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giovedì 13 marzo 2008

… come un libro stampato

Fresco fresco di udienza alla scuola di mio figlio. Mi fa riflettere una affermazione di una insegnante relativamente al profitto degli studenti: alcuni bene, altri meno; i compiti di una studentessa sembrano un libro stampato!

Capisco che uno studente che è bravo ti gratifichi in quanto conferma il tuo valore di insegnante: è bravo lui, sono bravo io.

Una gratificazione non da poco nel clima che circonda la scuola al giorno d’oggi (per inciso, mio figlio, ....è molto critico [nei suoi confronti] e ciò è antipatico. Concordo e sottoporrò il giovane ad adeguato trattamento “terapeutico”).

Ma, mi domando, se uno studente scrive “come un libro stampato” cosa avrà veramente capito? Cosa ci sarà di suo in quel che ha scritto? Cosa sarà in grado di fare con quello che ha, in questo modo, imparato?

Mi rincuoro ri-citando Jonassen: …. sarà anche possibile far si che egli studenti apprendano cosa noi vogliamo, ma in futuro ricorderanno ed useranno solo ciò che per loro ha un senso.

lunedì 25 febbraio 2008

Tecnologie per l’apprendimento significativo

Si parla (ancora) tanto del superare la e (dell’e-learning) e di concentrarsi sul learning, ma come fare? Quali potrebbero essere i concetti più utili per questa ri-centratura?

La letteratura ne offre numerosi ed io stesso faccio riferimento ad un elenco quasi infinito. Qui qualche scheda non proprio aggiornata ma pur sempre buona per iniziare una esplorazione più completa.

La sintesi che però più mi convince è quella che fa Jonassen nel suo ultimo libro Meaningful Learning with Technology e cioè, l’apprendimento significativo.

Nel filone costruttivista, l’apprendimento è significativo quando ciò che si apprende ha un senso per la persona che lo ha appreso; ha un senso se con quanto ha appreso la persona è in grado di fare qualcosa.

Secondo Jonassen, usare le tecnologie per sostenere l’apprendimento significativo vuol dire usarle per

  • investigare
  • esplorare
  • scrivere
  • costruire modelli
  • costruire comunità
  • comunicare con altri
  • progettare
  • visualizzare

Molto efficace questa sua argomentazione” “…. sarà anche possibile far si che le persone apprendano cosa noi (insegnanti) vogliamo, ma in futuro ricorderanno ed useranno solo ciò che per loro ha un senso”.

Chiaro, no?

Qui qualche passaggio dal libro di Jonassen.

giovedì 21 febbraio 2008

E dagli in testa a sta’ scuola

Non passa giorno che qualcuno (autorevole s’intende, non il primo blogger che passa per internet) non dispensi mazzate sui così detti della scuola. Papini proponeva di chiuderla già 90 anni fa; Jonassen proponeva di togliere l’obbligo scolastico in modo che trovandosi senza clienti la scuola si svegliasse da sé; Venter (quello cha decodificato il DNA) ironicamente dice che se è diventato quello che è il merito è della scuola che non ha distrutto la sua voglia di imparare. Biondi afferma che in questi ultimi 100 anni la scuola è rimasta sostanzialmente uguale a se stessa. E l’elenco potrebbe continuare.

Fresca fresca di ieri è la voce di Pennac che ha riempito quotidiani e TG con il suo ultimo libro “Diario di scuola” (Feltrinelli) in cui il tratto conduttore, leggendo le recensioni e sentendo le interviste, pare sia il paradosso dell’essere ultimi a scuola ma primi nella vita.

In un TG, poi, una lunga sequela di personaggi famosi che se la scuola avesse predetto il loro futuro sarebbero stati certamente obbligati a dormire sotto i ponti, ma invece …..

Che quella di sparare addosso alla scuola non sia l’ultima moda (che dura, però, da cent’anni) imputandole tutti i problemi della società? Francamente un po’ lo credo anch’io ma non credo che chi spara lo faccia a caso o per animare sentimenti populistici.

Le ragioni ci sono. Detta in breve: la scuola prepara ad una cosa e la società domanda altro. Un solo esempio: la scuola insegna a ripetere informazioni ma la società chiede persone capaci di risolvere problemi.

L’elenco potrebbe continuare.

Di sicuro non si può fare di ogni erba un fascio. Ci sono molti (ma non moltissimi) insegnanti che la scuola proprio non se li merita, ma nel suo insieme la scuola è ancora largamente inadeguata alle attese della società. La scuola è una istituzione conservatrice; molti soggetti influenti ( e tra questi metterei i sindacati) sono conservatori. Se dall’esterno il sistema politico è praticamente impotente, dal suo interno la scuola non si aiuta manifestando sempre atteggiamenti auto-difensivistici.

Cosa ci resta? Cosa ci può dare qualche speranza? Per adesso qualche enclave di eccellenza, qualche insegnante che sulla base di una propria personale etica di servizio verso il povero studente fa qualcosa. A proprio esclusivo rischio e pericolo.

_____________

PS. Alcune posizioni sulla discontinuità scuola-vita reale

da: G. Marconato, E-learning (?) senza Learning Object: un approccio per attività di apprendimento (in stampa)

Il transfer dell’apprendimento dal contesto scolastico alla vita reale

Numerose ricerche dimostrano che il transfer dell’apprendimento sviluppato in contesti scolastici a quelli della vita reale è strettamente correlato con il grado di somiglianza dei due: più sono “simili” maggiore sarà la capacità della persona che ha appreso di usare le conoscenze sviluppate a scuola nelle situazioni reali in cui quelle conoscenze potrebbero essere utilizzate.

Il problema si pone in quanto il contesto di apprendimento scolastico è profondamente differente da quello reale di utilizzo della conoscenza.

