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mercoledì 5 dicembre 2007

PISA, la scuola che pende (e prima o poi andrà giù)

Avete presenti i dati dello studio PISA? La scuola italiana che continua lo slittamento verso le zone basse della classifica mondiale, la sua collocazione appena sopra di Grecia, Bulgaria e Romania.

Chi meglio di Jonassen potrebbe darci alcuni suggerimenti su come migliorare il nostro sistema scolastico, uscito alquanto malconcio dallo studio PISA?

Jonassen, che in questi giorni è a Bolzano per una serie di seminari per la formazione professionale è uno dei più accreditati scienziati internazionali che si occupano di scuola e formazione. 20 libri pubblicati negli ultimi 12 anni, decine di saggi pubblicati nelle più prestigiose riviste scientifiche internazionali, Jonassen si occupa di come sia possibile migliorare il “prodotto” della nostra scuola studiando come le persone apprendono e come si possa insegnare nel modo più efficace. Conosciuti ed applicati in tutto il mondo i suoi studi su come sia possibile migliorare l’apprendimento usando le tecnologie. Questa è l’area della consulenza che Jonassen sta dando alla Provincia di Bolzano.

Gli ho chiesto come, dal suo punto di osservazione a respiro internazionale, sia possibile agire per arrestare il declino sancito dallo studio PISA.

Due i punti su cui Jonassen ritiene sia indispensabile intervenire: gli assunti pedagogici e didattici su cui si basa la scuola e le competenze degli insegnanti.

La scuola dovrebbe preparare alla vita: mi piace crederlo, afferma Jonassen, perché la sua funzione non è mai cambiata, ma, purtroppo, non lo fa. La scuola dovrebbe supportare l’apprendimento ma non lo fa; la scuola prepara a … finire la scuola. La scuola prepara a memorizzare ed a ripetere informazioni, ma nella vita noi tutti dobbiamo risolvere problemi ma a questo la scuola non prepara.

La scuola insegna a conoscere le diverse discipline, non ad usare le discipline. Insegna matematica ma dovrebbe insegnare a pensare e ad agire come un matematico. Il risultato è che finita, con successo, la scuola si sa tutto in molte discipline ma non si sa cosa farsene di quelle discipline; sappiamo risolvere equazioni ma non sappiamo cosa siano ne a cosa servano se non a risolvere equazioni più complesse. La scuola dovrebbe insegnare a fare esperienza con la soluzione di problemi, non a studiare i contenuti messi gerarchicamente in fila nei libri di testo e nei programmi scolastici.La scuola dovrebbe, quindi, abbandonare il curricolo ed orientarsi alla soluzione di problemi.

Nelle nostre università in Missouri, continua Jonassen, i nostri studenti ottengono valutazioni di prestazione sempre superiori alla media nazionale; le nostre università da anni hanno abbandonato il curricolo e fanno didattica orientata alla soluzione di problemi.

Per questa scuola l’insegnante deve agire come un risolutore di problemi: questa è la sua primaria missione. Tutti i giorni, in classe, l’insegnante si trova a dover far fronte a numerosi e sempre diversi problemi di apprendimento, deve diagnosticare problemi e risolverli. Sono problemi di diagnosi, di progettazione, di pianificazione, di azione strategica. La classe è dinamica, i problemi cambiano di continuo e vanno affrontati in modo dinamico. Parecchi insegnanti, lo abbiamo rilevato attraverso numerosi studi, afferma Jonassen, hanno solo vaghe idee di cosa significhi apprendere e, di conseguenza, insegnano in modo altrettanto approssimativo. Le carenze della scuola sono spesso mascherate perché è difficile valutare cosa una persona abbia appreso. I nostri studenti lasciano la scuola senza che la scuola sia in grado di dire cosa abbia prodotto.

La conclusione di Jonassen? Solo se si comprendesse meglio l’apprendimento, la scuola sarebbe in grado agire meglio il proprio ruolo.

E, con un velo di pessimismo, considerato il suo orientamento progressista, afferma che la via più veloce per migliorare la scuola sarebbe quella di eliminare l’obbligo scolastico, gli studenti scapperebbero da una scuola che non serve e la scuola si dovrebbe rinnovare per mantenere i propri “clienti”

mercoledì 1 agosto 2007

Le scuole per il 21^ secolo. Tematiaca 2: preparare gli europei all'apprendimento permanente

La tematica è sintetizzata attraverso la domanda n. 2: Come possono le scuole fornire ai giovani le competenze e la motivazione necessarie a rendere l'apprendimento un'attività permanente?

