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domenica 2 marzo 2008

Tecnologie e Life Long & Wide Learning

Un convegno sul tema si è svolto la scorsa settimana ed è stato organizzato dalla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bolzano (Liliana Dozza e Piergiuseppe Ellerani).

Una panoramica molto vasta di concetti ed esperienze.

In questo contesto, con il collega Peter Litturi abbiamo tenuto il workshop "Modelli di usi didattici delle tecnologie per l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita: ipotesi dall’esperienza del Sistema Copernicus" che aveva lo scopo di presentare e discutere le nostre ipotesi di lavoro su come poter fare buon uso delle tecnologie nell’attivare e sostenere processi di apprendimento continuo.

Nel nostro approccio, le evidenze di partenza sono:

  • Attualità/necessità di un apprendimento continuo
  • Scarsa propensione all’apprendimento continuo

Le concettualizzazioni presenti nella letteratura internazionale che ci sembrano coerenti e sensate con lo scopo sono:

  • Apprendimento significativo e compiti autentici
  • Apprendimento naturale
  • Conoscenza distribuita
  • Comunità di pratica

Per quanto riguarda le tecnologie

  • Troviamo poco utile il modello e-learning (delivery di contenuti)
  • Riteniamo di doverci far ispirare dallo stato dell’arte internazionale per identificare approcci a valore aggiunto

Alcuni tra gli approcci che riteniamo di dover conoscere, approfondire e sperimentare ci sono:

  • Le “attività di apprendimento”
  • I Cognitive Flexibility Hypertexts
  • I database di storie professionali
  • Gli Ask System
  • Troubleshooting
  • Simulazioni
Il nostro percorso di ricerca è appena iniziato.

Qui una mappa dei temi trattati
Qui le slide usate

lunedì 19 novembre 2007

(1) Breve cronaca delle tecnologie digitali nella didatticha: funzioni e contesti

Volevo digitare "storia" ma poi ho optato per "cronaca", dato il periodo davvero breve di questa avventura. Breve ma sufficiente a decretare alcuni giudizi su cosa sia utile e cosa no, cosa dia un valore aggiunto e cosa sia una mera sostituzione dell'analogico con il digitale. Questa mia personale ricostruzione è frutto di una attenta osservazione partecipata della scena internazionale, di mie riflessioni ed esperienze, di confronti con altri colleghi e con le loro esperienze. E' frutto, anche, di un forte interesse per le tecnologie nella didattica ma, anche, di approccio critico e selettivo.

Innanzitutto possiamo identificare due macro-funzioni di utilizzo:
  1. il supporto organizzatvo-logistico alle attività didattiche (iscrizioni, comunicazioni, sviluppo e gestione contenuti, organizzazione delle attività, …..)
  2. l'intervento diretto ed intenzionale nei processi di apprendimento (cognitive tools, simulazioni, numerose learning strategies – cognitive fexibilty hypertexts – ecc.. )

Nell'ambito della prima funzione non siamo in un contesto "educativo" o "didattico" se non per la parte che riguarda l'esecuzione di tutte le procedure organizzative legate alle attività formative e per la messa a disposizione degli ambienti (aule, laboratori, ecc..) in cui si svolgeranno le attività didattiche. Questa NON è una funzione didattica.

Con la seconda funzione si entra nel merito delle attività didattiche, nei processi di insegnamento e di apprendimento; si ha a che fare con le attività che si svolgono in aula.

E' evidente come le pratiche che si volgono a supporto di queste due funzioni siano profondamente differenti in quanto a scopo, competenza, contenuto e strumenti.

Identifichiamo, anche, due macro-contesti di utilizzo:

  1. on-line learning (formazione a distanza supportata dalle tecnologie)
  2. in presenza (technology-enhanced – enriched – supported – augmented – learning)
Le tecnologie non sono usate solo per supportate, con strumenti evoluti, la Formazione a Distanza nelle forme dell'auto-apprendimento più o meno assistito; non sono usate solo per forme così dette "blended" (cui spesso si ricorre per porre rimedio alle fad di pessima qualità che si eroga; la fad "pura" se fatta bene, funziona), le tecnologie sono usate anche per migliorare i processi di apprendimento nelle "normali" attività in presenza che sono decisamente le prevalenti.

