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mercoledì 4 febbraio 2009

SCORM? No, grazie



Si discute di SCORM con un caro collega, scormizzatore folle, e la sua conclusione è che lo SCORM ingrassa solo chi fa le cose in SCORM. Se lo dice lui che su questo fa un buon business, c'è da credergli.
Serve solo a chi ne fa business perchè, secondo lui, chi studia e chi gestisce i corsi non ne trae alcun beneficio reale. Chi studia non trae alcun beneficio dall'essere accuratamente tracciato, chi eroga corsi non trae alcuna informazione di valore dall'analizzare una tracciatura analtica. Nessuna utilità neppure sul versante della così datta "interoperabilità" perchè un oggetto SCORM che funziona in una piattaforma non funziona necessariamente in un'altra. Per la vera interoperabilità basta usare oggetti HTML che girano ovunque.
Secondo il collega, la questione SCORM è solo una questione commerciale e non ha nulla di didattico.
Ma, nonostante questo, chi compra (particolarmente accaniti sembrano essere quelli della PA) sembra non voler nulla che non sia SCORM. Chissà perchè....
Quindi: SCORM? No grazie.

giovedì 26 giugno 2008

Il vero e-learning


Finalmente sappiamo distinguere il bene dal male, ciò che è vero da ciò che vero non è. Ci aiuta in questa improba impresa il prof. Alberto Quagliata di Roma 3 attraverso una intervista pubblicata su 7thFloor.

Secondo Quagliata, e come non dargli ragione?, NON è e-learning tutto ciò che avviene attraverso le malefiche (questo lo dico io) “piattaforme” che si limitano ad organizzare e ad erogare contenuti.

Questo, semmai, prosegue Quagliata è e-teaching !!!!

Questa espressione mi piace proprio e fa, finalmente, chiarezza su cosa sia learning e cosa sia teaching, su cosa faccia la differenza tra l’insegnare e l’apprendere, sulla non sempre realizzata connessione tra l’insegnamento e l’apprendimento.

Ricordo una vecchia striscia dei Peanuts in cui Charlie Brown diceva al suo amichetto Linus di aver insegnato a fischiare al propro cane Snoopy. Al che Linus sollecita il cagnetto a fischiare e vedendo che non lo fa, si rivolge stupito all’amico. Al che Charlie Brown esclama: ho detto che ho insegnato a fischiare, non ho detto che Snoopy ha imparato a fischiare….

Meditiamo gente, meditiamo …..

Comunque, per capire cosa sia il “vero” e-learning, leggiamo alcuni passaggi dell’intervista.

“…perché gli ambienti del vero e-learning sono necessari quando si vogliono valorizzare le differenti forme di intelligenza di chi apprende e le specifiche caratteristiche che connotano i diversi contesti operativi, quindi in tutte le situazioni di apprendimento che si realizzano nelle organizzazioni del lavoro, nelle quali si vuole potenziare la relazione virtuosa tra ambito cognitivo e ambito affettivo-relazionale.”

E più avanti:

“ …i percorsi formativi del “vero” e-learning valorizzano l’assunzione di responsabilità del soggetto che apprende, l’importanza della costruzione progressiva e condivisa degli elementi costitutivi del sapere, la fruizione di una pluralità di ambienti operativi (forum, wiki, chat, file di gruppo) che interagiscono tra loro e consentono agli utenti di collaborare per l’elaborazione di interpretazioni condivise e di nuovi elementi di conoscenza: il vero e-learning favorisce l’apprendimento significativo e sollecita l’interpretazione delle organizzazioni del lavoro come comunità di apprendimento. L’esperienza della formazione on-line, inoltre, apre spazi alla creatività, perché permette a ognuno di esprimersi al di fuori delle regole e delle logiche di contesto quotidiane, in un ambiente libero dai tradizionali vincoli spazio-temporali in cui è possibile sperimentarsi, sostenuti dalla dimensione del piacere nell’apprendere e dall’emozione dell’esperienza; creatività, dunque, nell’inventare, nel proporre collegamenti originali tra risorse apparentemente distanti, nel rintracciare linee di senso non evidenti, nello sperimentare una dimensione “autoriale” raramente agita nell’attività lavorativa quotidiana, nell’essere promotori e fautori di una proposta”.

Tutto chiaro, dunque?

giovedì 19 giugno 2008

The canned-learning



L’apprendimento in scatola, così rifacendomi a Parkin (2005) citato dalla Shank si potrebbe definire l’e-learning, almeno quegli usi didattici delle tecnologie che abbiamo conosciuto fino ad ora. Riflessione generata dalla lettura del recentissimo libro The e-Learning Handbook. Past Promises, Present Challange (qui recensito) in cui si guarda, da differenti punti di vista, al fenomeno “e-learning” per poter andare oltre a tutte le false promesse che, per leggerezza, erano state fatte nel passato per rifondare, su basi serie e consapevoli, la didattica a distanza con le tecnologie.

Illuminante il primo capitolo di Patti Shank, curatrice, assieme a Saul Carliner, del volume.