Tre brevi estratti dal documento della Commissione per evidenziare i punti critici:

  1. Competenza e motivazione ad apprendere: Gli studenti dovrebbero (quindi) terminare la loro carriera scolastica competenti e motivati ad assumersi la responsabilità del proprio apprendimento durante tutta la vita.
  2. Approcci didattici: Attraverso la ricerca sull'insegnamento i nostri concetti relativi all'insegnamento continuano ad evolvere, ma c'è ancora molto da fare affinché i risultati di tale ricerca vengano trasmessi integralmente ai metodi di insegnamento e all'organizzazione delle scuole.
  3. Ruolo delle tecnologie: Le tecnologie di informazione e comunicazione, ad esempio, hanno un enorme potenziale di sostegno dell'apprendimento autonomo, della costruzione collaborativa della conoscenza e dello sviluppo delle competenze.

Io vedo la problematica incardinata su tre questioni chiave:

Il problema: allenare le competenze per il Life Long & Wide Learner. Lavorando molto con adulti nei loro percorsi di apprendimento professionale continuo, mi rendo conto che, nonostante l’età matura ed una evidente capacità di iniziativa ed autonomia ed un orientamento all’innovazione in tutti i contesti di vita, relativamente alla formazione, permane un atteggiamento di passività e di conservatorismo. Secondo me il problema sta nell’atteggiamento e nella mancanza di competenze adeguate. Su entrambe le variabili si può e si deve lavorare. La scuola è il luogo ideale per fare questo. Non si può chiedere ad una persona di agire in un certo modo se non ne ha la capacità.

Il modello: autosviluppo. Credo che questa sia la principale competenze per essere un life-long learner e che vada adeguatamente sviluppa nel periodo scolare. Questa era una delle 5 key skills cui abbiamo lavorato nel progetto citato nel post precedente e la avevamo definita come la capacità di governare il proprio sviluppo professionale e personale. Contenuti della competenza erano stati individuati essere:

  • monitorare le proprie risorse professionali e personali ed identificare i punti di forza e le carenze;
  • identificare gli obiettivi del proprio sviluppo;
  • ricercare, valutare, selezionare le opportunità per il proprio sviluppo;
  • pianificare ed organizzare il proprio lavoro di autosviluppo;
  • realizzare attività/piani di sviluppo professionale e personale;
  • valutare gli esiti del piano di autosviluppo.

Una competenza non banale nei contenuti e non semplice da sviluppare, ma estremamente critica

La soluzione: strategie didattiche: sarò banale al limite del noioso ma vedo nel costruttivismo un riferimento teoretico ricco di spunti, anche operativi. Il modello è quello dello scaffolding in cui, attraverso un supporto ed una valutazione che progressivamente diminuiscono, chi apprende sviluppa la capacità di gestire il proprio processo di sviluppo. Alle elementari i bambini saranno sostenuti fortemente dall’insegnante e sarà lo stesso insegnante a valutare la prestazione ed a suggerire i correttivi; ad un certo punto lo studente non avrà più bisogno dell’insegnante, o sarà lui chiedere aiuto e sarà lui a saper diagnosticare i propri bisogni e la propria prestazione. Un semplicissima (a parole) tecnica che abbiamo usato per allenare all’autosviluppo è stata quella di svolgere una piccola parte del programma di informatica attraverso studio auto-organizzato ed auto-diretto presso il Learning Centre della scuola. Come input, il programma da svolgere ed il tempo massimo di completamento e lasciato agli allievi il compito di organizzare gli orari di studio, di prenotare la postazione di lavoro, di chiedere aiuto all’insegnante/tutor presente al LC.
Una impresa, in tutti i sensi. Difficilissima da portare avanti, progressi infinitesimali, supporto a go-go ma con un segno indelebile nell’esperienza degli allievi.

Le scuole per il 21^ secolo. Tematiaca 1, competenze cruciali per tutti

La tematica è sintetizzata attraverso la domanda n. 1: come organizzare le scuole in modo che possano fornire a tutti gli studenti la serie completa delle competenze di base?

