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sabato 7 luglio 2007

SIeL 07 (7). Formale? Informale? Blended?

Il tema del congresso SIeL di quest’anno è stato: “eLearning tra formale ed informale”. Se ne sono sentite tante, quasi tutte nel segno del “lunga vita all’informale”. Si né fatto notare, citando studi, ricerche, visioni, come l’apprendimento formale copra non più del 20% di quanto sappiamo per tirare a campare. Si è, anche, detto che la scuola non valorizza per nulla gli apprendimenti informali. Si è detto: “integriamo il formale con l’informale”.

Cerco di capirne di più analizzando il problema e cogliendone, almeno in parte, le sue molteplici sfaccettature.

  • L’informale è una modalità di apprendimento “naturale” e come tale non può essere e non deve essere snaturata “formalizzandola”
  • L’apprendimento naturale avviene attraverso una pluralità di strategie (Schank)
  • Ciò che si apprende per via informale è diverso da quanto si apprende per via informale
  • L’apprendimento informale è sempre “significativo”
  • Nell’apprendimento informale, chi apprende sente la completa “proprietà” del processo
  • Molto apprendimento informale è tacito ed implicito (Polanyi)
  • Molto agire competente non è consapevole
  • Un agire consapevole è “produttivo” (contrario di “ri-produttivo”)
  • Una cosa è l’apprendimento deliberativo, altro quello reattivo ed implicito (Eraut)
  • Il concetto di “competenza professionale” rinchiude in sé la dimensione dell’apprendimento informale
  • L’uso del portfolio è una valorizzazione della competenza indipendentemente da come essa è stata sviluppata
  • La diffusione di strumenti che valorizzano l’apprendimento informale cambia il potere nella scuola

….. sotto con la creatività

Una prima e provvisoria conclusione:

Sarebbe utile comprendere come avviene l’apprendimento informale per identificare strategie didattiche da esportare nei sistemi di apprendimento formale

….. sotto, ancora, con la creatività

giovedì 14 giugno 2007

Eden Conference Napoli (1). Serendipity e Homo Contextus

Finalmente si parte. Il primo intervento è di Teemu Arina, una “giovane speranza” dalla Finlandia, un visionario delle nuove forme di apprendimento nell’era della conoscenza e del social software.

Il suo intervento è centrato sul concetto di Serendipity (lo scoprire cose non cercate mentre se ne cercano altre) e del Homo Contextus.

Un intervento fortemente ancorato sul pensiero di Marshal McLuan quando vede le tecnologie come estensioni del corpo e del pensiero delle persone.

Teemu confuta l’utilità di una istruzione modella sul format del paradigma della produzione industriale (processo intenzionale, completamente pianificato, lineare) in una realtà, quella attuale, caratterizzata da processi ben diversi quando viene chiesta una forte abilità di adattamento ai cambiamenti. Dove è necessario avere un atteggiamento di continua scoperta e, per questo, poter frequentare un ambiente adatto

La conversazione diventa la benzina dell’innovazione.

Le tecnologie ci aiutano ad espandere le capacità delle nostre menti.

Il passaggio da Homo Habilis ad Homo Sapiens è avvenuta attraverso espansioni del corpo e del cervello di tipo “fisico”.

Il passaggio da Homo Sapiens ad Homo Contextus (connesso) avviene per espansioni virtuali delle capacità mentali. Ciò è reso possibile dall’uso delle tecnologie digitali che diventano delle “protesi cognitive”.

Rilevante, in questo contesto, il concetto di Distributed Learning: la connessione aumenta le abilità mentali.

Strumenti che sostengono la connessione e la conversazioni, come blog e wiki, sono, per queste ragioni, le basi dell’apprendimento del futuro.

Divertente il concetto di “parasitic learning”: imparare qualcosa dagli altri senza che questi ne siano consapevoli e concordi!!!