Lo riassumo citando i dati che emergono dalla sua analisi di numerosi studi su quali fattori abbiamo contribuito a deteriorare l’immagine del così detto e-learning. Ecco, quindi, una serie di argomentazioni:

  • L’e-learning soffre delle numerose iperboli che lo hanno circondato
  • Irrealistiche previsioni sulla sua crescita
  • I decisori non hanno compreso cosa fosse l’e-learning con conseguenti investimenti sbagliati
  • .. ed in preda a poco scrupolosi venditori
  • La stampa, interessata ai proventi della pubblicità, ha ripreso il fenomeno con scarso atteggiamento critico prendendo per buone le argomentazioni dei venditori evitando di esercitar un pensiero critico anche quando gli utenti si lamentavano del servizio e dell’etica dei venditori
  • Tutte le argomentazioni portate a favore dell’e-learning non sono state fondate su solida ricerca ne sono scaturire dalla pratica
  • Gli studi che evidenziavano la soddisfazione degli utenti sono altrettanto sospetti
  • Tutte le argomentazioni a favore dell’efficacia sono super esagerate e mancano di una comprensione su come le persone apprendano
  • Molte persone che parlano di e-learning non comprendono le definizioni di base ed i concetti chiave dell’e-learning
  • I venditori di applicazioni di e-learning hanno fatto leva su queste idee naife
  • Molto spesso i venditori hanno “venduto” specificità delle proprie soluzioni tecnologiche false o insignificanti
  • Cercando di attirare l’interesse dei lettori in un periodo in cui tutti erano affascinati dal boom di internet e tutti erano alla ricerca dell’autentica novità (qui da noi si parlava di killer application, ndt) la stampa non ha fratto altro che magnificare il fenomeno, pubblicando idee di dubbio valore ed articoli di dubbio spessore scientifico
  • L’assenza di pensiero critico da parte dei mass-media, la tendenza a pubblicare senza aver operato la necessaria verifica, ha provocato un grande danno
  • Quando anche qualche serio consulente faceva vedere la complessità del fenomeno ed invitava a non fare scelte non consapevoli, molti compratori vivendo con fastidio questo approccio critico
  • Una motivazione dall’adozione dell’e-learning è stata la possibilità di riduzione dei costi; ciò non si è mai dimostrato vero
  • Chi cercava il miglioramento dell’efficacia della formazione mettendo on-line i contenuti e facendo tracciare i percorsi da un LMS non ha riscontrato alcun miglioramento
  • Molti professionisti della formazione sono stati attratti da mezze e semplicistiche verità che sono si facili da digerire ma non portano a risultati soddisfacenti.

Tutte le iperboli cha hanno caratterizzato la fase di uso selvaggio delle tecnologie in ambito didattico (questa è una mia affermazione) sono trattate analiticamente nei 3 capitoli della seconda parte.

La conclusione dell’autrice è che siamo passati dalla fase delle iperboli a quella della disillusione e che siamo divenuti (tutti?, domando io) consapevoli che le promesse delle nuova tecnologie non vanno nella direzione dell’automazione di vecchi compiti: esse rendono possibile un nuovo modo di lavorare.

Sottoscrivo totalmente.

sabato 7 giugno 2008

The E-Learning Handbook

Un secondo libro via Amazon, fresco di stampa (maggio 08) .
Sottotitolo: le promesse del passato, le sfide del futuro. Nella presentazione il senso del lavoro di Saul Carliner e Patti Shank (editors): .. esplora divrese tematiche come
  • la grande differenza tra ciò che era stato promesso e l'uso attuale dell'e-learning nell'industria e nell'università,
  • la lotta per implementare gli standard,
  • i problemi con i learning object,
  • il grigiore degli attuali corsi in e-learning,
  • i problemi con i modelli in uso di progettazione didattica (libera traduzione di "instructional design"),
  • i limiti dei metodi di ricerca e di valutazione sull'e-learning.
Tutti questi temi sono esaminati dal punto di vista della tecnologia, della concezione didattica, della teoria, della ricerca e delle implicazioni economiche.

Ricca e prestigiosa la platea dei contributors: Margaret Driscoll, (Web-based Training: Creating E-Learning Experiences, Advanced Web-Based Training Strategies: Unlocking Instructionally-Sound Online Learning), Brent Wilson (quello di Constructivistic Learning Environment) , Marc Rosenberg (quello di Beyond e-Learning), David Merril (comportamentista moderato in perenne polemica epistemologica con Jonassen), Reeves, Herrington e Oliver (quelli degli Authentic Tasks) e tanti altri che non conosco.
Da quel poco che ho fino ad ora letto, mi pare che quanto questo blog va a dire da tempo non sia mero vaneggiare.
Magari riporterò qualcosa dopo aver letto almeno qualche capitolo.


mercoledì 2 aprile 2008

Maledetta FAD

Mi stimola parecchio il post testimonianza del collega Alberto Pastorelli che titola un suo post “maledetta fad”, titolo che gli rubo e ri-uso.