La questione si pone a fronte dei continui e veloci cambiamenti scientifici, sociali ed economici ed alla necessità, per ognuno di noi, di un altrettanto continuo adattamento. Le competenze che dovrebbero facilitare questa adattabilità sono, secondo il documento ma, anche secondo la nostra esperienza con la questione, quelle di tipo personale o trasversale, più che quelle tecniche-specialistiche.

Queste competenze sono

  • imparare ad imparare
  • competenza sociale e civica
  • spirito di iniziativa ed imprenditorialità
  • consapevolezza ed espressione culturale

L’occasione di ripensare la didattica è ghiotta considerando che i sistemi scolastici – e tra questi anche quello italiano con gli indirizzi per l’innovazione del sistema scolastico di Fioroni, si stanno riorganizzando i percorsi educativi a partire dagli output (abilità, competenze) più che dagli input (i contenuti da apprendere).

Per tre anni ho lavorato ad un progetto di didattica nella formazione professionale per quelle che avevamo denominato key skills, ovvero competenze di base. In precedenza avevo lavorato con alcuni di quelli insegnanti alla ri-disegno di un paio di percorsi a qualifica in termini di competenza e non più di discipline e contenuti.

Cosa posso, quindi, dire come modesto e personale tentativo di risposta alla prima delle otto domande della Commissione?

Primo: tropo spesso competenza è un termine usato a sproposito o con eccessiva leggerezza introducendo una iper-semplificazione della problematica al limite di farla coincidere con contenuti ; questo atteggiamento porta a non comprendere l’essenza dell’approccio per competenze. Le definizioni di competenza sono, poi, innumerevoli, nessuna rappresenta la verità e, per questo sarebbe sempre opportuno dichiarare cosa si intenda per c. dopo di che tutto può avere un senso

Secondo: parlare di competenze come alternativa alle discipline ha implicazioni non semplici per i cambiamenti necessari tanto nella didattica quanto nell’organizzazione delle attività didattiche. Si pensi solo alla natura multidisciplinare della competenza. Lavorare didatticamente per competenze è una rivoluzione, anche nel pensiero di chi insegna.

Terzo: non si può fare l’ ”ora” di competenze trasversali (CT); sarebbe una autentica aberrazione. Le CT vanno sviluppate nel contesto della didattica curricolare adottando specifiche strategie didattiche. Noi abbiamo trovato di estrema utilità lavorare con progetti (project-based learning), meglio se con co-docenza e/o con approccio interdisciplinare. Tutta la didattica costruttivista è di grande aiuto perché “allena” le abilità cognitive e metacognitive, la collaborazione e la cooperazione, l’assunzione di responsabilità, il lavorare in rete ed in gruppo.

Ritornando alla domanda: come organizzare le scuole in modo che possano fornire a tutti gli studenti la serie completa delle competenze di base??

  • Acquisendo consapevolezza sul significato di competenza
  • Formando adeguate competenze didattiche
  • Organizzando le attività didattiche in modo coerente

venerdì 27 luglio 2007

Le scuole per il 21^ secolo. Il documento della Commissione Europea

Nulla di meglio che riprendere il lavoro con un bel (?) post sul blog, un atterraggio morbido sulla ruvidezza quotidiana.

Inizio da un recente (11 luglio) documento della Commissione Europea attraverso il quale vengono sollecitati contributi a definire la strategia della Commissione sulle attività da svolgere per sostenere l’adeguamento della scuola alle sfide del 21^ secolo.

Il documento identifica 8 tematiche sociali ed economiche rispetto alle quali identificare il ruolo della scuola (nel documento, per “scuola” si intendono sistemi e gli istituti d'istruzione obbligatoria).