Un, dovuto, richiamo finale al pensiero di Illich ed alla descolarizzazione della società ( e dell’apprendimento).

venerdì 8 giugno 2007

Quelli del sapere debole


Così ne L’espresso n. 22 del 7 giugno a pag. 189 veniamo definiti noi blogger, noi utilizzatori più o meno accaniti del web 2.0.L’espressione è ripresa dall’ultimo libro di Andrew Keen atteso in libreria negli States a giugno (Su Amazon lo ho visto già in vendita) The culture of amateur. How today’s Internet is killing our culture and assaulting our economy.Siamo tutti dilettanti allo sbaraglio? Questo si domanda l’autrice dell’articolo. Pare che, secondo Keen, noi, essendo pronti ad esprime opinioni su tutti e su tutto, disprezziamo le competenze adorando tutto quello che è amatoriale e spontaneo. Con noi inizia l’epoca del sapere debole in cui viene affossato il prestigio e la responsabilità degli esperti. Quello che succede nel web 2.0 non è conoscenza costruita collaborativamente, ma ci sono buone probabilità che sia user-generated nonsense! Noi blogger ci rinforzeremo l’un l’altro (il vecchio meccanismo del condizionamento di pavloviana e comportamentistica memoria) piuttosto che aiutarci ad espandere gli orizzonti.

Può essere.

Per quel che mi riguarda e da quel che vedo, un po’ di narcisismo c’è di sicuro. Ma si tratta di un narcisismo innocuo. A me fa piacere sapere che qualche decina di colleghi guarda ogni giorno quello che scrivo, ma anch’io quotidianamente guardo quello che altri scrivono e qualcosa imparo da loro.

Credo che non ci sia nulla di male ad esprimere pubblicamente le proprie idee. Mentre scrivi, rifletti ed impari; se qualcuno replica e magari confuta quello che scrivi, impari ancora di più.

Come già detto, per me il blog è un reflective journal condiviso.

Riguardo ai così detti esperti, ci sarebbe molto da ridire. Non ci sono dubbi che molti riconosciuti come tali lo siano veramente (io stesso ho venerazione scientifica e professionale per molte persone), ma è vero, anche, che molti di quelli che scrivono libri, discettano a convegni essendone invited speakers, sono a capo di associazioni ed istituzioni, sono solo dei tromboni che stanno al loro posto solo in virtù di giochi di potere e per essersi costruita una propria mafietta, anche se si dicono al servizio di una giusta causa (la loro).

E’ altrettanto certo che questa sovrabbondanza di informatori e di informazioni obbliga tutti noi ad esercitare maggiormente il senso critico, ad avere una opinione personale, a credere di meno. Ma non mi pare sia, questo, un male.

Quindi, diffidiamo pure dei blogger e prendiamo con leggerezza le loro performance, ma diffidiamo anche di tanti sedicenti esperti. Non so da che parte stia il sapere debole.

Quanto a Keen, noto blogger e multi-presente nel web 2.0, leggerò il suo libro e se qualcosa mi farà riflettere, lo ringrazierò.

giovedì 7 giugno 2007

The Future of Education




A costo zero una interessantissima conferenza. E' on-line all'Università di Manitoba coordinata da George Siemens, si svolge dal 4 all'8 giugno ed il titolo è "The Future of Education".

Le presentazioni già tenute sono accessibili dalla homepage della conferenza. Per ascoltare le presentazioni e visualizzare le slide che le accompagnano, è necessario aveer instalato nel proprio PC Elluminate. Se non lo avete, il processo di installazione si avvia automaticamente al primo accesso ad una registrazione. Ogni presentazione viene discussa nel forum. Tra i relatori Derrik de Kerkhove, Teemu Arina (ascoltato a Bolzano 07), Teemu Leioneen (il creatore di FLE3), Jay Cross.
Un bel evento cui dobbiamo essere grati a George, visionario del connettivismo.
Il suo libro Knowing Knowledge è on- line.

venerdì 1 giugno 2007

Apprendere (con e senza le tecnologie)

Nuovo nome, una più spinta focalizzazione sull’apprendimento. Sempre le tecnologie anche se … non necessariamente. Stesso stile redazionale (il mio, non saprei fare diversamente). Stesso URL per ragioni pratiche. Nuova grafica (template di Bogger, il massimo che mi posso concedere).

