

Preferisco, quindi, condividere i materiali didattici che Dave ha messo a disposizione dei partecipanti.
Li trovate nella knowledge base del portale Pionieri dopo esservi registrati

domenica 4 febbraio 2007

iLearn Forum 07 (5) varie ed eventuali

In breve, altre presentazioni che mi pare utile segnalare senza entrare troppo nei dettagli

Centro di eccellenza in USA

Sabine Hoidn dell’Università svizzera di San Gallo parla di uno stage da lei fatto in California alla Università di Stanford dove è attivo il SCIL, un centro d’avanguardia per lo studio di applicazioni tecnologiche (strumenti e metodi) nella didattica d’aula (a state-of-the-art testing ground for technology applications in the classroom.). Il Centro è co-diretto da Roy Pea, uno dei miei riferimenti scientifici. Mi sembra molto interessante e mi piacerebbe andarlo a visitare. Per ora accontentiamo ci di alcune visite virtuali in http://scil.stanford.edu e in http://wallenberg.stanford.edu.

Curriki in www.curriki.org

Comunitá online con una grande quantità di materiali digitali per diversi curricoli ben organizzati con metadati. L’ambiente è dotato anche tool per lo sviluppo e la modifica dei contenuti presenti secondo il modello collaborativo del wiki. I materiali sono open source

Learning landscape, in http://redgloo.sse.rdg.ac.uk

All’Università Reading, un ambiente con e-portfolio e social networking basato su Elgg per la connessione tra persone e per la condivisione di risorse

Gli studenti avviano e mantengono “comunità” legate ai temi dello studio o ad interessi personali (sembra che siano quest’ultime a prevalere …..).

L’ambiente viene, anche usato dagli studenti per annotare i materiali didatti con proprie spiegazioni.

L’ambiente, secondo la relatrice, risulta essere utile anche per stimolare la riflessione

Alcuni gruppi hanno iniziato a funzionare come una vera e propria Comunità di Pratica secondo i principi di Wenger. Una valutazione degli autori: gli strumenti presenti in Learning Landscape non bastano a sostenere una vera CdP. Forse usare Moodle con integrato Elgg potrebbe rispondere alle esigenze.

Smart Answering Machine UNED

Alla Università Nazionale a Distanza spagnola hanno messo a punto un risponditore automatico (ed intelligente) alle domande degli studenti. L’applicativo ricerca in più database contenenti informazioni, valuta la qualità della fonte ed identifica la più adatta e confeziona la risposta.

Pare che i risultati siano più che soddisfacenti.

Ricordo di aver sentito parlare James Taylor di una cosa simile sviluppata da lui alcuni anni (2000) fa in Australia. Si tratta del progetto GOOD, Generic Online Offline Delivery sviluppato dall'University of South Queensland per l'automazione di certe interazioni didattiche utilizzando le tecnologie al fine della riduzione del costo del servizio didattico

Qualità

Ho assistito, anche, ad un paio di presentazioni sulla “qualità”. Nessuna mi ha convinto per davvero. Mi sono sembrate più preoccupazioni di istituzionalizzare un modello di qualità stando ancora ben e troppo lontani da quella che è la qualità per l’utilizzatore.

User-centred designed classroom

Un paio di presentazioni di ricerche fatte alla OUC, Università Aperta della Calalogna, una

Sul disegno delle interfacce dei corsi per renderle più leggibili (è stato usato Morae un software per testare agevolmente l’usabilità dei prodotti web); una seconda (ispirata sempre ai principi user centred design) in cui sono state misurate le reazioni emotìve degli utilizzatori identificando una decina di “indizi” espressivi correlati ad altrettanti “stai emotivi” dell’utilizzatore.

Soluzione “multi-blended” …… al Forcom

Scomodando Mark Prensky per la sua concettualizzazione dell’ Homo Zappiens e Knowles con la sua “andragogia”, viene presentata una soluzione “multi-blended) per organizzare ambienti di apprendimento efficaci. Tali ambienti sono un mix di piattaforma web, webcast e web TV e sono usat per distribuire “didactic pills” (la nuova generazione dei “learning objects”?)