Ho trovato molti stimolanti per la riflessioni alcuni dati evidenziati in apertura:

  • alcune delle sfide più importanti e più significative per il benessere degli individui e per il bene della società si riferiscono alla qualità dell'istruzione e della formazione iniziali, a partire dall'istruzione precoce e prescolastica
  • per preparare le persone alla vita nel mondo moderno, la scuola le deve mettere sul cammino dell'apprendimento permanente;
  • circa un terzo della forza lavoro europea possiede un basso livello di formazione ma, secondo talune stime, entro il 2010 il 50% dei nuovi posti di lavoro richiederà persone altamente qualificate e solo il 15% sarà destinato a persone con una formazione scolastica di base
  • in futuro i giovani non possono più attendersi di trascorrere tutta la vita in un settore di occupazione; i loro percorsi di carriera cambieranno in modo imprevedibile e dovranno disporre di un'ampia gamma di competenze generiche che consentano loro di adeguarsi. In un mondo sempre più complesso la creatività, la capacità di pensare lateralmente, le competenze trasversali e la capacità di adattamento tendono ad essere valutati più positivamente rispetto alle conoscenze specifiche

Ad una prima lettura, il documento sembra identificare come particolarmente rilevanti le tematiche delle competenze trasversali e, tra queste, quelle correlate alla capacità di apprendere tutto l’arco della vita.

Ambiti di intervento privilegiato sono, sulla base del documento,

  • le metodologie di insegnamento,
  • le competenze degli insegnanti,
  • l’organizzazione delle scuole
  • l’uso delle tecnologie per rendere quanto più individualizzati i percorsi formativi.

Per quanto attiene alle competenze critiche, il documento fa riferimento ad un precedente lavoro della Commissione sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente.

Queste le tematiche cui, secondo il citato documento, prestare attenzione:

  1. Competenze cruciali per tutti
  2. Preparare gli europei all'apprendimento permanente
  3. Contribuire alla crescita economica sostenibile
  4. Rispondere alle sfide nelle nostre società
  5. Una scuola per tutti
  6. Preparare i giovani europei alla cittadinanza attiva
  7. Insegnanti – i protagonisti del cambiamento
  8. Aiutare le comunità scolastiche ad evolvere

Queste sono, invece, le domande cui dare risposta.

  • Come organizzare le scuole in modo che possano fornire a tutti gli studenti la serie completa delle competenze di base?
  • Come possono le scuole fornire ai giovani le competenze e la motivazione necessarie a rendere l'apprendimento un'attività permanente?
  • Come possono i sistemi scolastici contribuire ad appoggiare la crescita economica sostenibile a lungo termine in Europa?
  • Come possono i sistemi scolastici soddisfare in modo ottimale la necessità di fornire equità, di tener conto delle diversità culturali e di ridurre l'abbandono scolastico?
  • Se le scuole devono soddisfare le esigenze educative di ogni singolo alunno, come si può agire a livello dei programmi, dell'organizzazione scolastica e del ruolo degli insegnanti?
  • Come possono le comunità scolastiche aiutare i giovani a diventare cittadini responsabili, in armonia con valori fondamentali quali la pace e la tolleranza di fronte alle diversità?
  • Come fornire al personale scolastico formazione e sostegno per affrontare i problemi che si presentano?
  • Come possono le comunità scolastiche ricevere la guida e la motivazione necessarie per avere successo?
  • Come possono acquisire la facoltà di evolvere per poter affrontare i cambiamenti a livello delle esigenze e delle domande?

Cercherò di dare alcune mie personali “risposte” ad alcune di queste domande attraverso una breve serie di post. Non scriverò su tutte le domande perché su alcune non saprei cosa dire.

sabato 7 luglio 2007

SIeL 07 (7). Formale? Informale? Blended?

Il tema del congresso SIeL di quest’anno è stato: “eLearning tra formale ed informale”. Se ne sono sentite tante, quasi tutte nel segno del “lunga vita all’informale”. Si né fatto notare, citando studi, ricerche, visioni, come l’apprendimento formale copra non più del 20% di quanto sappiamo per tirare a campare. Si è, anche, detto che la scuola non valorizza per nulla gli apprendimenti informali. Si è detto: “integriamo il formale con l’informale”.

Cerco di capirne di più analizzando il problema e cogliendone, almeno in parte, le sue molteplici sfaccettature.