Quattro secondo Resnick (1987) le cause di questa discontinuità: Cognizione individuale a scuola e condivisa fuori, attività mentale pura a scuola e manipolazione di strumenti al di fuori, manipolazione di simboli a scuola e ragionamento contestualizzato nella vita reale e, per finire, apprendimento di principi generali a scuola verso competenze specifiche richiese nella attività del mondo reale.

Jonassen (2002) afferma che “Le concezioni dell'apprendimento nei contesti educativi formali e quelli presenti nei contesti professionali e della vita di tutti i giorni (la vita reale) sono diametralmente opposti. Nelle scuole, nelle università e nella formazione aziendale, l'apprendimento è basato su contenuti, è fortemente organizzato e strutturato da regole e formalismi astratti…… (nella vita reale) l’apprendimento è basato su attività, non su contenuti. L'apprendimento è situato nei problemi che le persone stanno cercando di risolvere e le tematiche da apprendere emergono da quei problemi. L'apprendimento e la soluzione di problemi nel mondo reale si poggia sulla conoscenza distribuita in una comunità di pratica.”

Resnick L. B. 1987 learning in School and Out, in “Educational Researcher” 6 (9); traduzione italiana Imparare dentro e fuori la scuola in C. Pontecorvo, A.M. Ajello e C. Zucchermaglio (a cura) I contesti sociali dell’apprendimento, LED 1995

Jonassen, D.H. (2002). Engaging and supporting problem solving in online learning.

Quarterly Review of Distance Education, 3 (1), 1-13.

mercoledì 20 febbraio 2008

Chiudiamo la scuola

Strane coincidenze. Girovagando tra i blog che mi onorano di un inserimento nel loro blogroll, mi imbatto in Liberi dalla forma, il primo blog neo-futurista e neo-umanista come lo definisce l’autore, Antonio Saccoccio.

La mia attenzione è attirata da un post (che non riesco a linkare ma è del 29 gennaio, cercatelo) in cui cita un brano di Giovanni Papini del 1914 (si, uno, nove, uno, quattro) dal titolo “Chiudiamo la scuola” in cui si ritrovano, poveri noi!!!, molte delle considerazioni che ancora oggi facciamo della scuola, sull'inadeguatezza della didattica trasmissiva e della necessità di favorire maggiormente lo sviluppo creativo degli studenti.

In altro post, il Nostro (Antonio) afferma di non condividere l’esortazione di Papini di chiudere le scuole. Ricordo che una affermazione simile la ha fatta Jonassen a commento, da me sollecitato, del PISA. Passano gli anni, diversi sono i riferimenti culturali (Jonassen è un democratico – nel senso USA - e progressista), ma i problemi sono sempre gli stressi.

Qualcosa vorrà pur dire …..

Mi piacciono alcune riflessioni di Antonio anche se non mi sento di condividere quella che mi pare la essere la sua matrice culturale mirabilmente espressa in questo passaggio:

Oggi gli insegnanti netfuturisti, consapevoli dei danni causati dal modello scolastico gerarchico-trasmissivo, intraprendono una decisa battaglia per dare la sveglia all'intera categoria. Essere ribelli oggi è un dovere per un insegnante italiano. Essere ribelli ed insegnare ai loro studenti ad essere ribelli e non servi del potere.

A noi!!!

lunedì 14 gennaio 2008

La mia (piccola) epistemologia

Anche recentemente in una animata discussione sui LO, un bravo collega ha inteso il mio atteggiamento che solo eufemisticamente potremo chiamare “severo” verso e-learning e LO, cioè il delivery-mode di uso didattico delle tecnologie, come una forma di odio verso le tecnologie, la conseguenza di "problemi" che avrei avuto a loro causa o un non credere nell’utilità didattica delle stesse. Non è la prima volta che le mie posizioni teoretiche su didattica e tecnologie vengono scambiate per un rigetto.

Cerco, quindi, di chiarire ed esplicitare il mio pensiero sulla questione e racconto per flash alcuni elementi della mia storia epistemologica e professionale.

Premessa:

  • io credo fortemente all’utilità della scuola e della formazione ed è per questo che prendo spesso posizioni decise quando vedo che si fa cattiva o pessima scuola e formazione, quando vedo che si fa formazione perché si ha la capacità di ottenere finanziamenti ed il problema diventa come spenderli, quando vedo formazione che non genera la capacità di fare qualcosa con ciò che si ha imparato;
  • io credo altrettanto fortemente all’utilità didattica delle tecnologie ed è per questo che ho lo stesso atteggiamento quando vedo usi pessimi delle tecnologie, usi che non portano ad alcun apprendimento o ad un apprendimento debole, quando vedo usi poveri delle tecnologie, usi, cioè che ad essere gentili si possono definire di editoria digitale, non certamente formativi, quando vedo operazioni pubbliche motivate solo dalla spesa del denaro pubblico in una collusiva opera spartitoria;
  • mi incazzo perché vedo che con pessima scuola, pessima formazione, pessimo uso delle tecnologie, le persone perdono fiducia nella scuola, nella formazione e nelle tecnologie e quando li hai fregati una volta, non li freghi più. Ed io voglio continuare ancora a lavorare nella scuola, nella formazione anche, ma non necessariamente, con le tecnologie (anche se, a conti fatti, sarebbe più produttivo colludere);

Credendo, quindi, nella formazione e nelle tecnologie mi sforzo di capire perché si faccia cattiva scuola/formazione e cattivo uso delle tecnologie e come si possa migliorare. Facendo questo, fin dai primi momenti di attività professionale, non privi di insuccessi dovuti anche alla mia inesperienza ed all’aver sottovalutato la difficoltà del fare formazione, mi sono guardato in giro, ho cercato di capire le ragioni dei casi di successo e di insuccesso, ho seguito lo stato dell’arte sugli studi contemporanei sull’apprendimento e sull’insegnamento.