Prime lezioni:
a) tenere ben distinte le funzioni per le quali si usano le tecnologie;
b) considerare per le tecnologie anche la didattica d'aula non solo per quella a distanza

% Segue (1)

lunedì 10 settembre 2007

Sempre in movimento, sempre allo stesso punto

Partecipo volentieri alla discussione che in questi giorni anima alcuni blog: l’impatto del così detto web 2.0 nella scuola ed oltre. Tutto pare essere iniziato con una serie di slide di Stephen Downes sulle tendenze e sull’impatto delle tecnologie, soprattutto quelle 2.0, sulla formazione e sull’apprendimento e sugli strumenti di collaborazione (2.0, of course). Di quest’ultima serie trovo interessante la distinzione che viene fatta tra “gruppo” e ”network”.

Ne hanno parlato Gigi Cogo invitando ad andare oltre le etichette, Antonio Fini che si domanda se la scuola sia irriformabile, Mario Agati che, da insegnante riflessivo e disincantato continua a dimostrare (a se stesso ed agli altri) che qualcosa si può fare.

Le radici della questione sono ben poste da Gray Stager che, compiendo un ampio excursus storico, si domanda perché gli insegnanti non facciano uso delle tecnologie 2.0. Qui si innesta Stephen Downes che, con la sua consueta abilità di proporre mille link pertinenti, amplia il discorso e sostiene che la scuola, di fronte alle nuove opportunità offerte dalla tecnologia, non sembra aver capito nulla da decadi di riforme e cambiamenti.

Da tutto questo intreccio di riflessioni, il tema che a me preme evidenziare è quello dell’ (apparente?) impermeabilità della scuola alle sollecitazioni che provengono dalla società e dai cambiamenti. Della sua, sostanziale, irriformabilità.

Confesso, vergognandomene, una certa rassegnata adesione a queste posizioni.

Si cambia poco, quasi nulla; stop and go, avanti adagio ed indietro tutta.

In perenne movimento ma sempre al punto di partenza.

Politica debole, certamente. Le dinamiche della casta (nel senso adesso in voga) autoreferenziata. Un sindacalismo conservatore che, nella scuola, non ha avuto quel ruolo propulsivo per il miglioramento del sistema che ha avuto – ad esempio – nell’industria privata.

A prescindere dalle cause, quali le conseguenze?

Una scuola lontana dalle esigenze della società e delle persone che la abitano. Una scuola che non fa quello che dovrebbe fare. Uno spreco di risorse; uno spreco di opportunità.

Una opportunità sprecata, nel senso del 2.0, mi dispiace in modo particolare: il fatto che la scuola non sia in grado di preparare le persone ad usare alcuni “strumenti” (cognitivi, prima di tutto) indispensabili nella società della conoscenza e dei cambiamenti continui.

E’ ampiamente condiviso che sia necessario:

  • apprendere sempre
  • comunicare
  • collaborare
  • condividere
  • esplorare
  • essere capaci di network
  • essere costruttori di conoscenza

Chi, se non la scuola, dovrebbe insegnare a fare tutto questo? Se “da grandi” non siamo in grado di imparare da soli, se rimaniamo chiusi nel nostro orticello, se ci limitiamo a gironzolare passivamente per il web, se non sappiamo valutare ciò che qui troviamo, se …. è perché nessuno ce lo ha insegnato e la colpa è di chi doveva farlo e non lo ha fatto.

Per fortuna che noi impariamo anche senza la scuola e nonostante la scuola.

Per fortuna che un movimento dal basso (i blogger, i visionari del 2.0, quelli del pensiero debole, quelli che.... se non è BarCamp non ci vado...) supplisce, per quel che può, a tutte queste carenze istituzionali.

venerdì 24 agosto 2007

Le scuole per il 21^ secolo. Tematiaca 8, aiutare le comunità scolastiche ad evolvere

Detto quello che avevo da dire sul nostro bello e variegato mondo di blogger, termino le mie riflessioni sulle famose10 domande della Commissione Europea sul Le scuole per il 21^ Secolo. Dopo aver scritto in generale sul documento, sul tema delle competenze cruciali per tutti, su preparare gli europei all’apprendimento permanente e su gli insegnanti protagonisti del cambiamento, completo ora la riflessione- risposta con un commento all'ottava domanda.