  • L’informale è una modalità di apprendimento “naturale” e come tale non può essere e non deve essere snaturata “formalizzandola”
  • L’apprendimento naturale avviene attraverso una pluralità di strategie (Schank)
  • Ciò che si apprende per via informale è diverso da quanto si apprende per via informale
  • L’apprendimento informale è sempre “significativo”
  • Nell’apprendimento informale, chi apprende sente la completa “proprietà” del processo
  • Molto apprendimento informale è tacito ed implicito (Polanyi)
  • Molto agire competente non è consapevole
  • Un agire consapevole è “produttivo” (contrario di “ri-produttivo”)
  • Una cosa è l’apprendimento deliberativo, altro quello reattivo ed implicito (Eraut)
  • Il concetto di “competenza professionale” rinchiude in sé la dimensione dell’apprendimento informale
  • L’uso del portfolio è una valorizzazione della competenza indipendentemente da come essa è stata sviluppata
  • La diffusione di strumenti che valorizzano l’apprendimento informale cambia il potere nella scuola

….. sotto con la creatività

Una prima e provvisoria conclusione:

Sarebbe utile comprendere come avviene l’apprendimento informale per identificare strategie didattiche da esportare nei sistemi di apprendimento formale

….. sotto, ancora, con la creatività

mercoledì 4 luglio 2007

SIeL 07 (1) Scelte tecnologiche guidate dalla pedagogia

La precedenza, narcisitica, al mio intervento a SIe-L. Il titolo "scelte tecnologiche guidate da scelte pedagogiche e didattiche". La ragione del paper è da rintracciarsi in tante "chiacchiere" che si fanno quando si sparla di e-learning. Si dice, basta con la "e", ripartiamo del "learning". Partiamo dalla pedagogia ed usiamo le tecnologie per quello che sono: dei semplici strumenti a servizio dello scopo, non lo scopo. Buona ultima ragione, una delle conclusioni di una ricerca di cui parlerò a breve: noi "esperti" di e-learning non siamo consapevoli delle basi teoriche del nostro lavoro.
Il mio lavoro va, quindi, a illustrare il percorso che abbiamo fatto a Bolzano per mettere in piedi il Progetto Pionieri.

Questo il percorso fatto:
  • La mission della FP
  • Skill correlate
  • Risorse
  • Scelte pedagogiche e didattiche
  • Perché il costruttivismo
  • Costruttivismo e tecnologie
  • Le strategie di apprendimento
  • I fondamenti di una “buona” didattica con le tecnologie
  • L’impianto organizzativo di Pionieri
Qui le slide della presentazione

lunedì 4 giugno 2007

Competenze e tecnologie: un matrimonio che s'ha da fare?

Nella logica della condivisione, ho messo online su SlideShare una presentazione che ho fatto una pio di anni fa in un convegno a Cagliari. Il tema del convegno era centrato sulle competenze necessarie ad un territorio per il suo sviluppo ed il ruolo delle tecnologie nella filiera dello sviluppo e del mantenimento delle competenze. A me era stato chiesto di offrire una base teorica per un uso appropriato delle tecnologie. Una sequenza di riflessioni che partono della competenze, passano per la conoscenza e l'apprendimento per chiudersi con le tecnologie ed alcuni framwork concettuali su cui collocarne l'uso didattico. Una ottima occasione per sistematizzare le mie idee. Qui le slide.


PS: le immagini che sto usando sono di Vonnegut. Lo conoscevo come scrittore, ma lo ho scoperto essere anche un piacevole disegnatore

Didattica per competenze? Boh …..

Pare che la nostra scuola, anche quella del futuro prossimo, sarà caratterizzata da una didattica per competenze come superamento della didattica trasmissiva e centrata sui contenuti.

Ottimo approccio, degno dell’Oscar delle buone intenzioni. Facendo finta di credere che prima o poi si passerà alla pratica, andrebbe chiarito cosa si intenda per “competenza” e compreso fino in fondo il suo significato.

Sono anni che mi occupo di competenze; le ultime applicazioni le ho fatte alcuni anni usando il modello della Functional Analysis posto alla base dell’esteso approccio inglese delle NVQs. Abbiamo lavorato nei settori dell’automeccanica, delle professioni socio-sanitarie ed in quello del management delle delocalizzazioni.

La vera utilità che l’approccio ci ha dato è quello di usare la “competenza professionale” come attrattore della didattica; assai limitata l’utilità nella prospettiva della certificazione della competenza (il vero motivo per cui lo avevamo fatto ….).

Credo, quindi, che nella prospettiva ministeriale della “didattica per competenza” si possa essere nella strada giusta.