Di formazione comportamentistica (come non esserlo, considerato l’ambiente in cui si viveva?), mi sono interessato sempre più spesso al costruttivismo nelle sue diverse espressioni, studiando il lavoro dei “padri” come Piaget, Vygotskij, Dewey, ed arrivando ai contemporanei come Brown, Collins, Duguid, Jonassen, Schank, Lave, Spiro, Bransford, Scardmalia, Bereiter, Wenger … per fare solo qualche nome.

Ho guardato alle applicazioni in tutto il mondo delle loro concettualizzazioni; mi sono reso conto come concetti come conoscenza situata e distribuita, come apprendimento significativo ecc… (vedi il mio “lemmario” appena iniziato) fossero di grande attualità ed utilità.

Mi sono reso conto come le tecnologie esprimessero tutto il loro valore solo all’interno di un pensiero e di una pratica costruttivista

Nel mio piccolo ho tentato delle applicazioni di quei concetti e devo dire che i risultati non sono mancati.

Per venire al nocciolo della questione e con questo chiudere, la mia riflessione e la mia pratica, da qualche anno sono focalizzate su come andare oltre l’e-learning ed i learning object che replicano modelli didattici di cui è stata ampiamente dimostrata l’inadeguatezza, al limite del fallimento, per trovare soluzioni potenzialmente più ricche e più efficaci.

Ho messo a punto, con limitata (purtroppo) sperimentazione un mio approccio basato, per semplificare, su “attività di apprendimento” e mi piacerebbe sperimentare in modo più ampio approcci come i Cognitive Flexibility Hypertexts, il Case-based Reasoning, il Distribuited Problem-based Learning, i Database of Stories, i Goal-based Scenarios, il Troubleshoting, ambienti si apprendimento supportati da tecnologie su cui ho lavorato (brevemente) con Jonassen in una esperienza di lavoro ed apprendimento.

Ecco perché non mi accontento di fermarmi ai learning object e sulla formazione a distanza basata sulla distribuzione di contenuti.

sabato 12 gennaio 2008

Forme naturali di apprendimento

Decenni di istruzione a distanza e solo pochi anni del così detto e-learning hanno provato senza ombra di dubbio che la distanza (anche se mediata dalle tecnologie) introduce un ostacolo o un impedimento all’apprendimento dovuto, appunto, al fattore distanza, alla “solitudine” in cui dovrebbe venire l’apprendimento, alla difficoltà a mantenere la motivazione, alla incapacità di organizzare e seguire un piano di lavoro in un ambiente di studio non strutturato.

D'altro canto, la formazione a distanza e, comunque, le forme di apprendimento libere, aperte, accessibili a bisogno sono di vitale importanza per l’apprendimento continuo, per quello che è noto come il life-long learning. Il just-in-time learning è una delle modalità spontanee attraverso cui le persone apprendono.

Come poter organizzare ambienti di apprendimento che, nella considerazione delle maggiori difficoltà di gestione di un percorso di apprendimento autodiretto, consentano, comunque, alle persone di intraprendere, con successo, un percorso di apprendimento aperto?

Una possibile soluzione, a mio avviso, sta nel ricorrere alle forma naturali di apprendimento, quelle che hanno caratterizzato il nostro apprendimento fin dai primi momenti della nostra vite e che, con strategie più sofisticate, caratterizzano il nostro apprendimento lungo tutto l’arco della nostra vita.

Le persone, come fa notare Roger Schank (1995, 2004), adottano fin dalla nascita e naturalmente, strategie di apprendimento basate sul fare, su tentativi ed errori, “…questi meccanismi sono goal-dominated. …non si impara per conoscere qualcosa, ma per fare qualcosa: è il learning by doing (Schank 2004 p. 261). L’apprendimento è, naturalmente, guidato dal bisogno di fare. La conoscenza è guidata dall’azione. Agire e conoscere sono intimamente connessi. Sempre secondo Schank, è dal periodo della scuola che il conoscere viene staccato dal fare.

Molte delle strategie didattiche adottate nella formazione a distanza, ed in modo esasperato nell’e-learning, non fanno altro che replicare modelli scolastici di didattica (Jonassen 2002) organizzata attorno alla distribuzione di contenuti (in aula lo fa l’insegnante, nell’e-learning lo fanno il PC ed Internet) astratti da ogni loro uso.

da: G. Marconato (in stampa), E-learning (?) senza Learning Object: un approccio per attività di apprendimento. Abstract qui . Paper Bolzano 07. Conversazione sugli usi didattici delle tecnologie.

Approfondimenti in: G. Marconato, (in stampa), Un approccio multi-tool imperniato su Moodle per migliorare le attività di insegnamento e di apprendimento: il caso del Sistema Copernicus - Pionieri della Provincia Autonoma di Bolzano. Paper MoodleMoot07. Anteprima qui.


mercoledì 5 dicembre 2007

PISA, la scuola che pende (e prima o poi andrà giù)

Avete presenti i dati dello studio PISA? La scuola italiana che continua lo slittamento verso le zone basse della classifica mondiale, la sua collocazione appena sopra di Grecia, Bulgaria e Romania.

Chi meglio di Jonassen potrebbe darci alcuni suggerimenti su come migliorare il nostro sistema scolastico, uscito alquanto malconcio dallo studio PISA?

