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mercoledì 30 luglio 2008

Preferisco la bassa formazione


Si, preferisco la “bassa” formazione invece dell’”alta formazione”.

Sta tornando di moda la così detta “alta formazione” dopo che per un po’ il termine era, saggiamente, sparito dalla circolazione. Lo vedo sempre più spesso nelle comunicazioni e nei programmi di pur autorevoli organizzazioni formative.

Ma perché “alta”? Forse per distinguerla da quella “ordinaria che loro stessi fanno e che non è di rango adeguato a certe menti? Un espediente linguistico per segnalare che quanto faranno non sarà come quanto hanno già fatto nel passato?

Ma in cosa si concretizza la sedicente formazione “alta”? Sostanzialmente in “nomi” prestigiosi presi principalmente dall’università, in “contenuti” di livello “alto”, talmente alto da raggiungere la rarefazione dell’atmosfera alta, concettualizzazione raffinate che più che essere di aiuto alle persone che dovranno apprendere soddisfano il narcisismo di chi progetta e di chi insegna. Una formazione, sostanzialmente, lontana dal suo utente.

Alla formazione “alta” preferisco, quindi, quella “bassa”; quella che si pone al livello di chi deve apprendere, quella che si mette in ascolto dei suoi bisogni, quella che consente di interagire con le menti, le prospettive e le rappresentazioni di coloro che abbiamo davanti.

Per il futuro sono disponibile solo per bassa formazione.

lunedì 17 settembre 2007

Meno soldi si spendono per la formazione , meno sprechi si fanno

La questione dei pochi soldi per la formazione ritorna puntualmente ogni volta che esiste un problema: più formazione e, naturalmente, più soldi per farla.

Tra un paio d’anni saranno 30 gli anni da me passati, a vario titolo, nel mondo della formazione e dopo averne viste e fatte di cotte e di crude posso affermare, senza tema di smentita, che di soldi per la formazione se ne spendono fin troppi.

Primo, perché in molte situazioni non è la formazione la soluzione al problema; secondo, perché è davvero forte l’interesse per i finanziamenti per la formazione e molto meno per la formazione in quanto tale.

Potrei, anche, aggiungere che più che maggior formazione è necessario fare più “buona formazione”. Lapalissiano, ma non è così. E qui mi trattengo.

La stura per questo post mi è stata data da affermazioni comparse nei quotidiani di ieri in ordine al prepensionamento di tanti (anziani) dipendenti pubblici per far posto a giovani con scolarità più elevata ed sulla necessità di formare di più i pubblici dipendenti per rendere maggiormente efficiente ed efficace la PA.

Vorrei, a questo punto, offrire un mio modesto contributo alle analisi delle problematiche che si incontrano quando si vuole fare formazione per la PA, per evitare sprechi. Ho lavorato abbastanza nel settore per avere una idea personale (non necessariamente la verità o un parere autorevole).

  • Nella PA ci sono molte persone che vogliono davvero lavorare meglio, rendendosi conto delle molte criticità presenti. Ho trovato, quindi, molte persone motivate e volenterose di apprendere. La condizione di base per fare formazione;
  • Tra chi progetta e gestisce formazione nella PA ho trovato molte persone competenti e motivate, nonostante un contesto non favorevole, a fare formazione utile. Una seconda condizione per fare buona formazione
  • In parecchie occasioni la formazione, se va oltre la tecnicalità delle procedure, cioè quella che più esplicitamente è orientata al cambiamento ed all’innovazione, è fonte di frustrazione per chi partecipa perché gli scenari prospettati in aula non sono quelli che si trovano sul posto di lavoro: impari una cosa che non serve.
  • Ciò che determina le pratiche organizzative non è il bisogno del cittadino utente ma le idee e le “esigenze” del politico di turno veicolate e rese operative tramite la dirigenza da lui incaricata;
  • Prima che le competenze degli operatori, va cambiata la cultura e la pratica organizzativa ma questa, molto difficilmente, cambierà. I fatti ed il perché sono sotto gli occhi di tutti

Conclusione: meno soldi si spendono per la formazione (non solo nella PA), meno sprechi si fanno.

venerdì 22 giugno 2007

Le vacche di Mussolini a Macerata

Volendo scrivere sul Congresso SIEL, mi sono venute in mente le battute fatte a Napoli tra colleghi saputo che ci saremo rivisti a Macerata: tu di cosa parlerai? e tu? e tu? Pare che le solite quattro vacche che la buonanima esibiva nelle occasioni in cui si doveva mostrare l’opulenza del regime, girino anche per i convegni “scientifici” (Napoli compreso). La “vacca” che io porterò a Macerata è Copernicus-Pionieri, oggetto di almeno 3 o 4 paper presentati in contesti più o meno prestigiosi.