Alberto parla, a proposito delle reazioni della potenziale clientela alla loro offerta di servizi fad/e-learning di “grandi reticenze e facce diffidenti e preoccupate, di una lunga serie di esperienze profondamente negative dove “profondamente negative” è spesso un eufemismo, mentre a giudicare da certe reazioni il termine esatto sarebbe “terrificanti”) in svariati tentativi di far funzionare questa fantomatica formazione a distanza.

Con ironia, afferma che a rileggere questo acronimo è appena stato preso da un morso allo stomaco e/o da brividi lungo la schiena, e ora è indeciso tra un malox e un aulin. …FaD era diventata sinonimo di “progetti progettati male”. E conclude molti partner tecnologici si rivelavano improvvisamente fornitori di aria fritta.

Credo che la sua non sia una testimonianza isolata. Siamo in tanti, in troppi a dirlo.

Nel suo post ho commentato sul filone del dilettantismo di tanti fornitori di servizi e prodotti fad/e-learning, siano questi azienda private o enti di formazione . La presunzione e l’incompetenza ha fatto molti danni, in parte irreparabili.

Non vedo, però, un mutamento di rotta anche in coloro che si dimostrano consapevoli degli errori passati. Vedo il ripetersi di approcci ampiamente dimostratisi fallimentari. Vedo l’insistere sull’identificare gli usi didattici delle tecnologie con la trattazione digitale, ipertestuale e multimediale di contenuti. Vedo ancora trascurate le dinamiche cognitive dell’apprendimento; vedo continuare sulla strada dell’ipersemplificazione dei problemi reali quando trasposti in un contesto didattico. Fintanto che non ci si renderà conto della complessità delle situazioni reali da trattare didatticamente e dell’altrettanta complessità di un ambiente d’apprendimento, si continuerà a fare fad fallimentare e terrificante e non ci resterà che ingurgitare, come dice Alberto, forti dosi di malox ed aulin.

domenica 30 marzo 2008

AIF ed e-learning: tra crisi e sviluppo

A Bologna il 27 marzo la prima conferenza AIf dedicata alle tecnologie nella formazione

Apre il presidente Pier Sergio Caltabiano che afferma che, per quanto riguarda l’e-learning, non c è stata l’evoluzione che ci si sarebbe aspettati, ne negli States, ne in Italia. Abbiamo vissuto una fase di innamoramento enfatizzato ma le possibilità per una maggiore espansione ci sarebbero prestando più attenzione all’apprendimento

Claudio Dondi, dal suo punto di vista internazionale afferma che anche se da molti l’e-learning viene considerato in crisi, non lo è nella pratica. Certamente, se ci riferiamo alla facilitazione dell’accesso alla formazione ed alla economicità della formazione, le delusioni ci sono tutte (= non è vero che le tecnologie facilitano l’accesso alla formazione e non determinano suoi minori costi). Può essere in crisi anche come termine …..

Mi fa molto piacere trovare pubblica conferma a cose che vado dicendo da anni, compreso l’abbandono del termine di apprendimento elettronico ...

Dondi riporta dati che danno l’uso didattico delle tecnologie in crescita con un trend del 20 – 30% annuo. Non dice, però, cosa sia in crescita. Nelle attività didattiche vere e proprie o nel supporto organizzativo e logistico delle attività formative. Due dimensioni totalmente diverse.

E’ in consistente calo il modello “delivery” di contenuti (courseware e LO) e stanno emergendo molte nuove e differenziate forme di … e-learning.

A margine della conferenza chiedo a Claudio che aria tiri circa l’uso del termine, sempre più equivoco, di e-learning. La risposta: ci sono molte istanze affinché il termine venga abbandonato ma si continua ad usare sia perché, quanto meno a livello di senso comune, aiuta ad identificare il di che cosa si sta parlando ma, soprattutto, perché “tengono” termini come e-government, e-health e, per riflesso è opportuno esista anche l’e-apprendimento.

Personalmente preferisco un lessico più preciso …..

Alberto Colorni, METID già presidente SIeL, interviene nel contesto dei nuovi …e-learning. Cito solo la sua conclusione: ”Che con l’e-learning si apra un era di dilettanti anche nella formazione? No, replicherei io, non c’è questo nuovo rischio, nella formazione i dilettanti ci sono sempre stati.

Luigi Guerra, preside di scienze della formazione a Bologna centra in pieno la questione delle questioni: quale è il pensiero didattico che sta dietro l’e-learning? Se non si hanno buone basi di pedagogia e didattica “normale” non si farà mai una buona didattica con le tecnologie e cita Picasso: “Per andare oltre la forma bisogna conoscere la forma” Condivisione assoluta (anche perché lo predico da secoli).

Interessanti anche due altri spunti: Individualizzazione dei percorsi formativi; ma cosa vuol dire? Non è neoliberismo formativo. E sul ruolo del tutor nell’e-learning: il tutor normalmente è un pre-precario. Sbagliato, deve essere un docente.