Jonassen, che in questi giorni è a Bolzano per una serie di seminari per la formazione professionale è uno dei più accreditati scienziati internazionali che si occupano di scuola e formazione. 20 libri pubblicati negli ultimi 12 anni, decine di saggi pubblicati nelle più prestigiose riviste scientifiche internazionali, Jonassen si occupa di come sia possibile migliorare il “prodotto” della nostra scuola studiando come le persone apprendono e come si possa insegnare nel modo più efficace. Conosciuti ed applicati in tutto il mondo i suoi studi su come sia possibile migliorare l’apprendimento usando le tecnologie. Questa è l’area della consulenza che Jonassen sta dando alla Provincia di Bolzano.

Gli ho chiesto come, dal suo punto di osservazione a respiro internazionale, sia possibile agire per arrestare il declino sancito dallo studio PISA.

Due i punti su cui Jonassen ritiene sia indispensabile intervenire: gli assunti pedagogici e didattici su cui si basa la scuola e le competenze degli insegnanti.

La scuola dovrebbe preparare alla vita: mi piace crederlo, afferma Jonassen, perché la sua funzione non è mai cambiata, ma, purtroppo, non lo fa. La scuola dovrebbe supportare l’apprendimento ma non lo fa; la scuola prepara a … finire la scuola. La scuola prepara a memorizzare ed a ripetere informazioni, ma nella vita noi tutti dobbiamo risolvere problemi ma a questo la scuola non prepara.

La scuola insegna a conoscere le diverse discipline, non ad usare le discipline. Insegna matematica ma dovrebbe insegnare a pensare e ad agire come un matematico. Il risultato è che finita, con successo, la scuola si sa tutto in molte discipline ma non si sa cosa farsene di quelle discipline; sappiamo risolvere equazioni ma non sappiamo cosa siano ne a cosa servano se non a risolvere equazioni più complesse. La scuola dovrebbe insegnare a fare esperienza con la soluzione di problemi, non a studiare i contenuti messi gerarchicamente in fila nei libri di testo e nei programmi scolastici.La scuola dovrebbe, quindi, abbandonare il curricolo ed orientarsi alla soluzione di problemi.

Nelle nostre università in Missouri, continua Jonassen, i nostri studenti ottengono valutazioni di prestazione sempre superiori alla media nazionale; le nostre università da anni hanno abbandonato il curricolo e fanno didattica orientata alla soluzione di problemi.

Per questa scuola l’insegnante deve agire come un risolutore di problemi: questa è la sua primaria missione. Tutti i giorni, in classe, l’insegnante si trova a dover far fronte a numerosi e sempre diversi problemi di apprendimento, deve diagnosticare problemi e risolverli. Sono problemi di diagnosi, di progettazione, di pianificazione, di azione strategica. La classe è dinamica, i problemi cambiano di continuo e vanno affrontati in modo dinamico. Parecchi insegnanti, lo abbiamo rilevato attraverso numerosi studi, afferma Jonassen, hanno solo vaghe idee di cosa significhi apprendere e, di conseguenza, insegnano in modo altrettanto approssimativo. Le carenze della scuola sono spesso mascherate perché è difficile valutare cosa una persona abbia appreso. I nostri studenti lasciano la scuola senza che la scuola sia in grado di dire cosa abbia prodotto.

La conclusione di Jonassen? Solo se si comprendesse meglio l’apprendimento, la scuola sarebbe in grado agire meglio il proprio ruolo.

E, con un velo di pessimismo, considerato il suo orientamento progressista, afferma che la via più veloce per migliorare la scuola sarebbe quella di eliminare l’obbligo scolastico, gli studenti scapperebbero da una scuola che non serve e la scuola si dovrebbe rinnovare per mantenere i propri “clienti”

domenica 18 novembre 2007

Apprendere con le tecnologie: un seminario pubblico


La settimana di didattica con le tecnologie della Provincia di Bolzano (3 - 7 dicembre) si conclude venerdì 7 a Bolzano, sala convegni della scuola professionale L. Einaudi, con un seminario pubblico (con traduzione simultanea).

Strategie didattiche per l'apprendimento significativo

Docenti: David Jonassen, Rose Marra, Jan van der Meij

Informazioni ed iscrizioni nel portale Apprendere con le tecnologie

lunedì 12 novembre 2007

Apprendere con le tecnologie: Meaningful learning with technologies

Sempre della serie: Learning Strategies , una ulteriore infornata di strategie sarà oggetto di un secondo workshop a Bressanone nell'ambito del progetto "Apprendere con le tecnologie". Questa volta la docenza sarà affidata a David Jonassen e le learning strategies affrontate saranno più di una e tra queste:

  • Concept Mapping of topics or cases
  • Case Library (Database) of Stories
  • Student-Constructed Video Documentaries
  • Instructor Analogies and Questioning Strategies
  • Student-produced wikis
  • Student Blogs about class topics
  • WebQuests
  • Alternative assessment strategies
Il riferimento è il recente libro di Jonassen "Meaningful learning with technologies"

Maggiori informazioni qui.

I lavori si svolgeranno in inglese. Alcuni posti per esterni sono ancora disponibili. Iscrizioni sul portale. Per maggiori dettagli: info@apprendereconletecnologie.it