Ma - qui mi faccio serio – come ci insegnano i teorici del criss-cross-landescape (da Wittgenstein in avanti, costruttivisti compresi), un artefatto, una realtà, non possono avere una sola lettura ma sono per loro stessa natura multi-dimensionali, poli-prospettici.

Una di queste prospettive da cui traguardare Pionieri sarà l’oggetto del paper che mi è stato accettato al Congresso SIeL di Macerata (4 – 6 luglio).

Ho voluto dare questo taglio perché, spesso, si sente dire (anch'io lo dico spesso e volentieri) che gli usi didatti delle tecnologie non sono guidati da intenzionalità pedagogica, che anche quando si parla di subordinare la e al learning, la cosa rimane nel limbo delle buone intenzioni, che ci si riferisce al costruttivismo e si fa altro. Ebbene, con il paper voglio descrivere il percorso concettuale lungo cui si è dipanata una iniziativa di didattica con le tecnologie.

Il contributo presenta, infatti, il percorso concettuale che è stato seguito in Copernicus-Pionieri per usare le tecnologie a supporto della didattica e per far derivare la scelta tecnologica da considerazioni pedagogiche e didattiche. Il paper si intitola, infatti: “Scelte tecnologiche guidate da scelte pedagogiche e didattiche, il caso Pionieri”

Il percorso concettuale si snoda attorno a questi passaggi:

  • i bisogni, problemi, gli obiettivi della FP
  • le competenze correlate e le funzioni cognitive da sostenere
  • le scelte pedagogiche e didattiche
  • il contributo del costruttivismo
  • le tecnologie nel costruttivismo
  • un framework concettuale
  • le strategie di apprendimento
  • la conclusione: i fondamenti di una buona didattica con le tecnologie.

Sarò più dettagliato la prossima volta. Se faccio un post troppo lungo Antonio Fini mi mette in castigo (e spero di aver azzeccato l’immagine)!!!



venerdì 8 giugno 2007

In lungo ed in largo (per i luoghi dell’apprendimento)

E’ oramai entrata nel linguaggio corrente l’espressione Life Long Learning

a designare l’approccio, la filosofia della formazione che è necessario adottare nella società della conoscenza e bla …bla…

Io vorrei che si aggiungesse alle tre L anche un W, che starebbe per Wide, ampio, largo. Cioè apprendere non solo lungo la dimensione tempo ma anche in quella spazio.

Sono numerosi i luoghi dell’apprendimento, le situazioni ed i modi in cui apprendiamo. La scuola è solo uno di questi.

Basta solo che ci soffermiamo un attimo a riflettere su come abbiamo affrontato un problema per il quale non avevamo tutte le conoscenze necessarie a risolverlo, su come abbiamo soddisfatto un nostro bisogno di apprendimento. Forse, la frequenza di un corso la metteremo in uno degli ultimi posti della lista, come è successo in due occasioni formative (slide 5 e slide 4).

Una sintesi sul come apprendiamo nella vita di tutti giorni:

  • Mi informo presso le persone vicine
  • Osservo
  • Consulto un amico
  • Chiamo un esperto
  • Contatto colleghi
  • Discuto in gruppo
  • Telefono a qualcuno
  • Cerco esempi pratici
  • Partecipo a convegni, seminari, corsi
  • Autoapprendimento
  • Attraverso letture quotidiane
  • Scambio di esperienze e conoscenze
  • Rifletto sulla mia esperienza, stacco .... e rifletto
  • Ricercai informazione in Internet, Wikipedia
  • Consulto pubblicazioni specialistiche
  • Partecipo a forum e newsgroup
  • Consulto materiali che ho a disposizione
  • Studio individuale
  • Mi metto in isolamento
  • Rielaboro informazioni
  • Compro un libro
  • Sperimento, faccio pratica

Particolare, rispetto alla formazione strutturata, anche il come organizziamo il nostro apprendimento:

  • Sul lavoro
  • Fuori del lavoro
  • Per fasi molto brevi
  • Quando serve
  • Mescolando apprendimento e lavoro

Ecco cosa emerge consultando, non esperti o dotte e costose ricerche, ma la semplice esperienza di persone normali.