Questo il “cambiamento” del mio reflective journal condiviso.

Molte le tematiche su cui ancorare la mia riflessione. La conoscenza e l’apprendimento nelle sue molteplici sfaccettature ma, anche, il contesto sociale, culturale istituzionale in cui si sviluppano, con le loro forze facilitanti e con quelle ostacolanti.

Le ragioni e gli scopi della formazione.

Lobby, business, mafiette. Istituzioni, accademia e “liberi” pensatori. Quest’ultima, la comunità cui appartengo, ne per scelta ne per ripiego.

Così va la vita, diceva Vonnegut

sabato 28 aprile 2007

Zenacamp, apprendimento formale ed informale



Con il collega Antonio Fini, abbiamo allestito all'interno dello Zenacamp una micro-sessione sulla formazione. A noi si è aggiunta anche la collega Angela Sugliano, dell'Università di Genova ed abbiamo tenuto banco per una oretta e mezza.

Antonio ha parlato di apprendimento formale ed informale.


Angela ha presento una sua esperienza titolata "insegnare ed apprendere le ICT".




Nel corso ed al termine delle tre presentazioni un breve dibattito convergente sul fatto che l'avvento delle tecnologie sta scardinando le gerarchie di "potere" nella scuola aprendo ampi spazi, accanto alla dimensione "formale" della stessa, la dimensione "informale".
La questione, allora, potrebbe diventare: come coesisteranno queste dimensioni? Non si porranno problemi "politici" di potere, nel senso di conflitti tra chi detiene quello formale (ad esempio, è stato detto i "baroni") e chi detiene quello informale distribuito all'interno della comunità delle persone che apprendono ?

sabato 31 marzo 2007

Bolzano 07: ieri, oggi e domani negli usi didattici delle tecnologie

Riporto qualche scampolo di Bolzano 07 riproponendo qualche passaggio del mio intervento introduttivo nel quale ho cercato di fare, dal mio punto di vista, una panoramica su come sia cambiato, nella concettualizzazione e nella pratica, l'uso delle tecnologie nell'insegnamento e nell'apprendimento.
Una ambiguità presente negli usi delle tecnologie, sta nel confondere due universi di utilizzo, entrambi "legittimi" ma profondamente diversi:
  • un uso "logistico" o "organizzativo": si usano le tecnologie per organizzare al meglio tutto il ciclo di produzione di una attività di formazione. Modalità "digitali" sostituiscono, così dette innovative, le attività "analogiche"
  • un uso "pedagogico" o "didattico": le tecnologie sono usate a supporto di "strategie di apprendimento" in modo intenzionale ed esplicito.
Credo che spesso si confondano i due piani e si spacci per "uso didattico" quello che è, invece, un uso meramente organizzativo. Ma tra i due passa una bella differenza .......

Altro tema che mi era sembrato utile evidenziare era riferito alle direzioni degli spostamenti concettuali che vanno da processi formativi (contenuti, percorsi, tecnologie) strutturati e rigidi a forme flessibili ed aperte.
Altre linee di cambiamento sono quelle che vanno dai contenuti al processo di apprendimento, da un controllo esercitato dall'istituzione e dal docente a quello esercitato dalla persona che apprende, dalla fruizione passiva di contenuti alla costruzione partecipata di conoscenza ...

Maggiori dettagli nelle slide della presentazione.

martedì 27 marzo 2007

Moodle Moot Italia 2007 (9) - Riflessioni finali

Quali apprendimenti da MoodleMoot Italia 2007?

Cose nuove, non tante.

Certamente, per me, la conferma che gli usi “utili” delle tecnologie non possono che avvenire nell’ambito del paradigma costruttivista nelle sue diverse interpretazioni (dal costruttivismo prima maniera, al socio-costruttivismo ed al costruzionismo e sulla base di una pluralità di “strategie di apprendimento”).

Questo è, infatti, il messaggio forte che si leva da numerosi interventi, principalmente di matrice accademica ma non solo.

Segno che le tendenze “forti” evidenti da anni nella scena internazionale si sono insediate anche da noi.

