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martedì 24 giugno 2008

Cos’è la “disciplina”?


Quasi per caso, in effetti stavo cercando altro (serendipty?), mi imbatto in un “vecchio” libro che ho nella mia biblioteca (Conoscere l’insegnamento, di Teresa Russo Agrusti, 1992) che mi da modo di comprendere dove nasca il problema che oggi abbiamo in tutte le scuole: come trattare le “discipline”, come superare le “discipline”, perché lavorare per “problemi” e non per “discipline”.

Mi aiuta l’eccellente disamina storico-filosofica fatta dall’autrice e la premessa etimologica.

Il latino disciplina discende da discipulus che a sua volta deriva dal termine disco il cui significato primo è apprendere, imparare per via di istruzione o pratica. Il latino disciplina ha la sua traduzione italiana in istruzione, insegnamento, educazione, lezione, scuola: Nella pratica, il termine ha finito per passare da un significato legato alla “funzione dell’apprendere” a quello di “modalità di realizzazione dell’apprendimento” per, poi, assumere quello di “insieme delle conoscenze raggruppate secondo criteri specifici che costituiscono materia d’insegnamento e di studio”.

Siamo, cioè, passati da un significato legato ad un percorso e ad una strategia di apprendimento ad uno legato all’organizzazione di conoscenze.

Maggiormente illuminante trovo, però, l’analisi che la Agrusti fa riferendosi alla nascita delle discipline. Ai primordi, l’uomo non aveva un sistema di conoscenze precostituito e formalizzato cui attingere le proprie competenze, aveva solo problemi da risolvere che risolveva sperimentando, per tentativi ed errori. L’uomo, in questo modo, accumulava esperienze, conoscenze ed abilità di tipo diverso che piano piano sistematizzava ma in modo parcellizzato, al solo scopo della loro organizzazione e formalizzazione. Per tesaurizzare quanto appreso si precedeva, cioè, alla teorizzazione dell’esperienza, dell’abilità e della competenza.

Si vede, quindi, come secondo questa logica, il concetto di disciplina testimoni una trasformazione dell’apprendimento da “problematico” a specialistico, da globale a settoriale.

Attraverso la cristallizzazione dei diversi campi di indagine, le discipline in ambito scolastico sono diventate “materie di insegnamento”, sempre più isolate le une dalle altre, sempre più stereotipate nei contenuti e sempre meno espressione di quelle abilità di fondo che ne giustificano la funzione.

Due tra le conclusioni dell’autrice indicano, per me, la via per la ricomposizione della conoscenza e dell’abilità:

  • Le discipline vanno assunte in ambito didattico quali “categorie di pensiero”applicabili a diversi fenomeni e che ne evidenziano alcuni specifici aspetti, fenomeni che rimangono sempre complessi, problematici ed interdisciplinari;
  • il momento della formalizzazione disciplinare dei contenuti (la parte che per noi sarebbe l’ “insegnamento della disciplina”), è successivo (non precedente) alla comprensione degli stessi ed ha una funzione di catalogazione per l’archiviazione, la memorizzazione e la successiva utilizzazione dei medesimi.

Come dire, le “discipline” sono tutt’altro che un insieme di contenuti. Perché mai ci siamo ridotti a trattarle come tali?