Riprende il tema Mario Rotta, uno che di tutoring online se ne intende. Mario ci racconta la sua visione della formazione dell’e-tutor, una formazione che deve essere dinamica e continua e non limitata alla trasmissione delle conoscenze dichiarative che fanno parte del suo mestiere. L’insieme di conoscenze coinvolte è molto più ampio ed anche le strategie didattiche per la sua formazione devono essere più articolate e complesse. Importante, quindi, la riflessione critica su casi, lo studio di strategie, l’apprendistato con un esperto, una formazione continua. Mi pare che il messaggio di Mario sia “meno teoria e più esperienza”.

Sono seguite alcune relazioni sull’accessibilità che non ho seguito per il mio poco interesse per la cosa e perché volevo rifinire la mia presentazione del pomeriggio (qui le slide) alla luce di quanto era stato detto.

In sintesi, un bel convegno in cui non si è avuto paura di ammettere tutti gli errori del passato per rifondare il futuro. Complimenti ed un sincero ringraziamento a Stefania Panini per l’organizzazione dell’evento.

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PS

Una mia riflessione finale tra crisi e sviluppo dell’e-learning: siamo in una fase ancora primordiale della didattica con le tecnologie ……

lunedì 3 marzo 2008

Fruire a tracciare

Stavo distrattamente ascoltando Nepolis alla TV di Stato dopo una mattinata terminata tardi, quando sento pronunciare la fatidica parola "e-learning". Mi scuoto dal torpore ed ascolto: niente di meno che la soluzione ad ogni problema di apprendimento. L'ultima ricerca cognitiva che ha trovato la chiave definitiva per l'apprendimento? L'ultimo saggio di Spiro, Jonassem, Schank, Bereiter, Lave .....?
No, molto più semplice ed alla portata di tutti: la chiavetta USB con cui ti colleghi, scarichi, fruisci dove vuoi (è così comodo che la puoi prendere anche in tram, come il digestivo antonetto), tutto si traccia (cosa che non potevi fare con il classico CD pieno di contenuti), ritorni al tuo pc, ti colleghi, la tua tracciatura viene inviata a chissà chi ... e tutto è fatto.
Una grande invenzione di serissimi "ragazzi" di Trieste (li ho apprezzati parlato con loro più volte nel passato).
Ma è possibile che si continui ad avere una visione tanto ingenua, semplicistica e banale dell'apprendimento?
Ed è possibile che una simile visione sia "adottata" da tanti "esperti" di processi di apprendimento?
Non si apprende "fruendo", si deve mettere in modo il cervello; la tracciatura non ha nulla a che vedere con la valutazione, neppure quella di tipo più becero....
Non stupiamoci se così pochi adulti si formano (circa il 7%) trovando poco utile la formazione per il loro lavoro o se tanti utenti di e-learning ne hanno una visione pessima

venerdì 8 febbraio 2008

Risorse didattiche: come costruirle e come usarle

Questo il tema della nuova discussione aperta su Orientamenti e Disorientamenti" e quello che segue il testo di apertura.

L’appassionante discussione qui condotta sui LO si era fermata (conclusa?) sulla convergenza di pareri nell’opportunità di usare il termine “risorse” al posto di “oggetti di apprendimento” (Learning Object).

Credo che “risorsa” sia stato il punto di convergenza in quanto il termine rende esplicito il fatto che l’oggetto didattico in quanto tale non attiva l’apprendimento senza l’esistenza di una intenzionalità didattica che conferisca un senso allo stesso.

Per queste ragioni io avevo definito il LO una entità “pre-didattica” e di “editoria didattica”. Non so quanta convergenza ci sia su questa ulteriore e personale specificazione.

La discussione aveva, comunque, lasciate non risposte alcune domande. Lisa diceva: Quindi riformulo al domanda: come costruire una buona risorsa didattica di tipo multimediale (o non solo)?”

E Lorenz domandava “Qual’è il miglior utilizzo per le risorse didattiche digitale in un corso online?

Due questioni a mio avviso correlate. Il “come” costruirle immagino si riferisca agli aspetti tecnici dello sviluppo della “risorsa” e su questi si erano soffermati ad inizio discussione tanto Lisa quanto Italo che Lorenz (mi scusino altri, eventualmente, non citati) ed in questi aspetti tecnici credo vada incluso il “costo” dello sviluppo stresso, costo che non è un entità assoluta ma è strettamente correlata all’utilizzo che della risorsa se ne fa.

Credo, quindi, che il “come” ed il “perché” vadano naturalmente a braccetto in questa nuova discussione.

Credo che un altro tema possa essere il “cosa” contiene, o può contenere, una risorse digitale: un “contenuto”? un “esercizio”? un “caso”?

Immagino, anche, che altro tema possa essere il “cost effective” dello sviluppo della risorsa: la stessa potrebbe essere sviluppata ad un costo inferiore usando un approccio diverso? Penso a tanti courseware inutilmente costosi. Altri temi?

venerdì 18 gennaio 2008

E-learning che funziona?

L’e-learning può funzionare?