Stanno diventando di uso (abbastanza) comune concetti quali:

  • Costruzione di conoscenza
  • Ambienti di apprendimento
  • Collaborazione
  • Condivisione
  • Percorsi di apprendimento aperti

Mentre sembrano caduti “in disgrazia” concetti e correlati approcci quali

  • Learning Object
  • Piattaforme (nel senso di LMS)
  • Interoperabilità
  • Riuso
  • Sviluppo di contenuti

Non tutti, però, gli interventi mi hanno convinto: ho, quasi, la sensazione che l’adesione al paradigma costruttivista (una semplificazione, tanto per capirci) rappresenti un approccio epistemologically-correct, cioè, una adesione in qualche modo dovuta visto che lo scenario internazionale più evoluto si riferisce a questo. Dovuta ma non sempre convinta. O (non sempre) compresa in tutte le sue implicazioni.

Non basta ribattezzare pesce la carne per adempiere al precetto quaresimale…..

Non sono rari i casi in cui ad enunciazioni “costruttiviste” seguono applicazioni “comportamentistiche”.

Evidentemente le teorie implicite cui aderiamo hanno più potere, nel determinare la nostra pratica, delle adesioni (estetiche) a teorie “desiderabili”.

Sono pienamente consapevole del fatto che non è tanto semplice rendere operative coerenti applicazioni del paradigma costruttivista in una scuola modellata da anni di pedagogia e didattica comportamentistica.

Sono altrettanto convinto che una “nuova didattica” (le tecnologie non centrano) non sia semplice da attivare: non sono minimi i cambiamenti da fare ed a volte mi pare quasi impossibile (animato come sono da pensieri radicali) poter fare didattica “nuova” in una scuola “vecchia”.

Ci sono di mezzo leggi e regolamenti, pratiche consolidate, “teorie implicite” e collusioni.

Jonassen, in una delle tante conversazioni che abbiamo avuto quando è stato con noi a Bolzano quasi una settimana, dall’ora di colazione al dopo cena, a proposito delle condizioni in cui sia possibile fare specifici usi delle tecnologie ed implementare avvincenti strategie di apprendimento (quelle cui sono improntate le sue applicazioni, ad esempio) e delle difficoltà di cui già ci rendevamo conto, ci disse: “cambiare la scuola vuol dire cambiare la società”. Una impresa ciclopica …..

La questione che, comunque, mi pongo e nell’attesa del cambiamento strutturale e formale, è quale innovazione e miglioramento sia possibile introdurre.

Roger Schank, uno scienziato che seguo con piacere e convinzione, nel suo “Engine for Education” afferma che le tecnologie sono il cavallo di troia per il cambiamento della didattica. Una volta lo credevo anch’io ed in questa prospettiva mi muovevo. Più di una esperienza vissuta mi ha reso oltremodo dubbioso.

Adesso credo che non ci siano scorciatoie e che i problemi vadano affrontati direttamente a cominciare dalle credenze epistemologiche, spesso non dichiarate, non consapevoli ma implicite o tacite che determinano le nostre decisioni (se siamo dei decisori a qualsiasi livello) e le nostre pratiche (se facciamo parte del folto gruppo di coloro che ….. dissodano la zolla).

lunedì 26 marzo 2007

Moodle Moot Italia 2007 (2) - Galliani

Luciano Galliani, università di Padova, apre il convegno con un intervento sulle condizioni necessarie affinché il Life Long Learning e l’e-learning si supportino a vicenda

Con piacere, sento da lui affermare che rimane critica la qualità didattica e pedagogica dei servizi e dei contenuti del così detto “e-learning”. Il piacere non è, ovviamente, dovuto all’esistenza di questa criticità, ma al fatto che da una posizione autorevole quale è quella di Galliani, che da decenni si occupa di pedagogia e didattica con le tecnologie, dalla multimedailità al web, si evidenzi che sono ancora molte le ombre sugli usi didattici delle tecnologie. Una riflessione onesta, oltre i panegirici del poter taumaturgico delle tecnologie di migliorare il nostro sistema educativo grazie al loro semplice uso come fossero un anfetaminico ad effetto immediato e proloungato!!!