mercoledì 7 novembre 2007

Apprendere con le tecnologie, un progetto, un portale


Una preoccupazione che ho sempre avuto, e questo blog ne è testimone, è quella di riflettere sugli usi delle tecnologie fondati su di una esplicita e solida base pedagogica e didattica.
Un fertile terreno per il perseguimento di questo obiettivo e di cercare di tradurlo in pratica mi viene offerto da anni dalla Provincia Autonoma di Bolzano.
Qui, aggregando 5 Ripartizioni provinciali, è stato attivato da alcuni anni il Sistema Copernicus, una infrastruttura provinciale di competenze e tecnologie per utilizzi didattici delle ICT.
In questo contesto, da un anno è attivo il Progetto Pionieri, con target la Formazione Professionale in lingua italiana. Il portale del progetto è un "ambiente" di supporto alla didattica ricco di risorse didattiche oltre che tecnologiche.
La volontà di "spingere" su usi pedagogicamente ricchi delle tecnologie, ci ha portati a concepire un progetto ambizioso: mettere a punto, con l'aiuto di alcuni dei più significativi protagonisti della scena internazionale, strategie didattiche per l'apprendimento significativo da utilizzare nella formazione professionale.
I riferimenti sono David Jonassen della University of Missouri e Ton de Jong della Twente University.
Il primo è certamente uno dei più autorevoli scienziati di psicologia cognitiva che abbiano fatto ricerca scientifica su come le tecnologie possono migliorare l'apprendimento.
Il secondo è, tra le altre cose, la persona che ha concepito e sviluppato l'ambiente per simulazioni SimQuest.
Il nuovo progetto si chiama: Apprendere con le Tecnologie.
Dopo alcuni mesi di lavoro (il progetto è in fase di sviluppo) si cominciano a vedere i primi risultati che saranno oggetto di alcune iniziative formative che saranno realizzate nella prima settimana di dicembre.
Alcune informazioni si possono trovare nel portale "Apprendere con le Tecnologie".
Dettagli sul progetto e sulle iniziative di dicembre a breve su questo blog, oltre che sul portale.

martedì 6 novembre 2007

Second Life nell'education: nuove perplessità

Un contributo all’approfondimento del tema, mi viene da una discussione che stiamo facendo all’interno del progetto “Apprendere con le Tecnologie” (portale di imminente rilascio) dove con Jonassen stiamo (a Bolzano) lavorando allo sviluppo di risorse per poter attivare nelle scuole professionali “Leaning Strategies for Powerful Learning”. Ne stiamo esaminando alcune e tra queste Students Build games in Second Life, a 3-Dimensional Virtual World.

Dallo scambio tra Jonassen, van der Meij ed i Learning Consultant del progetto (portale di imminente rilascio) emerge che:

  • È vero che gli studenti sono molto coinvolti ed il vantaggio è dato dalla motivazione; lo svantaggio è che sono troppo impegnati nella dimensione “gioco” ma perdono il senso dell’aspetto didattico: gli studenti apprezzano l’esperienza ma apprendono poco (Jonassen)
  • E’ difficile disegnare compiti che attivino apprendimento significativo (Jonassen)
  • Sono i meccanismi dell’indagine (inquiry) che sostengono l’apprendimento, alla condizione che ci sia qualcosa da indagare (Jonassen)
  • Lo sviluppo di giochi didattici è costoso e poco praticabile nella scuola (Jonassen)
  • Cosa aggiunge SL all’educazione? E’ alquanto difficile trovare una qualche ragione per cui SL nell’educazione sia un valore aggiunto (Van der Meij – Twente Uniuversity)
  • Se vogliamo usare le simulazioni, molto più utile sarebbe usare SimQuest (Jonassen)
  • Non ci sono ricerche affidabili – secondo i parametri scientifici - sul senso per l’apprendimento con SL, solo vaghe affermazioni (Pisanu e Bonaiuti)
Gli script della conversazione, nel forum su Second Life in "Orientamenti e Disorientamenti"

Le perplessità, quindi, aumentano ma il discorso rimane aperto perchè l'atteggiamento è, comunque, quello dell'esplorazione, con il giusto mix di curiosità, dubbio. Ne è prova la discussione che si sta svolgendo in Orientamenti e Disorientamenti dove si confrontano "entusiastici" e "scettici" alla ricerca di un senso

domenica 21 ottobre 2007

Tecnologie ricche e tecnologie povere

Nella comunità Ning Orientamenti e disorientamenti si sta discutendo sul fatto se sia possibile identificare tecnologie povere e ricche dal punto di vista del loro contributo diretto al processo di apprendimento.

Si parlava di blog didattici (una dicussione aperta da Giovanna) e Marcello Molino sosteneva che .... tecnologie opportunamente arricchite di scaffolds che, tra l'altro, stimolino l'esplicitazione e la consapevolezza dei processi cognitivi impiegati e supportino la riflessione metacognitiva non offrirebbero più opportunità in questo senso rispetto a tecnologie generaliste nate per tutt'altri scopi e per tutt'altri utenti? Ovvero, perchè utilizzare tecnologie pedagogicamente povere (scusate, ma tra queste metto il blog per primo) e non, piuttosto, impegnarsi a costruirne di più ricche e significative (secondo, ad esempio, le indicazioni di David Jonassen e dei suoi mindtools)?

La questione ci porta dritti dritti ai Cognitive Tools, alle tecnologie viste come strumenti che possono migliorare le nostre prestazioni cognitive, che ci possono far pensare meglio ed in questo modo, apprendere meglio. Quali sono queste tecnologie miracolose? Qualcosa tenuto nascosto fino ad ora in qualche laboratorio americano di scienze cognitive? La killer application che manda in pensione LMS, blog e wiki? Qualche diavoleria da web 3.0 o 4.0? Una versione tecnologica delle cassette che ci facevano imparare durante il sonno? Niente di tutto questo. Jonassen indica banalissimi ... database, fogli di calcolo, network semantici, sistemi esperti, strumenti per lo sviluppo di applicazioni multimediali, micromondi, strumenti di visualizzazione, computer conference …. Strumenti che abbiamo da sempre e che usiamo per altri scopi.


La questione che non è lo strumento ma come lo si usa ritorna, inesorabile, implacabile .