Affascinante prospettiva quella enunciata attraverso l’ottava tematica: la scuola come risorsa educativa per la comunità in cui si trova.


Tre i concetti sottesi:

  • la scuola come risorsa
  • il ruolo educativo della scuola
  • il suo avere una ragione d’essere all’interno di una comunità

Il documento della Commissione evidenzia come molti sistemi educativi sono fondati sugli "school leaders" (o gruppi di leader), che possono:

  • stabilire il ritmo e la direzione del cambiamento,
  • agevolare la comunicazione aperta,
  • promuovere il pensiero creativo,
  • motivare il personale e gli allievi verso livelli di risultati più elevati, e
  • fornire un esempio concreto dell'apprendimento permanente.

Viene, inoltre, evidenziato come l'ampio utilizzo dei locali scolastici per attività extrascolastiche o come risorsa educativa per l'intera comunità (ad es. come centri locali di apprendimento) può contribuire a promuovere le possibilità di apprendimento permanente.

Eccellenti principi, ma con il mio abituale disincanto (purtroppo mi viene difficile sognare, almeno su questi temi) ed il solito pragmatismo mi domando: dove troviamo capi scolastici che promuovono il pensiero creativo, che motivano personale ed allievi verso risultati più elevati, che vedono la propria scuola come una risorsa per la comunità locale?

In un post precedente parlavo della scuola avviluppata in una forte depressione (nel senso psicodinamico del termine), priva di energia per il cambiamento e ripiegata nell’ordinaria amministrazione gestita, anche con serietà ed impegno. Ma con poco entusiasmo. Questa era, ed è, il vissuto che avevo percepito prevalente in numerosi colloqui con capi di istituto e docenti.

Ciò nonostante credo ci sono numerosi insegnanti e capi di istituto (Mauro, ad esempio, direttore di una scuola professionale) che, per una sorta di “molla” personale che hanno dentro, questa tensione alla crescita ed al superamento della rassegnazione la dimostrano tutti i giorni, ed i risultati si vedono. Ma quanto può durare la batteria che queste persone hanno dentro? Ho visto tanti entusiasmi spegnersi all’esaurirsi della batteria interna non trovando, a sostituirla, una ri-carica istituzionale.

Spiace dirlo, e sarò banale, ma il buon esempio deve venire dall’alto. E non viene. Tutt’al più ognuno fa il proprio dovere, che significa ordinaria amministrazione. Sono, davvero, così grandi i problemi della scuola? O sono tanto piccoli quelli che hanno le leve del potere?

Concludendo, la domanda n. 8 della Commissione: Come possono le comunità scolastiche ricevere la guida e la motivazione necessarie per avere successo? Come possono acquisire la facoltà di evolvere per poter affrontare i cambiamenti a livello delle esigenze e delle domande?

La mia risposta: con iniezioni di energia e di entusiasmo. Forse, si trovano più facilmente i soldi. Allora, dateceli .....

PS: ricordo una visita fatta una quindicina di anni fa ad una rete di scuole professionali in Belgio (adesso IFAPME, Istituto Vallone per la formazione continua delle classi medie). Centri ben organizzati che erano diventati dei punti di riferimento per la formazione e lo sviluppo piccola imprenditoria locale. Una persona entra per il corso di apprendista, continua con varie occasioni di formazione tecnica permanente, al momento dell'apertura di una propria piccola azienda frequenta corsi imprenditoriali e può trovare una vasta tipologia di servizi. Mica male come modello!!!

lunedì 20 agosto 2007

Soluzioni alla ricerca di un problema

Ogni tanto riprendo in mano uno dei miei testi sacri, Engines for Education di Roger Schank.

Ogni volta che rileggo un testo "scopro” qualcosa di nuovo: deve essere l'effetto criss-cross landscape su cui si fonda, ad esempio, la strategia di apprendimento "Cognitive Flexibility Hypertext ".