Con questo non voglio negare l’importanza dell’istruzione formale, voglio evidenziare che quella informale riveste un ruolo molto, ma molto, importante nel nostro apprendimento.

Non so come sia stato calcolato, ma secondo uno studio del Ministero del Commercio USA (già citato in questo blog), ben l’85% della conoscenza che usiamo sul lavoro e nella vita di tutti i giorni non è stata sviluppata a scuola.

Navighiamo, quindi, in lungo ed in largo per il tempo e lo spazio del nostro apprendimento.

Porte aperte al Life Long & Wide Learning.

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martedì 5 giugno 2007

La governante cognitiva

E’ con questa metafora che gli inglesi designano la riflessione: cognitive housekeeper. Ciò che mantiene in ordine il nostro sistema cognitivo mettendo assieme le conoscenze che abbiamo già con quelle nuove che “introduciamo” durante il processo di apprendimento.Se è vero, come è vero, che il pensiero (e non altro) è la “benzina” dell’apprendimento, la riflessione potrebbe essere considerata il suo motore.

E’ il costruttivismo a darci prova di come l’apprendimento avvenga per costruzione, appunto, di una nuova struttura cognitiva che si origina quando le vecchie conoscenze si mescolano con le nuove, come in una vasca d’acqua che ha un suo colore, diciamo bianco, e che a seguito dell’immissione di altro liquido colorato, diciamo rosso intenso, cambia in rosa pallido.

Non si apprende, nuova metafora, con l’aggiunta di nuovi mattoni ad un muro pre-esistete (comportamentismo).

Il processo di “mescolamento” coincide il processo di riflessione che, lo sperimentiamo quotidianamente, ci fa apprendere. Se leggiamo un libro, ascoltiamo una conferenza, non impariamo perché leggiamo o ascoltiamo, ma perché riflettiamo su quanto abbiamo letto o ascoltato. Mettiamo in moto il nostro pensiero.

Ecco perché non è il far ripetere qualcosa ad un nostro allievo che lo aiuta ad apprendere ma alcune nostre domande ben poste che obbligano a pensare ed a dire o scrivere qualcosa, il frutto della riflessione (o, come dicono i costruttivisti, la rappresentazione dell’apprendimento).

Normalmente, anche al termine di una lezione di una giornata, ma anche di mezza giornata, pongo alla mia classe una domanda tipo: “cosa avete imparto oggi?” o “come pensate di applicare le cose su cui abbiamo lavorato?”.

Una paio di domande o una scheda di fast feedback su cui fissare le idee per iscritto.

In percorsi formativi più lunghi uso sistematicamente il learning journal noto anche come reflective journal.

Le tecnologie ci offrono molti strumenti per favorire la riflessione: dai “normali” forum usati allo scopo, ai constrained forum come FLE3, CBoard ed il modulo forum per Moodle sviluppato all’Università di Firenze (Giovanni ci potrebbe dire qualcosa di più), al modulo diario di Moodle ed al modulo Journal di LAMS, tanto per fare alcuni esempi.

Anche il processo di costruzione del portfolio è un potente strumento di riflessione. In una versione tecnologica potremo usare uno dei diversi tool di e-portfolio (qualcuno ne sta usando? Io non ancora).

Su SlideShare ho appena pubblicato una serie di slide sul tema. Sono la versione .ppt di un file che ho ritrovato nel mio repository e che avevo usato per stampare su acetato i vecchi trasparenti per lavagna luminosa (si, una volta – anche meno di 10 anni fa – facevamo così ed era già una rivoluzione rispetto ai vecchi fogli di acetato scritti con pennarelli multicolore…..). E’ l’organizzazione di alcuni concetti tratti dalla letteratura che ho fatto intorno al 2001.

Alla nostra governante (cognitiva) dedico questo mio centesimo post in questo blog.



venerdì 1 giugno 2007

Apprendere (con e senza le tecnologie)

Nuovo nome, una più spinta focalizzazione sull’apprendimento. Sempre le tecnologie anche se … non necessariamente. Stesso stile redazionale (il mio, non saprei fare diversamente). Stesso URL per ragioni pratiche. Nuova grafica (template di Bogger, il massimo che mi posso concedere).