Nel frattempo ho affinato la mia visione di “competenza” e l’approccio che ora mi convince di più è quello del francese Guy Le Boterf perché, oltre ad essere ben concepito e senza quelle iper-semplificazioni che, riducendo la complessità, snaturano il fenomeno, ha il pregio di offrire poche e ben focalizzate indicazioni per chi vuole operare nella scuola.

Questa la mia comprensione dell’approccio di Le Boterf (ho lavorato con lui nel 2002 alla Provincia di Firenze, in un progetto guidato da Mario Zoccatelli):

La competenza professionale va vista come la capacità di attivare e di combinare risorse in un contesto definito.

Le implicazioni di questa definizione sono che attraverso la scuola e la formazione si dovrebbe:
  • favorire lo sviluppo di “risorse” (quali risorse?);
  • sviluppare la capacità di diagnosticare la situazione in cui le risorse devono essere utilizzate
  • allenare ad attivare le risorse necessarie ed a combinarle per il conseguimento dello scopo

Correlata con il concetto di “competenza” Le Boterf ha offerto un meraviglioso paradigma sullo sviluppo e sul mantenimento della stessa: quello di “navigazione professionale”.

Guy afferma che si dovrebbe assumere un “bersaglio di professionalizzazione” come punto d’arrivo e si dovrebbe “navigare” attraverso opportunità di professionalizzazione formali ed informali, individuali e collaborativi ............

Approfondimenti sul modello, i libri di Le Boterf indicati qui a lato nella sezione "Dalla mia biblioteca"

Riferendomi a questo approccio ho messo a punto un modello concettuale da usare nella formazione professionale. Lo presenterò e lo discuterò in prossimi post.

sabato 2 giugno 2007

Un brivido lungo la schiena

Nella scuola e nella formazione stanno maturando molte cose. Pare che nelle nuove “indicazioni” ministeriali si parli espressamente di una didattica per competenze e di superare la scuola trasmissiva indicando il modello dell’apprendimento collaborativo come quello da seguire. Pare, si parli espressamente anche di “comunità di pratica”. Le innovazioni (non si parla mai di “riforma” ma di “innovazione”, di “strategia del cacciavite” e del “cantiere sempre aperto”) saranno introdotte senza alcun intervento ordinamentale, immagino, per non sconvolgere troppo le già agitate acque della scuola.

Non posso che essere entusiasta per questi orientamenti, vi aderisco, praticamente, da sempre.

Purtroppo, credo che il tutto resterà nei documenti e che nulla si farà. E questo non tanto per i fondati dubbi che questo Ministro e questo Governo non camperanno tanto a lungo (la cosa non mi rende tanto felice) da rendere operative le coraggiose scelte, ma perché non si creeranno le condizioni perché le innovazioni si possano applicare.

Lasciamo perdere la questione “soldi”; lasciamo perdere la questione “formazione formatori”; lasciamo, anche, perdere la questione “interesse degli insegnanti a coinvolgersi nel processo di innovazione”.

Il vero problema sono le condizioni organizzative e logistiche necessarie a realizzare una didattica costruttivista.

Con l’organizzazione del tempo di insegnamento attuale (orario settimanale, didattica individuale, tempo di servizio incentrato sull’insegnamento in aula) e con gli spazi fisici disponibili nelle scuole, non si potrà mai fare didattica costruttivista.

Io mi sono imbattuto, più volte, con le “reali” condizioni per operare in questo modo. Gli insegnanti e gli allievi vi hanno aderito senza particolari problemi, i risultati in termini di apprendimento sono stati eccellenti; il limite è stato che si è trattato di attività isolate, occasionali, realizzate in condizioni straordinarie grazie alla buona volontà di dirigenti, insegnanti e personale ausiliario, sconvolgendo per un breve periodo le “abitudini”, compresi il regolamento ed il contratto di lavoro.

Azioni sperimentali ma impossibili a mettere “a sistema”.

Ecco perché sono estremamente dubbioso che le “indicazioni” ministeriali giungano in porto.

Si tratterà dell’ennesimo brivido lungo la schiena della scuola e si ritornerà alle ordinarie occupazioni.

Mi auguro solo che, per usare un linguaggio tecnico, lo sputtanamento inevitabile del costruttivismo non venga attribuito a sue intrinseche debolezze e siano chiare le “umane” responsabilità.