Per Galliani, i tre processi chiave dell’educazione (informazione, conoscenza ed apprendimento), con l’avvento delle tecnologie diventano ipertestuali, contestuali ed autoregolativi generando un modello, nella prospettiva del web2, che implica

  • il ridisegno epistemologico dei saperi,
  • nuovi paradigmi di apprendimento,
  • nuove forme di didattica integrata e
  • nuovi profili professionali.

Tra i nuovi profili citati da Galliani, a mio parere manca quello fondamentale, quello dal cui lavoro dipende, non solo quello degli altri ruolo, ma la vera e propria “qualità” dell’intervento, quello del “progettista di ambienti di apprendimento”.

Di fronte ad un obiettivo da conseguire, alle risorse ed ai vincoli in cui si svolgerà l’azione formativa, le possibili piste da percorrere sono numerose, almeno quante le “strategie di apprendimento” che la letteratura scientifica internazionale mette a disposizione. Quali scelte pedagogiche, didattiche, organizzative, tecnologiche compiere? In questo momento, di ideazione e progettazione, si decide molta della qualità futura dell’intervento.

Altri spunti di riflessione offerti da Galliani:

  • andare oltre il concetto di apprendimento a distanza a favore dell’apprendimento “aperto” (un recupero attualizzato del “vecchio” modello di “Open and Distance Learning” pre-digitale, anni ’80 e ’90’? );
  • personalizzazione degli ambienti di apprendimento,
  • riconoscimento della molteplicità delle forme di costruzione del sapere;
  • strutturare la didattica ad “impalcatura variabile”;
  • sviluppare di contesti collaborativi e cooperativi, di apprendimento riflessivo sulle pratiche, di apprendimento trasformativo nelle organizzazioni, di apprendimento autodiretto e libero;
  • ontologie di dominio collegate ad antropologie di condivisione,
  • azioni educative radicate nelle comunità di discorso e pratica

Fortemente condivisa ed apprezzata, non solo da me, la sua conclusione: se questo è il contesto, non servono Learning Objec: i percorsi devono essere personalizzati; le “pillole di conoscenza” non hanno senso. Sono, a dirla, con Jonassen (a Bolzano 07, pre-conference workshop), un ossimoro …

domenica 4 febbraio 2007

iLearn Forum 07 (6) sintesi, riflessioni ed una conclusioni

Sono soddisfatto della partecipazione a questa manifestazione perchè ho ascoltato con piacere alcune relazioni ma, soprattutto, ho avuto modo di riflettere sulle mie idee in merito alle tecnologie usate a scopo didattico. La mia visione della tematica si è certamente arricchita e, per certi aspetti, consolidata.

Una sintesi

Ho apprezzato il “taglio” della manifestazione: l’integrazione tra competenze (attuali e future) ed i nuovi scenari dell’apprendimento compreso il ruolo delle tecnologie nella loro concezione, organizzazione e gestione.
Ho colto una forte attenzione:

- alle nuove forme di apprendimento nella società della conoscenza

- alla collaborazione per la costruzione di conoscenza

- agli allievi visti come costruttori di conoscenza

- all’informal learning come modalità da sfruttare (active informal learning)

- al learner come sviluppatore di ambienti

Ma il segnale forte che ho colto (forse anche per una mia predisposizione per la questione) è il deciso spostamento del focus dell’uso didattico delle tecnologie dalle applicazione alle attività.

Una riflessione

Perché gli strumenti del web2 hanno così successo?

Secondo me perché le tecnologie evolute (sviluppate dal basso, per connettersi, per collaborare, per condividere, per costruire conoscenza) presentano un forte grado di “ergonomicità” anche cognitiva, intercettano le “vocazioni” dell’essere umano a relazionarsi, a condividere, a costruire, ad essere protagonista.

Evidentemente la “virtualità” della relazione che si instaura con l’uso delle tecnologie non è percepita tanto innaturale (specie per “nativi digitali” ma, anche, per gli “immigrati” nel digitale) ma offre nuove ed inesplorate opportunità.