Questo il “cambiamento” del mio reflective journal condiviso.

Molte le tematiche su cui ancorare la mia riflessione. La conoscenza e l’apprendimento nelle sue molteplici sfaccettature ma, anche, il contesto sociale, culturale istituzionale in cui si sviluppano, con le loro forze facilitanti e con quelle ostacolanti.

Le ragioni e gli scopi della formazione.

Lobby, business, mafiette. Istituzioni, accademia e “liberi” pensatori. Quest’ultima, la comunità cui appartengo, ne per scelta ne per ripiego.

Così va la vita, diceva Vonnegut

mercoledì 23 maggio 2007

La formazione non serve

Perché fare formazione?

Questo, in sintesi, il cuore del problema di una animata chiacchierata fatta ieri con una bravissima ed entusiastica collega che lavora presso una scuola di formazione per la Pubblica Amministrazione che lavora su grossi numeri.

Tutto è partito quando lei cita i Learning Object e, come i miei 4 manzoniani lettori possono ben immaginare, come una molla è scattata la mia obiezione.

Quindi numerose parole sul perché i LO (…. 1.500 utenti da formare sugli stessi temi, poco tempo a disposizione, argomento dato….), sul perché non si può fare una didattica più aperta, magari, anche, collaborativa (serve più tempo, più soldi, i capi non la capirebbero …).

Domando, quindi, quale sia l’efficacia della formazione basata sui LO, cosa abbiano imparato al termine dell’aver sfogliato le pagine degli stessi, cosa sappiano fare meglio dopo aver lasciato i banchi di scuola ed essere ritornati alla scrivania.

La risposta: noi non facciamo una valutazione così approfondita, noi non rilasciamo attestazioni di competenza, noi rilasciamo “attestati di partecipazione” e ci limitiamo a rilevare la “soddisfazione” dei partecipanti e questa è sempre elevata.

Cliente soddisfatto, committente assicurato.

Domando, ancora, “la formazione deve, insomma essere consolatoria? Fare felici le persone? Non farle lavorare meglio?”

Replica: “non è questo (sviluppare un saper fare professionale, ndr) il mandato del committente. Dobbiamo fare formazione “di base”.

La nostra amabile ed interessantissima conversazione si sposta sulle ragioni per cui si fa la formazione essendo, io, convinto, che ha senso fare formazione solo se c’è un qualche miglioramento di pratica lavorativa da promuovere, se ci sono compiti nuovi da far apprendere tanto a livello individuale, quanto collettivo, se cosa si fa in aula ha un riscontro diretto sul lavoro.

Nuova replica: “Quasi mai il committente ci formula richieste così precise (dei task professionali su cui lavorare); ci viene chiesto di fare una formazione generale, trasversale, di base, sperando che poi i partecipanti ne sappiano fare qualcosa quando ritorneranno al lavoro, di trasferire un insieme di conoscenze (commento: forse conviene chiamarle “informazioni”, le “conoscenze” sono altro) …” . Una formazione, commento io, svincolata dal contesto.

Ecco il problema: si fa formazione “generale” e si lascia al partecipante il compito di “trasferire”.

Mi domando: cosa si può “trasferire” se non è mai stato insegnato? Se c’è qualche transfer da attivare, perché non lavorare direttamente su quel compito, su quella abilità su quella competenza? Se non c’è, perché fare formazione? Perchè stare sul generico?

La (mia) conclusione della conversazione: chi sia appresta ad ideare, progettare, sviluppare e realizzare una attività formativa ha, spesso, le mani legate da input inadeguati del committente che formula male il proprio bisogno di formazione e la sua expertise deve essere finalizzata al compiacere (= fare felice) il committente. Per poter fare “buona formazione” è necessario poter intervenire nel momento in cui si decide di fare formazione per orientare la formazione su obiettivi sensati e per farsi dotare di risorse adeguate agli obiettivi.

Cara collega, che mi leggerai di sicuro, passami qualche imprecisione. Credo che il “succo” ci sia tutto. Grazie per l’opportunità di riflessione

In chiusura un breve recupero metodologico. La letteratura riporta ampie evidenze che:

  • più la formazione è generica (= svincolata dal contesto), meno è efficace;
  • più il contesto di formazione è simile a quello di lavoro, maggiore è la possibilità che si applichi (sul lavoro) quanto si è appreso (a scuola).