Per inciso ed a proposito di tecnologie abilitanti e facilitanti, Jonassen (che è uno psicologo cognitivo), nella sua visione delle tecnologie afferma che “ …. sono convinto che le tecnologie non rendano più facile l’apprendimento. Anche questo è un falso convincimento. Le tecnologie in quanto “strumenti cognitivi” non hanno lo scopo di rendere più facile il compito di apprendimento, come è l’obiettivo assunto dall’Instructional Design, ma richiedono a chi apprende di fare fatica mentale, a pensare in modo più duro, più impegnativo ai contenuti oggetto dello studio; sono strumenti di riflessione ed amplificazione cognitiva che aiutano lo studente a costruire la sua propria realtà.

In compenso, però, gli strumenti cognitivi rinforzano le abilità cognitive e sostengono chi apprende nel pensare in modo significativo e ad essere padrone della propria conoscenza, piuttosto che riprodurre quella dell’insegnante.

venerdì 12 ottobre 2007

Oltre i fallimenti dell’e-learning

Era mia intenzione recensire, dopo attento studio (una lettura, pur approfondita, non sarebbe bastata) il contributo di David Jonassen pubblicato nell’ultimo numero (47,5) di Educational Technology: “A Taxonomy of Meaningful Learning”, una sintesi di 10 anni di ricerca che lo porta a concludere che la massima forma di apprendimento significativo è il problem solving (Jonassen sarà a Bolzano la prima settimana di dicembre 07).

Sfogliando, però, la rivista mi imbatto in un contributo del nostrano Guglielmo Trentin dell’ITD di Genova (complimenti a lui per la prestigiosa pubblicazione) su un approccio multidimensionale alla sostenibilità dell’e-learning (A Multimensional Approach to E-learning Sustainability, pp. 36 – 40).

Più che le sue conclusioni e proposte (puramente ipotetiche nello scenario italiano, purtroppo), mi interessano le premesse da cui parte e che portano acqua al mio mulino (per inciso, mio padre Livio, mio nonno Giovanni, mio bisnonno di cui credo di non aver mai saputo il nome, erano mugnai… onore agli avi…).

Dunque, Trentin evidenzia che:

  • negli ultimi anni una grande quantità di risorse pubbliche è stata allocata ad iniziative di e-learning;
  • nonostante questi sforzi, non vi è alcun segno di un avvenuto consolidamento dell’uso didattico delle tecnologie.

Indipendentemente delle entusiastiche annuali previsioni sulla penetrazione dell’e-learning, uno sguardo più attento al fenomeno evidenzia due questioni ancora aperte:

  • l’e-learning non ha portato ad alcun significativo cambiamento nella realizzazione della formazione ed è ancora ancorato ai finanziamenti pubblici, a progetti pilota o ad iniziative personali
  • molti progetti, iniziati con grande entusiasmo e solide basi qualitative, sono stati abbandonati non appena i finanziamenti pubblici erano terminati.

La conclusione è che senza finanziamenti pubblici o sponsor privati, questo approccio non riesce ad auto-sostenersi. Detto altrimenti, sempre secondo Trentin, la qualità di quelle iniziative di e-learning era talmente povera da non giustificare i suoi costi.

Altre considerazioni del nostro: la principale ragione dell’adozione dell’e-learning stava (sta?) nel miraggio (suo il termine) del minor costo e proprio questo approccio ha portato allo sviluppo di e-elarning di bassa qualità.

Questo approccio, ed i suoi risultati, ha prodotto un consistente scetticismo se non repulsione da parte di coloro che ne hanno fatto esperienza ….

La conseguenza è stata il propagarsi di un messaggio di allerta anche tra coloro che non si sono mai coinvolti in simili iniziative.

Trentin si domanda se l’e-learning non sia stato solo un “flash in the pan” pronto ad essere sostituito da una nuova moda o se non abbia in sé le potenzialità di diventare qualcosa di sensato.

Concludo questo post con altre sue citazioni tratte dal lavoro di Seufert e Seufert e Euler che hanno investigato il tema:

  • i vantaggi dell’adozione dell’e-learning sono relativi ed i benefici derivati non sono ancora chiari (eccetto, forse, la speranza di tagliare i costi della formazione);
  • vi è sempre una grande difficoltà ad integrare l’e-learning nel contesto in cui lo si vorrebbe introdurre;
  • l’e-learning è percepito come una metodologia complessa da gestire e le sue sperimentazioni hanno fornito poche rassicurazioni in merito;
  • l’e-learning non è percepito come un mezzo per fare formazione della stessa qualità della formazione tradizionale.

Da incrociare con Who killed e-Learning?

Per non lasciare la curiosità su quale sia la proposta di Trentin, concludo, questa volta per davvero, indicando che si tratta di un modello multimensionale in cui sono strettamente interrelate ben otto dimensioni: pedagogica, professionale, socio-culturale, informale, di contenuto, organizzativa, economica e tecnologica.

Come dire: forse è meglio lasciar perdere l’e-learning e cambiare discorso (commento mio).

martedì 2 ottobre 2007

La scuola nuoce alla salute (cognitiva) degli studenti?

Leggo ne L’Espresso n. 39 del 4 ottobre, ora in edicola, che Craig Venter, quello che, per intenderci, ha decodificato il genoma umano, nella sua autobiografia afferma che, se ha conseguito i risultati che ha conseguito è perché non è stato rovinato dalla scuola: “Penso che tra gli elementi che tra gli elementi che hanno fatto di me uno scienziato di successo c’è stato anche il fatto che il sistema educativo non sia riuscito a distruggere la mia curiosità.…… mentre la creatività dei miei coetanei veniva distrutta dal sistema educativo, io facevo di tutto pur di mettere le mani su qualcosa da costruire …"

Il tema che la scuola faccia più male che bene ritorna spesso nella letteratura.