Pare di si a leggere quanto riporta Piergiovanni Mometto da un articolo di US News del 10 gennaio. Mi sono andato a leggere l’articolo e riprendo qualche dato facendo qualche osservazione.
Sono circa 3,5 milioni gli studenti che, pare anche per risparmiare sulla sempre più costosa benzina, preferiscono starsene a casa e frequentare il college online.
Oltre alle rose, gli studenti pare stiano scoprendo anche le spine:

  • i corsi online sono più noiosi di quelli tradizionali
  • hanno un tasso di abbandono maggiore
  • portano a votazioni inferiori.

Un preside di college stigmatizza i propri professori che con il semplice copiare una sequenza PowrPoint, una compito preso da un libro di testo o un test in un LMS crede di aver creato un buon corso online!!!

Sconfortati da questi dati, i nostri stanno escogitando nuovi approcci al semplice mettere online i contenuti. Pare, addirittura, vogliano sfruttare le potenzialità di interazione offerta dal web.
Hanno, così, scoperto che gli studenti, se gli proponi di fare cose sensate (usare wiki, blog, lavoro collaborativo) lavorano in modo anche più duro ed intenso di quanto non facciano nelle ordinarie attività d’aula.
Pare che tra i principali criteri di successo ci sia la capacità di “fare comunità” e di stabilire una vera e propria conversazione tra gli studenti e gli insegnanti.

Uno studente commenta un simile approccio: piuttosto che stare 6 ore ad annoiarmi in classe, sono – in questo modo – immerso in attività di ricerca, pensiero, scrittura e …apprendimento.

C’era bisogno di aspettare il 10 gennaio 2008 ed un articolo divulgativo per scoprirlo?

mercoledì 17 ottobre 2007

Rottamare l’e-learning

Un mio modesto framework per (dopo) l’e-learning. Ovvero, rottamare l’e-learning

Vedo intelligenze affannarsi per aggiustare una cosa il cui unico destino sarebbe la rottamazione: il così detto e-learning.

Perche “rottamare” e non “aggiustare”?

A prescindere dalle argomentazioni che da quasi un anno svolgo in questo blog ed in altri luoghi da molto prima, recentemente due autorevoli autori riportano copiose evidenze di fallimenti dell’e-learning: Johannes Cronje e Gugliemo Trentin.

I due studiosi, uno sudafricano ed uno italiano, con onestà scientifica ed intellettuale si sforzano, riuscendoci, di fornire un framework concettuale, con valenze operative, entro cui l’e-learning avrebbe successo.

Trattasi di framework logici, ben congegnati, adeguatamente strutturati, ma ….

Ma, non utilizzabili nella pratica. Come spesso accade, la realtà sfugge alla razionalità, alla logica e regole desunte ex-post che cercano di dare razionalità a comportamenti che, per propria “indole”, per “istinto”, seguendo regole “reali”, direi “naturali” vanno da tutt’altra parte, serve a poco ed a frustrare coloro che ci hanno messo tempo, energia, intelligenza a trovare (a tavolino), quelle regole.

Quindi, con approccio pragmatico (ne sono obbligato dato che razzolo nel pollaio tutti i santi giorni), propongo un mio personale framework, il framework delle quattro A.

  • Abbandonare il termine-feticcio “e-learning”: abbandonare la “e” che dovrebbe servire solo a conferire valore, modernità, efficienza, …. al termine che viene dopo (come tutte gli hype); abbandonare il “learning” perché quello che si fa con quelle tecnologie, pur nobile, non ha nulla a che vedere con l’apprendimento (non più di quanto abbiano le aule scolastiche, gli uffici di segreteria con quello che poi apprendono gli studenti)
  • Azzerare la confusione e le ambiguità che il termine “e-learning” contiene:quando si dice “e-learning” si dice di tutto: funzioni di segreteria, organizzative, amministrative, logistiche, didattiche (in modica quantità). Cioè non si dice nulla. Si tratta di quello che gli anglofoni chiamano buzzword o bandwagoon (leggere con attenzione le definizioni, calzano a pennello)
  • Avere chiaro che due sono gli ambiti di utilizzo delle tecnologie nei contesti scolastici: quello di supporto organizzativo/logistico alle diversa attività scolastiche (segreteria, gestioni allievi, docenti, classi, iscrizioni, comunicazioni) e quello di supporto/integrazione nella didattica. Scopi, funzioni, strumenti, prassi operative, concetti, competenze di chi li usa radicalmente diverse. Due mondi diversi.
  • Adottare strumenti adeguati agli ambiti di utilizzo: un normale LMS può sostenere in modo egregio tutte funzioni organizzativo/logistiche necessarie a mandare avanti la scuola via web; per le integrazioni nella didattica gli strumenti extra LMS sono numerosi ed in continua espansione, alcuni particolarmente “ricchi” dal punto di vista dell’impatto sull’apprendimento, altri meno.

Non vincerò il Nobel della Didattica di certo, ma senza tanti svolazzi e con tanto senso pratico ( e senza superficialità, se mi posso permettere) mi pare che come prima bozza possa funzionare.

venerdì 12 ottobre 2007

Oltre i fallimenti dell’e-learning

Era mia intenzione recensire, dopo attento studio (una lettura, pur approfondita, non sarebbe bastata) il contributo di David Jonassen pubblicato nell’ultimo numero (47,5) di Educational Technology: “A Taxonomy of Meaningful Learning”, una sintesi di 10 anni di ricerca che lo porta a concludere che la massima forma di apprendimento significativo è il problem solving (Jonassen sarà a Bolzano la prima settimana di dicembre 07).