Nell'ultima incursione in questo testo, mi sono soffermato sulle pagine iniziali, dove Schank afferma che: le scuole oggi sono basate sull’assunto che gli studenti devono imparare rispostegli studenti, invece,devono apprendere a formulare domande. Il nostro insegnamento è centrato sul dare risposte a domande che lo studente non si è mai posto. Forse nasce da qui il "disinteresse" per la materia.

Trovo un parallelismo tra quanto dice Schank e quanto succede, spesso, quando si usano le tecnologie nella didattica: siamo attratti dalla bellezza delle tecnologie e le usiamo senza chiederci perché lo facciamo. Diamo una risposta ad una domanda che non c'é stata, offriamo la soluzione ad un problema non formulato. Questo è quanto é avvenuto con l'e- learning, quanto sta avvenendo con il web 2.0 (vedi il caso Second Life). Troppa enfasi sulle tecnologie, poca, o nulla, sull’apprendimento.

Tanta attenzione allo strumento, poca ai problemi (nel nostro caso di didattica) che ci consente di affrontare.

Mi dispiacerebbe che le eccellenti potenzialità, per l'apprendimento, soprattutto quello "continuo", del 2.0 andassero sprecate nell'inflazione degli osanna.

mercoledì 1 agosto 2007

Le scuole per il 21^ secolo. Tematiaca 2: preparare gli europei all'apprendimento permanente

La tematica è sintetizzata attraverso la domanda n. 2: Come possono le scuole fornire ai giovani le competenze e la motivazione necessarie a rendere l'apprendimento un'attività permanente?

Tre brevi estratti dal documento della Commissione per evidenziare i punti critici:

  1. Competenza e motivazione ad apprendere: Gli studenti dovrebbero (quindi) terminare la loro carriera scolastica competenti e motivati ad assumersi la responsabilità del proprio apprendimento durante tutta la vita.
  2. Approcci didattici: Attraverso la ricerca sull'insegnamento i nostri concetti relativi all'insegnamento continuano ad evolvere, ma c'è ancora molto da fare affinché i risultati di tale ricerca vengano trasmessi integralmente ai metodi di insegnamento e all'organizzazione delle scuole.
  3. Ruolo delle tecnologie: Le tecnologie di informazione e comunicazione, ad esempio, hanno un enorme potenziale di sostegno dell'apprendimento autonomo, della costruzione collaborativa della conoscenza e dello sviluppo delle competenze.

Io vedo la problematica incardinata su tre questioni chiave:

Il problema: allenare le competenze per il Life Long & Wide Learner. Lavorando molto con adulti nei loro percorsi di apprendimento professionale continuo, mi rendo conto che, nonostante l’età matura ed una evidente capacità di iniziativa ed autonomia ed un orientamento all’innovazione in tutti i contesti di vita, relativamente alla formazione, permane un atteggiamento di passività e di conservatorismo. Secondo me il problema sta nell’atteggiamento e nella mancanza di competenze adeguate. Su entrambe le variabili si può e si deve lavorare. La scuola è il luogo ideale per fare questo. Non si può chiedere ad una persona di agire in un certo modo se non ne ha la capacità.

Il modello: autosviluppo. Credo che questa sia la principale competenze per essere un life-long learner e che vada adeguatamente sviluppa nel periodo scolare. Questa era una delle 5 key skills cui abbiamo lavorato nel progetto citato nel post precedente e la avevamo definita come la capacità di governare il proprio sviluppo professionale e personale. Contenuti della competenza erano stati individuati essere:

  • monitorare le proprie risorse professionali e personali ed identificare i punti di forza e le carenze;
  • identificare gli obiettivi del proprio sviluppo;
  • ricercare, valutare, selezionare le opportunità per il proprio sviluppo;
  • pianificare ed organizzare il proprio lavoro di autosviluppo;
  • realizzare attività/piani di sviluppo professionale e personale;
  • valutare gli esiti del piano di autosviluppo.