Ricordo anni fa, quando, negli States, iniziavano ad entrare nel linguaggio e nella pratica corrente strategie didattiche come l’apprendimento riflessivo, l’apprendimento attraverso l’esperienza, attraverso l’errore, il peer-teaching, era in voga l’espressione “Learning without teaching”. Apprendimento senza insegnamento. In quel periodo, nel movimento per una scuola democratica, veniva diffusamente usata una espressione che scimmiottava la prima: Learning despite teaching, apprendimento nonostante l’insegnamento.
Oltre la spiritosa battuta, si faceva notare come i risultati che la scuola, nonostante tutto, produceva erano solo limitatamente dovuti alle azioni didattiche intenzionalmente svolte dagli insegnanti ma, o erano frutto di processi casuali, non intenzionali, non guidati, o erano frutto del lavoro autonomo svolto dagli studenti. In ogni caso, con una limitata incidenza del ruolo svolto da parte dell’insegnante, con un rapporto costi/benefici (risorse spese per insegnare ed apprendimento conseguente) decisamente ridotto.

Ricordo, inoltre, il movimento pedagogico contrario ad una scuola focalizzata sulla valorizzazione della sola intelligenza “convergente” dimenticando quella “divergente”. Per non parlare di Gardner e le sue “intelligenze multiple”.

In questa riflessione ci può tornare utile il pensiero di Jonassen su “la vaga idea su come si apprende” qui ripresa. Jonassen afferma:
Faccio un esempio: gli insegnanti che incontro sono spesso esperti nella loro area disciplinare ma sono dei novizi per quanto riguarda la soluzione di problemi di didattica. Si potrebbe, quasi, dire che pochi professori sono esperti perché mancano di esperienza autentica. Infatti, il protocollo che usano per risolvere problemi didattici non è basato sulle teorie dell’apprendimento o sulla progettazione di messaggi ma piuttosto su vaghe assunzioni su come “insegnare”. Nella mia esperienza, questi assunti creano una barriera allo sviluppo di una comprensione più sofisticata sulla natura del problema
E cita un caso:
A livello nazionale (USA, ndt) meno del 25% dei professori di ingegneria ha fatto pratica come ingegnere e questa mancanza di esperienza li porta a fare un insegnamento basato sulla trasmissione di contenuti organizzati gerarchicamente, non nel modo in cui sono usati dai professionisti dell’ingegneria. L’esperienza può essere acquisita solo attraverso una grande quantità di pratica riflessiva.
E conclude:
Ecco il vero problema di un sistema di istruzione basato su assunti pedagogici errati.

Che non sia questa una delle chiavi di volta per comprendere il problema dell’insegnamento?

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PS

Jonassen ci offre qualche altro elemento per comprendere la natura del problema:

………è l’iper semplificazione che viene fatta a scuola di concetti complessi che non consente l’apprendimento dell’essenza di quei concetti e la persistenza, in caso di apprendimenti superficiali, di rappresentazioni ingenue di fenomeni (teorie personali) che prendono il sopravvento sulle teorie scientifiche quando l’applicazione di quelle conoscenze avviene al di fuori dei contesti in cui sono state apprese.
La consuetudine scolastica genera conoscenze valide solo in contesti scolastici: qui, infatti, si favorisce: lo sviluppo di conoscenza con modalità astratte (pensando, illusoriamente, che l’astrattezza del contesto in cui sono sviluppate favorisca, poi, le più disparate applicazioni), l’applicazione a problemi tipicamente scolastici, si valutano gli apprendimenti con esercizi scolastici, si semplificano i concetti perché, altrimenti, non sono appresi, non si considerano le conoscenze già possedute dall’individuo che, comunque, sono presenti, agiscono e, spesso, prevalgono sulle nuove.


http://www.giannimarconato.it/allegati/pubblicazioni/convers_jonassen_2005.pdf

giovedì 13 settembre 2007

E' necessario saper insegnare per fare l'insegnante?

E' necessario saper insegnare per fare l'insegnante?. Potrebbe sembrare una domanda retorica ma non lo é. La questione é reale.

Giorni fa stavo tenendo un workshop sul uso delle tecnologie all'interno e per un corso di pedagogia e didattica.

Un insegnante, forse cogliendo un malcontento diffuso sui contenuti e sui metodi delle lezioni precedenti esclama, forse all’indirizzo degli organizzatori del corso: “ma questi non hanno capito che siamo informatici, economisti, matematici, mica psicologi o pedagogisti”.

Preso alla sprovvista, mi scappa un "si, è vero che siete informatici, economisti, matematici....., ma siete anche insegnanti di informatica, economia, matematica...". Dal silenzio seguito e dalle occhiate traverse ho capito di averla detta grossa.

Fine del aneddoto e via con una raffica di domande, queste si, retoriche.

  • E’ necessario che chi fa di mestiere l’insegnante conosca, quanto meno, le teorie dell’apprendimento per comprendere l’ “oggetto” del suo lavoro?
  • E’ necessario che chi fa di mestiere l’insegnante conosca, quanto meno, un certo numero di tecniche didattiche per scegliere quella più adatta alla situazione che si trova ad affrontare?
  • E’ necessario che chi fa di mestiere l’insegnante conosca le principali problematiche che si presentano in una situazione educativa per saperle fronteggiare?
  • E’ necessario che chi fa di mestiere l’insegnante conosca le principali problematiche psicologiche che caratterizzano una situazione di insegnamento e di apprendimento?
  • E’ sufficiente che per insegnare una persona si affidi al buon senso, all’intuizione, all’esperienza?
  • Esiste uno specifico professionale dell’insegnare o basta che una persona conosca una disciplina per poterla insegnare?
  • Per insegnare basta imitare il comportamento di quelli che furono i nostri più bravi insegnanti?