Sfogliando, però, la rivista mi imbatto in un contributo del nostrano Guglielmo Trentin dell’ITD di Genova (complimenti a lui per la prestigiosa pubblicazione) su un approccio multidimensionale alla sostenibilità dell’e-learning (A Multimensional Approach to E-learning Sustainability, pp. 36 – 40).

Più che le sue conclusioni e proposte (puramente ipotetiche nello scenario italiano, purtroppo), mi interessano le premesse da cui parte e che portano acqua al mio mulino (per inciso, mio padre Livio, mio nonno Giovanni, mio bisnonno di cui credo di non aver mai saputo il nome, erano mugnai… onore agli avi…).

Dunque, Trentin evidenzia che:

  • negli ultimi anni una grande quantità di risorse pubbliche è stata allocata ad iniziative di e-learning;
  • nonostante questi sforzi, non vi è alcun segno di un avvenuto consolidamento dell’uso didattico delle tecnologie.

Indipendentemente delle entusiastiche annuali previsioni sulla penetrazione dell’e-learning, uno sguardo più attento al fenomeno evidenzia due questioni ancora aperte:

  • l’e-learning non ha portato ad alcun significativo cambiamento nella realizzazione della formazione ed è ancora ancorato ai finanziamenti pubblici, a progetti pilota o ad iniziative personali
  • molti progetti, iniziati con grande entusiasmo e solide basi qualitative, sono stati abbandonati non appena i finanziamenti pubblici erano terminati.

La conclusione è che senza finanziamenti pubblici o sponsor privati, questo approccio non riesce ad auto-sostenersi. Detto altrimenti, sempre secondo Trentin, la qualità di quelle iniziative di e-learning era talmente povera da non giustificare i suoi costi.

Altre considerazioni del nostro: la principale ragione dell’adozione dell’e-learning stava (sta?) nel miraggio (suo il termine) del minor costo e proprio questo approccio ha portato allo sviluppo di e-elarning di bassa qualità.

Questo approccio, ed i suoi risultati, ha prodotto un consistente scetticismo se non repulsione da parte di coloro che ne hanno fatto esperienza ….

La conseguenza è stata il propagarsi di un messaggio di allerta anche tra coloro che non si sono mai coinvolti in simili iniziative.

Trentin si domanda se l’e-learning non sia stato solo un “flash in the pan” pronto ad essere sostituito da una nuova moda o se non abbia in sé le potenzialità di diventare qualcosa di sensato.

Concludo questo post con altre sue citazioni tratte dal lavoro di Seufert e Seufert e Euler che hanno investigato il tema:

  • i vantaggi dell’adozione dell’e-learning sono relativi ed i benefici derivati non sono ancora chiari (eccetto, forse, la speranza di tagliare i costi della formazione);
  • vi è sempre una grande difficoltà ad integrare l’e-learning nel contesto in cui lo si vorrebbe introdurre;
  • l’e-learning è percepito come una metodologia complessa da gestire e le sue sperimentazioni hanno fornito poche rassicurazioni in merito;
  • l’e-learning non è percepito come un mezzo per fare formazione della stessa qualità della formazione tradizionale.

Da incrociare con Who killed e-Learning?

Per non lasciare la curiosità su quale sia la proposta di Trentin, concludo, questa volta per davvero, indicando che si tratta di un modello multimensionale in cui sono strettamente interrelate ben otto dimensioni: pedagogica, professionale, socio-culturale, informale, di contenuto, organizzativa, economica e tecnologica.

Come dire: forse è meglio lasciar perdere l’e-learning e cambiare discorso (commento mio).

sabato 6 ottobre 2007

ILIAS Konferenz - Workshop Orientamenti e disorientamenti











Anche questo (non) workshop se ne è andato. Con un po' di rammarico per aver lasciato la vivace conversazione a metà o, forse, solo agli inizi.
Dodici i presenti: dal mondo della scuola, dell'università, dell'azienda, della pubblica amministrazione. Differenti contesti, differenti punti di vista. Una ricchezza per il confronto e la condivisione.
I temi (solo in parte) trattati:
  • la morte delle piattaforme (nel senso di LMS)
  • la morte dei Learning Object
  • l'emergere della filosofia bottom-up
  • la rifocalizzazione sull'apprendimento
  • le tecnologie emergenti
Qui le slide del (non) workshop

La discussione si avvia presto sulla controversa questione della "morte" del e-learning. Secondo i colleghi della MUST, azienda torinese che fa business nel e-learning, le cose non stanno proprio così. Vanno fatti dei distinguo, ma in certi contesti l'e-learning serve e va alla grande. Proseguiremo la discussione su NING.

Altro tema: le persone non amano starsene ore e ore davanti al PC a girare pagine: nelle esperienze dei presenti solo conferme. Viene citato il caso di un noto programma gestito da un ente pubblico (che non ricordo bene quale sia) di fad basato su corsi definiti di rara noiosità ...