Questa considerazione mi porta a domandarmi, senza sapermi ancora dare una risposta, se il nuovo scenario aperto dal digitale e dalle sempre più “ergonomiche” forme del web debba portarci a considerare un “vecchiume” ed un “collo di bottiglia” tante concettualizzazioni e pratiche pedagogiche e didattiche a favore di un “nuovo” che ha, ancora, la forma del segnale debole …..

Una conclusione (provvisoria)

Se è vero che le politiche si fanno guardando avanti, quali sono le direzioni verso cui i vari decision makers dovranno inoltrarsi

sabato 3 febbraio 2007

iLearn Forum 07 (4) Web2 e opportunità per le formazione aziendale

Davvero interessante la presentazione di Richard Straub boss IBM per l’area SMEA sul presente e l’immediato futuro delle competenze richieste dalle aziende nel “flat world” (il mondo dell’integrazione globale e dell’interconnessione) e sul tipo di “conoscenza” richiesto soprattutto ai profili medio alti.

Nel suo intervento ritornano con frequenza concetti quali: collaborazione, networking, peer-learning, creazione di conoscenza in un ambiente collaborativo, partecipazione “multi-community”, condivisione e disseminazione di conoscenze ….

Straub si domanda se in questo contesto le applicazioni del web2 siano la risposta ai nuovi bisogni ed alle nuove condizioni della formazione considerando che le caratteristiche principali di quelle applicazioni sono di connettere le persone, di potenziare la collaborazione e la costruzione di conoscenza.

Nella sequenza evolutiva delle applicazioni web forse si può trovare la risposta:

- Nell’era dell’web, sono state le informazioni ad essere connesse;

- Con le applicazioni del social web: sono le persone a connettersi

- Con quelle del semantic web si connettono le conoscenze

- Con quelle dell’intelligent web ci si connette per la collaborazione, la condivisione e la creazione di conoscenza, cioè per l’innovazione;

- Con il (futuro) metaweb a connettersi saranno le intelligenze

Ciò che appare all’orizzonte è il “bottom up learning”, una forma democratica, partecipata, dal basso, con una struttura “piatta”.

Cosa altro non sono fenomeni quali eTube, Second Life, blog, wiki? Ambienti costruiti dagli utenti stessi ….

Gli usi “spontanei” della tecnologia di cui sopra dovrebbero invitare chi si occupa di learning a creare adeguati ambenti tecnologici guidati dalla pedagogia.

Un pensiero ampiamente (e modestamente) da condividere pienamente

iLearn Forum 07 (2) Learning Futures

Cominciamo in 80 nella plenaria di apertura [più altri 50 nella sessione francofona ]

Gilly Salmon (autrice dei fortunati manuali “e-moderating” ed “e-tivities”) apre con considerazioni su “Learning Futures”. Per flash le sue osservazioni:

- L’apprendimento nel futuro, anche immediato, non sarà ne quello di ieri ne quello di oggi;

- già gli allievi di oggi non sono più quelli di ieri;

- gli approcci alle tecnologie nella didattica fin qui visti sono informati al modello “…pecora”: tutti seguono tutti senza sapere il perché….. usando piattaforme solo perchè hanno visto altri farlo …

- avremo sempre meno apprendimento diretto dall’insegnante e sempre più creatori di conoscenza orientati al discovery ed experential learning

- saranno sempre meno centrali le “applicazioni” a favore delle “attività” (un decentrarsi dalle tecnologie per ri-centrarsi sul soggetto che apprende)

- i nuovi ambienti di apprendimento saranno costruiti dagli utilizzatori (vedi il caso di Second Life)

- perché molte delle applicazioni che le persone usano nella propria attività quotidiana (blog, wiki, bookmark …) non vengono utilizzate in contesti di istruzione formale?