Io credo che per insegnare sia necessario conoscere 3 cose:

  1. la propria disciplina (l’oggetto)
  2. come insegnare (le basi del mestire)
  3. come insegnare la propria disciplina (la specificità dell’insegnamento di una disciplina).

Non so, però, quanto sia condiviso questo convincimento. Vedo parecchia gente affrontare il lavoro di insegnante con leggerezza, come fosse un mestiere che tutti possono fare, basta avere un titolo di studio, un minimo di cultura e buon senso.

Tutto questo avendo ben presente che non tutte le dinamiche della riuscita scolastica sono nelle mani dell’insegnante pur professionalizzato; soprattutto nei casi più difficili.

A questo proposito vi rendo partecipi di una annotazione che mi ha fatto Jonassen proprio ieri in una conversazione via mail per mettere a punto una attività su cui stiamo lavorando. Gli chiedevo se fosse utile definire anche un metodo per la diagnosi dei problemi di apprendimento riscontrati in aula dagli insegnanti e lui mi risponde (copio ed incollo):

I am not sure how useful this will be. These kids are adolescents, who are controlled more by their hormones than their brains. From the information that I have, I believe that they are academically challenged; they have poor academic self-concepts (low self-efficacy), and so they see school as irrelevant. They have short attention spans, so tasks cannot be too complex. Those are difficult problems that will not be solved completely by any strategies.

Gli chiederò di approfondirmi la questione perché rimane il problema dell’insegnante che va in un'aula difficile, non sa che pesci pigliare e ne esce pazzo.

Assolti, quindi, gli insegnanti che non sono in grado di affrontare TUTTE le situazioni didattiche e TUTTI i problemi di apprendimento.

Colpevoli, però, quelli che non sanno affrontare con competenza le situazioni definibili “ordinarie”.

PS: leggo, poco prima di pubblicare su la Repubblica nella rubrica "lettere" di Corrado Augias, il titolo della lettera principale: Riforma della scuola? Insegnare bene.

Passo e chiudo.

mercoledì 5 settembre 2007

Fate fare a Cesare quel che sa fare Cesare

Rileggo e condivido alcuni appunti presi tempo fa eggendo il libro di Jonassen Learning with technology, a proposito dell'uso appropriato delle tecnologie e delle persone. La sua conclusione è: fate fare tanto alle tecnologie quanto alle persone quello che ciascuno di esse sa fare meglio.

Jonassen afferma che l'uso prevalente delle tecnologie è inappropriato perché si fanno fare attività “non adatte” tanto alle tecnologie che alle persone. Nessuna delle due fa ciò che sa fare meglio. Quandosi chiede alle tecnologie di “insegnare” significa chiedere loro di

  • presentare informazioni
  • giudicare le risposte
  • diagnosticare i livelli di comprensione sviluppati dagli studenti

Tutte queste attività possono essere fatte meglio da qualsiasi buon insegnante.

Agli studenti che ricevono l’insegnamento da parte delle tecnologie è, per contro, richiesto di memorizzare e richiamare le informazioni. Queste attività sono fatte meglio dai computer.

Meglio, quindi, sarebbe, se ai computer venisse richiesto di

  • memorizzare
  • richiamare informazioni

ed alle persone di

  • concettualizzare
  • organizzare
  • risolvere problemi.
Cose scritte anni fa ma sempre, drammaticamente, attuali.

PS: con Jonassen un paio di anni fa sul passo Sella, nella neve, ad inizio ottobre. E' stato durante quella escursione che ho raccolto quanto scritto in "Conversazione con David Jonassen"

martedì 15 maggio 2007

Contrordine dagli USA: il pc non aiuta a studiare

Nel Corriere della Sera di oggi, pagina 29, viene presentato uno studio fatto negli States dal Dipartimento dell’educazione in cui si evidenzia che:

  • non è rilevabile nessuna differenza significativa tra la qualità dell’apprendimento realizzata da allievi di scuole ben dotate informaticamente ed in quelle meno tecnologiche;
  • l’uso del pc in classe è, molto spesso, causa di distrazione.
  • Meglio ritornare alla vecchie e care carta e penna e faticare per apprendere.

Ho, quasi, l’impressione, che lo studio scopra l’acqua calda essendo ben noto che:

  • le tecnologie non rendono più facile l’apprendimento, ma, se usate opportunamente, lo rendono più “duro” (“hard”, dice Jonassen)
  • le tecnologie non sono dei sostituti di altri tipi di attività di insegnamento e di apprendimento
  • le tecnologie possono avere degli usi impropri, non imputabili alla tecnologia stessa, ma alle scelte e alle non-scelte fatte dagli insegnanti
  • non si può pensare di usare didatticamente le tecnologie operando una semplice sostituzione di un modo di lavorare (leggi: insegnare ed apprendere) che potremo chiamare “analogico” con uno “digitale”
  • l’uso didattico delle tecnologie obbliga a ripensare il ruolo dell’insegnante e le sua pratiche didattiche quotidiane.

La letteratura documenta chiaramente che quando le tecnologie sono usate sulla base delle precedentemente citate “condizioni”, il loro valore aggiunto è bene evidente.

Non mettiamo, per favore, sotto processo l’utilità didattica delle tecnologie, ma:

  • lo sciocco entusiasmo per il potere benefico delle stesse,
  • il loro uso incompetente ed inappropriato,
  • la propaganda che i venditori di tecnologie da sempre fanno (vedi, ad esempio, la questione delle lavagne interattive),
  • la carità pelosa, come ad un recente convegno la ha definita il ministro Fioroni, fatta dall’industria.

I risultati della citata indagine, li leggeri, quindi, come una conferma delle critiche, che da tante parti si levano, sugli usi impropri, inadeguati ed incompetenti delle tecnologie nella scuola.