Ampia la discussione sull'apprendimento, su cosa sia, su come si attivi e si sostenga, sul ruolo delle tecnologie. C'è forte concordanza sul fatto che un uso didattico delle tecnologie non possa prescindere dalla attenta considerazione delle dinamiche dell'apprendimento.

Interessante anche la (purtroppo) breve discussione sul costruttivismo con la provocatoria affermazione: si parla tanto di costruttivismo, che non sia solo una moda? che non sia una delle tante bolle speculative destinate a scoppiare prima o poi? Io dico "si predica costruttivismo, si razzola istruzionismo"

Lasciando la sala del workshop, dopo che ci sono venuti a chiamare più volte per raggiungere la plenaria conclusiva, un partecipante si e mi domanda: abbiamo acquistato parecchie lavagne interattive, si vorrebbero sviluppare dei LO per insegnare il loro uso. Che sia il caso? Richiamando gli esempi di "attività di apprendimento" che avevo presentato in precedenza, dico: non necessariamente. Replica: " ma, sai, gli informatici .......". Ah, si, ..... gli informatici, appunto.
...
La conversazione continua su Ning, nella comunità "Orientamenti e disorientamenti negli usi didattici delle tecnologie"

lunedì 24 settembre 2007

e-learning a Taiwan




Una gentile lettrice di questo blog mi segnala una sua iniziativa:
"e-Learning: scambi di esperienze Italia - Taiwan"
che si terrà presso la Sala conferenze del CATTID, Università La Sapienza di Roma giovedì 27 settembre dalle ore 14.00 alle ore 18.00 e che vedrà la presenza di una delegazione di esperti e-Learning provenienti da Taiwan.
Qui il programma.
Nel comunicato stampa leggo una notizia confortante: In Italia, dopo una prima fase di consolidamento, il mercato dell’e-learning sta registrando un andamento positivo e un interesse crescente, in particolare nelle Università e nella Pubblica Amministrazione.

mercoledì 19 settembre 2007

Chi ha ucciso l’e-learning? Perché lo consideriamo “morto”? (2)

Questo il mio contributo sul forum sul perché affermo (affermiano?) che l’e-learning è “morto”.

When I (we?) call for the e-learning death, I say that are dead believes that:

  • technology-based distance teaching is cheaper than the conventional teaching mode;
  • people are more favourable to learning when it is technology-based and they can learn anywhere, anytime, anyway …..;
  • - just put information/contents on the web, and enrich them with multimedia facilities, and people are keen to learn;
  • people like to learn by themselves, closed in their office or home, turning pages, dragging and dropping,….;
  • technology ’d be used in educational contexts just for developing and delivering contents and for managing administrative and organisational matters involved in any school activity;
  • technology-based learning activity are mainly based on LMS and Learning Objects with communication facilities as an option;
  • technology is the driving force.
As these believes where at the baseline of the so-called e-learning (does electronic learning exists? No, I say, just learning exists) and as these convincement have been widely demonstrated are wrong, we, relaxing, can call for the death of e-learning and concentrate our intelligences, time and efforts on learning, using technologies or don’t. And being aware about what learning is, as dr. Cronje stated. But about the issue a lot has been already written.

Chi ha ucciso l’e-learning? Perché lo consideriamo morto? (1)

La discussione sul paper del dr. Cronje su IT Forum è molto animata e, tra l’altro, offre molte argomentazioni per l’istruttoria del Processo alle Tecnologie Didattiche. Raccoglierò lì ampi abstract della discussione. Il suo svolgimento può essere seguito iscrivendosi alla comunità o andando direttamente sul forum

Un thread attivato ieri dal Cronje è Defining death. Ho inserito qui, nel wiki del Processo i contributi che sono stati postati fino ad ora.

In sintesi

  • ciò che possiamo considerare “morto” a tutti gli effetti è il termine e-learning, non gli usi didattici delle tecnologie. Questo termine è stato “bollato” come una buzzword (Cronje) inventata dall’industria (Hotrum)
  • ciò che traina non è la tecnologia, ma l’apprendimento,

Interessanti anche alcune annotazioni di Cronje che osserva che dovendo concentrarsi sul learning dovremo considerare:

that learning is happening IN SPITE OF designers ….

….that learning happens anyway and very often specifically not as we planned it

La prima osservazione mi ricorda un acceso dibattito in corso anni fa negli Stati Uniti attorno al concetto del learning without teaching (ad es: reflective learning, learning from experience, from mistake, peer teaching …) quando ebbe molto successo l’espressione learning despite teaching (che non sia questo il vero meccanismo per cui nelle nostre scuole si impara nonostante la scuola stessa e nonostante l’intervento degli insegnanti?).

La seconda ci spinge ad interrogarci sul ruolo di noi insegnanti.

Curiosa l’annotazione di Claude Almansi, una collega svizzera (da tempo apprezzo i suoi interventi su IT Forum) che commentando il mio post ci fa notare che la tanto citata iniziativa: ….. apparently the main users of OCW are... MIT's own student.