Interessante come esempio di “diverso” ambiente/metafore per apprendere con le tecnologie: Media Zoo in www.le.ac.uk/beyonddistance/mediazoo/

Da vedere, sempre di Gilly, anche www.le.ac.uk/adelie

domenica 21 gennaio 2007

I sogni rubati

In “elearningpaper” (una bella iniziativa del portale elearningeuropa) Pierre-Antoine Ullmo e Ulf-Daniel Ehlers nel loro editoriale affermano “Se analizziamo a fondo l'argomento, vedremo che molte promesse dell'e-learning non si sono ancora avverate” . Mi verrebbe da dire “bella scoperta!!!”. Non potrebbe essere altrimenti. In questo blog ho più volte fatto analisi e riflessioni sulla questione, ipotizzato le ragioni, indicato delle possibili vie d’uscita.

Mi sovviene, leggendo l’editoriale, quanto accadutomi un paio di anni fa quando, chiamato a fare due chiacchiere con i partecipanti ad un master “avanzato” per formatori inseriti tutti in amministrazioni pubbliche, sugli usi didattici delle tecnologie, in apertura, mi faccio raccontare cosa conoscano e/o abbiano fatto con le tecnologie.

Le risposte di coloro che avevano fatto qualcosa, sono state tutte concentrate in un range che va dalla delusione al fallimento.

Chiudo, apparentemente, l’argomento e chiedo di pensare ad occasioni, formali o informali, in cui hanno appreso e di riflettere sul perché del risultato positivo.

Numerose e ben concettualizzate le risposte.

Riepilogo e riesaminiamo le “condizioni” di un apprendimento efficace. Al termine faccio la domanda: “cosa avevano a che fare le attività di e-learning che avete citato con le conclusioni cui siete pervenuti?”.

Riflettono un attimo, si guardano negli occhi e dicono: “…nulla”.

Ed io, con malcelata soddisfazione, affermo: “ecco il perchè dei vostri fallimenti”.

….. avevano realizzato attività di formazione che non aveva realizzato alcuna delle condizioni in cui le persone apprendono nella vita reale.

Meditiamo gente, meditiamo ………

sabato 30 dicembre 2006

Le cattedrali pietrificate dell’apprendimento e Web3

Mi è venuto spontaneo scimmiottare, con questa immagine, Carlo Azelio Ciampi quando, ancora Governatore della Banca d’Italia, a proposito del conservatorismo delle banche aveva coniato la fortunata espressione: “cattedrali pietrificate del credito”. Ho appena letto l’articolo on-line “The Third-Generation Web is Coming” di Nova Spivak e mi domando se le nostre scuole non siano delle vere e proprie cattedrali (pietrificate) dell’apprendimento. Già gli strumenti del web 2 sono, nella media, oscuri oggetti del desiderio quando si parla di tecnologie per sostenere i processi di apprendimento (vedi, ad esempio, il grande amore per le piattaforme). Parlare, già, di web 3 mi pare parecchio impegnativo se non proprio fantascientifico. Colpa, secondo me, non tanto degli utilizzatori finali (insegnanti ed allievi) che offrono strenue resistenza, ma di coloro (gli “esperti”, i decisori, ..) che dovrebbero prospettare approcci attuali (metodi e strumenti) e non ancorarsi alla rassicurante archeologia tecnologica che ripropone paradigmi educativi universalmente considerati superati.

Venendo a Spivak ed al web 3, apprendo che questa nuova generazione di strumenti è attesa per il debutto nel 2007 e sarà più connessa, aperta ed intelligente, con tecnologie del web semantico, con database distribuiti, con il processare un linguaggio naturale, macchine per apprendere e per ragionare, agenti autonomi.

In breve maturerà e si evolverà la convergenza di diverse applicazioni del web 2 per la comprensione delle informazioni facilitata dalla macchina con lo scopo di consentire all’utente una esperienza maggiormente produttiva ed intuitiva.

Il termine “web 3” pare sia stato coniato da John Markoff del New York Times nell’anno ancora in corso.

martedì 5 dicembre 2006

E’ così comodo (il tuo corso) che lo puoi prendere anche in tram

Al termine di un seminario, lunedì scorso, dopo i nostri interventi, ho parlato con Galliani, Università di Padova, del noto gruppo di lavoro interministeriale incaricato di concepire la legge per l’apprendimento lungo l’arco della vita e lo stesso Galliani, che del gruppo è membro, mi informa che la denominazione del gruppo e della legge è, all’incirca, “Apprendimento lungo tutto l’arco della vita ed e-learning”.