Una competenza non banale nei contenuti e non semplice da sviluppare, ma estremamente critica

La soluzione: strategie didattiche: sarò banale al limite del noioso ma vedo nel costruttivismo un riferimento teoretico ricco di spunti, anche operativi. Il modello è quello dello scaffolding in cui, attraverso un supporto ed una valutazione che progressivamente diminuiscono, chi apprende sviluppa la capacità di gestire il proprio processo di sviluppo. Alle elementari i bambini saranno sostenuti fortemente dall’insegnante e sarà lo stesso insegnante a valutare la prestazione ed a suggerire i correttivi; ad un certo punto lo studente non avrà più bisogno dell’insegnante, o sarà lui chiedere aiuto e sarà lui a saper diagnosticare i propri bisogni e la propria prestazione. Un semplicissima (a parole) tecnica che abbiamo usato per allenare all’autosviluppo è stata quella di svolgere una piccola parte del programma di informatica attraverso studio auto-organizzato ed auto-diretto presso il Learning Centre della scuola. Come input, il programma da svolgere ed il tempo massimo di completamento e lasciato agli allievi il compito di organizzare gli orari di studio, di prenotare la postazione di lavoro, di chiedere aiuto all’insegnante/tutor presente al LC.
Una impresa, in tutti i sensi. Difficilissima da portare avanti, progressi infinitesimali, supporto a go-go ma con un segno indelebile nell’esperienza degli allievi.

venerdì 27 luglio 2007

Le scuole per il 21^ secolo. Il documento della Commissione Europea

Nulla di meglio che riprendere il lavoro con un bel (?) post sul blog, un atterraggio morbido sulla ruvidezza quotidiana.

Inizio da un recente (11 luglio) documento della Commissione Europea attraverso il quale vengono sollecitati contributi a definire la strategia della Commissione sulle attività da svolgere per sostenere l’adeguamento della scuola alle sfide del 21^ secolo.

Il documento identifica 8 tematiche sociali ed economiche rispetto alle quali identificare il ruolo della scuola (nel documento, per “scuola” si intendono sistemi e gli istituti d'istruzione obbligatoria).

Ho trovato molti stimolanti per la riflessioni alcuni dati evidenziati in apertura:

  • alcune delle sfide più importanti e più significative per il benessere degli individui e per il bene della società si riferiscono alla qualità dell'istruzione e della formazione iniziali, a partire dall'istruzione precoce e prescolastica
  • per preparare le persone alla vita nel mondo moderno, la scuola le deve mettere sul cammino dell'apprendimento permanente;
  • circa un terzo della forza lavoro europea possiede un basso livello di formazione ma, secondo talune stime, entro il 2010 il 50% dei nuovi posti di lavoro richiederà persone altamente qualificate e solo il 15% sarà destinato a persone con una formazione scolastica di base
  • in futuro i giovani non possono più attendersi di trascorrere tutta la vita in un settore di occupazione; i loro percorsi di carriera cambieranno in modo imprevedibile e dovranno disporre di un'ampia gamma di competenze generiche che consentano loro di adeguarsi. In un mondo sempre più complesso la creatività, la capacità di pensare lateralmente, le competenze trasversali e la capacità di adattamento tendono ad essere valutati più positivamente rispetto alle conoscenze specifiche

Ad una prima lettura, il documento sembra identificare come particolarmente rilevanti le tematiche delle competenze trasversali e, tra queste, quelle correlate alla capacità di apprendere tutto l’arco della vita.

Ambiti di intervento privilegiato sono, sulla base del documento,

  • le metodologie di insegnamento,
  • le competenze degli insegnanti,
  • l’organizzazione delle scuole
  • l’uso delle tecnologie per rendere quanto più individualizzati i percorsi formativi.

Per quanto attiene alle competenze critiche, il documento fa riferimento ad un precedente lavoro della Commissione sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente.

Queste le tematiche cui, secondo il citato documento, prestare attenzione:

  1. Competenze cruciali per tutti
  2. Preparare gli europei all'apprendimento permanente
  3. Contribuire alla crescita economica sostenibile
  4. Rispondere alle sfide nelle nostre società
  5. Una scuola per tutti
  6. Preparare i giovani europei alla cittadinanza attiva
  7. Insegnanti – i protagonisti del cambiamento
  8. Aiutare le comunità scolastiche ad evolvere

Queste sono, invece, le domande cui dare risposta.