Lo script integrale dei citati interventi di Cronje, Almansi ed altri, nel wiki del processo, alla pagina "documentazione per l'accusa"

lunedì 17 settembre 2007

Chi ha ucciso l’e-learning?

Johannes C. Cronje, decano della Faculty of Informatics and Design alla Cape Peninsula University of Technology, Città del Capo si pone questa domanda nel titolo del paper che ha attivato la consueta discussione tematica mensile in IT Forum.

Cronje afferma che mentre il termine e-learning sta perdendo la sua popolarità a favore di altri termini modaioli (buzzword*) come ubiquitous learning, mobile learning, blended learning, è necessario capire le ragioni per cui il concetto ha perso la sua attrattività e di considerare se vi sia vita oltre l’e-learning.

Il suo articolo elenca numerose ragioni del fallimento dell’e-learning e propone un modello per integrare l’apprendimento con il processo lavorativo per rendere possibile un apprendimento organizzativo sostenibile.

L’intervento è divertentemente strutturato sulla falsariga di una filastrocca inglese (Who killed the Cock Robin) domandandosi se, come Robin Hood rubava ai ricchi per dare ai poveri, l’e-learning, che ha promesso di offrire una soluzione a basso costo per portare la formazione a portata di tutti avrebbe seguito lo stesso destino (nella tomba).

Per dare la misura della questione, cita Romiszowski, (2004) che rileva come il valore di una azione Digital Think è miseramente crollato dagli 89.44 $ nel 2001 al 1.34 nel 2003!

La preoccupazione di Cronje riguarda l’impatto della formazione nel business ed in questo senso, che a me più di tanto qui non interessa. Comunque, sulla base dell’analisi di copiosa letteratura che, da punti di vista diversi, testimonia della morte dell’e-learning, evidenzia che, le ragioni di ciò sono da attribuirsi:

  • al disallineamento tra gli obiettivi del business ed i bisogni di formazione. Troppo spesso le strategie di e-learning si sono basate interamente su un modello centrato sui costi ed avendo il ritorno dell’investimento (ROI) come la motivazione principale della sua implementazione
  • all’utilizzazione di strategie distorte dovute alla sovra-enfatizzazione di uno dei quattro aspetti di una buona strategia: le tecnologie, l’apprendimento, il management ed i bisogni di formazione;
  • l’insufficiente considerazione delle quattro barriere all’apprendimento nella fad: lo studente, il team didattico, l’organizzazione ed il corso stesso;
  • al non aver capito che le persone non voglio apprendere dalle macchine ed al non aver considerato a sufficienza la dimensione sociale dell’apprendimento;
  • al non aver compreso che, nonostante le tecnologie abbiano reso agevole lo sviluppo e la distribuzione di materiali didattici, è molto difficile motivare le persone a stare on-line a leggere contenuti. Il modello “presentazione” di contenuti non funziona;
  • l’aver cercato di focalizzare il processo d’apprendimento sulla tecnologia piuttosto che sulla pedagogia e sulla didattica;
  • il non aver compreso che tutta la tematica della standardizzazione (SCORM ecc…) ha a che fare con gli aspetti economici delle tecnologie che con quelli didattici;
  • al non aver capito che le economie di scala non hanno mai funzionato bene nell’educazione.

La proposta finale di Cronje è di un modello in cui l’attività formativa sia parte integrante del modello di business, non sia un fattore aggiuntivo di costo e concorra al perseguimento della vision e della strategia dell’azienda. Il modello è denominato “the learning scorecard” che non riporto per mio limitato interesse.

La conclusione, questa si mi preme evidenziare, è che ….but somehow they are missing the point – just as the technology is becoming cheaper and smaller, so it should also become more transparent – technology should not be the driving force behind learning. Learning should be.

Tutte cose che qui, in questo blog, si predicano da tempo.

Al di là dell’interesse per il paper, trovo molto stimolante la discussione che si sta svolgendo nella lista. In modo particolare l’intervento di poco fa di Bev Ferrell, amministratore della lista il quale, tra l’altro, afferma che:

  • l’intero mondo della formazione è sempre pronto a saltare sull’ultimo treno che passa (parla di bandwagon**) aderendo alla credenza che … dato che tutti lo fanno, deve essere buono per forza …
  • l’industria si inventa sempre nuovi termini di significato assai vago sperando da farne la propria fortuna (cita, ad esempio, l’active osmotic learning, apprendi mentre dormi se ascolti una cassetta registrata – ora, un mp3; una delle tante invenzioni ….)

Lucida, questa Bev ….

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(*) In inglese “buzzword”, molto di più di “termine alla moda”, è un termine che sottintende una intenzione di impressionare chi ascolta e di oscurare un significato

(**) Bandwagoon, letteralmente “il rimorchio della banda”; L’effetto bandwagon riguarda l’osservazione che spesso le persone fanno e credono a cose solo perché altri fanno quelle cose o credono in esse, senza prendere in considerazione il merito della questione. L’effetto bandwagon è la ragione del fallimento delle credenze bandwagon.