  • Come organizzare le scuole in modo che possano fornire a tutti gli studenti la serie completa delle competenze di base?
  • Come possono le scuole fornire ai giovani le competenze e la motivazione necessarie a rendere l'apprendimento un'attività permanente?
  • Come possono i sistemi scolastici contribuire ad appoggiare la crescita economica sostenibile a lungo termine in Europa?
  • Come possono i sistemi scolastici soddisfare in modo ottimale la necessità di fornire equità, di tener conto delle diversità culturali e di ridurre l'abbandono scolastico?
  • Se le scuole devono soddisfare le esigenze educative di ogni singolo alunno, come si può agire a livello dei programmi, dell'organizzazione scolastica e del ruolo degli insegnanti?
  • Come possono le comunità scolastiche aiutare i giovani a diventare cittadini responsabili, in armonia con valori fondamentali quali la pace e la tolleranza di fronte alle diversità?
  • Come fornire al personale scolastico formazione e sostegno per affrontare i problemi che si presentano?
  • Come possono le comunità scolastiche ricevere la guida e la motivazione necessarie per avere successo?
  • Come possono acquisire la facoltà di evolvere per poter affrontare i cambiamenti a livello delle esigenze e delle domande?

Cercherò di dare alcune mie personali “risposte” ad alcune di queste domande attraverso una breve serie di post. Non scriverò su tutte le domande perché su alcune non saprei cosa dire.

venerdì 8 giugno 2007

In lungo ed in largo (per i luoghi dell’apprendimento)

E’ oramai entrata nel linguaggio corrente l’espressione Life Long Learning

a designare l’approccio, la filosofia della formazione che è necessario adottare nella società della conoscenza e bla …bla…

Io vorrei che si aggiungesse alle tre L anche un W, che starebbe per Wide, ampio, largo. Cioè apprendere non solo lungo la dimensione tempo ma anche in quella spazio.

Sono numerosi i luoghi dell’apprendimento, le situazioni ed i modi in cui apprendiamo. La scuola è solo uno di questi.

Basta solo che ci soffermiamo un attimo a riflettere su come abbiamo affrontato un problema per il quale non avevamo tutte le conoscenze necessarie a risolverlo, su come abbiamo soddisfatto un nostro bisogno di apprendimento. Forse, la frequenza di un corso la metteremo in uno degli ultimi posti della lista, come è successo in due occasioni formative (slide 5 e slide 4).

Una sintesi sul come apprendiamo nella vita di tutti giorni:

  • Mi informo presso le persone vicine
  • Osservo
  • Consulto un amico
  • Chiamo un esperto
  • Contatto colleghi
  • Discuto in gruppo
  • Telefono a qualcuno
  • Cerco esempi pratici
  • Partecipo a convegni, seminari, corsi
  • Autoapprendimento
  • Attraverso letture quotidiane
  • Scambio di esperienze e conoscenze
  • Rifletto sulla mia esperienza, stacco .... e rifletto
  • Ricercai informazione in Internet, Wikipedia
  • Consulto pubblicazioni specialistiche
  • Partecipo a forum e newsgroup
  • Consulto materiali che ho a disposizione
  • Studio individuale
  • Mi metto in isolamento
  • Rielaboro informazioni
  • Compro un libro
  • Sperimento, faccio pratica

Particolare, rispetto alla formazione strutturata, anche il come organizziamo il nostro apprendimento:

  • Sul lavoro
  • Fuori del lavoro
  • Per fasi molto brevi
  • Quando serve
  • Mescolando apprendimento e lavoro

Ecco cosa emerge consultando, non esperti o dotte e costose ricerche, ma la semplice esperienza di persone normali.

Con questo non voglio negare l’importanza dell’istruzione formale, voglio evidenziare che quella informale riveste un ruolo molto, ma molto, importante nel nostro apprendimento.

Non so come sia stato calcolato, ma secondo uno studio del Ministero del Commercio USA (già citato in questo blog), ben l’85% della conoscenza che usiamo sul lavoro e nella vita di tutti i giorni non è stata sviluppata a scuola.

Navighiamo, quindi, in lungo ed in largo per il tempo e lo spazio del nostro apprendimento.

Porte aperte al Life Long & Wide Learning.

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