Nel corso del seminario, Galliani si era più volte espresso in termini negativi contro quella “e” che anteposta a “learning”, aveva causato tanti danni all’uso didattico delle tecnologie distorcendo il focus e promuovendo usi scarsamente utili delle tecnologie per il miglioramento di quella che mi piace chiamare “esperienza di apprendimento”.

Gli esprimo, quindi, il mio stupore per il perdurare dell’uso del termine e-learning e che questo sia, addirittura, il polo di attrazione della nuova legge.

Ragionando sul perchè di questa denominazione, conveniamo che se il mandato ministeriale era quello e con quel termine, non valesse la pena di scompigliare le rappresentazioni dei politici confutando, fin dall’inizio, l’uso di un termine (e di un concetto) fortemente inadeguato.

Conosco le posizioni teoretiche di alcuni dei membri di quel gruppo di lavoro e confido (per quel che vale il mio pensiero) che le soluzioni che saranno identificate sapranno posizionarsi su modalità consapevoli e pedagogicamente fondate dell’uso delle tecnologie.

Tutto ciò premesso, trovo curioso (eufemisticamente parlando), che nel momento in cui viene concepito a livello politico “alto” un approccio organico alla questione del Life Log (io, qui, ci aggiungerei anche “Wide” ad evidenziare che si apprende in tanti luoghi diversi, non solo a scuola) Learning si identifichi nelle tecnologie (con o senza l’approccio e-learning) il perno del cambiamento.

Usi le tecnologie, e tutti possono imparare dove vogliono, quando vogliono, cosa vogliono e come vogliono. E’ così comodo (il tuo corso) che lo puoi prendere anche in tram, come un noto antiacido. Quando si dice, i miracoli del mobile learning!!!

Usi le tecnologie e le persone hanno tutte voglia di imparare e non vedono l’ora di collegarsi ad internet per spegnere la sete di conoscenza che da sempre gli accompagna e che non hanno mai avuto modo di soddisfare perché la scuola era scomoda.

Usi le tecnologie ed i costi della formazione si abbattono decisamente. Un insegnante digitale costa meno dell’insegnante biologico ed un pc lo puoi facilmente rottamare, tanto nessun sindacato lo difende.

Usi le tecnologie ed impari meglio (considerata certa scuola, potrebbe, anche, essere vero).

No, non ci credo.

Le tecnologie, per sé, non risolvono alcun problema se non cambia il modello di scuola che vogliamo promuovere e non ci ri-focalizziamo sull’apprendimento e sulla didattica.

La formazione, a maggior ragione quella “permanente”, deve essere contestualizzata ed utile e non generica ed astratta; deve essere orientata alla soluzione di problemi e non alla ripetizione di informazioni, deve avere un senso “qui ed ora”; non funziona la fideistica affermazione: “la formazione, comunque, serve”.

Credo che tecnologie possano facilitare l’attivazione e la gestione di contesti di apprendimento che facciano leva sulle modalità “naturali” di apprendimento (Roger Schanck), su come le persone, specie gli adulti, ma non solo, apprendono, cioè, svolgendo attività, affrontando problemi, cercando aiuto da altri, riflettendo anche sui propri errori, dall’esperienza propria e di altri …..

Se, però, crediamo che le persone possano imparare dalle tecnologie (David Jonassen), siamo fuori strada, non imparano, neppure dall’insegnante (sempre Jonassen).

Le tecnologie sono un partner (come lo è anche l’insegnante): si impara con le tecnologie come si impara con l’insegnante (sempre ed ancora Jonassen).

lunedì 4 dicembre 2006

Le piattaforme offendono chi apprende

E’ quanto afferma David Jonassen nel corso di una “conversazione” avuta con il sottoscritto (G. Marconato, P. Litturi, Conversazione con David Jonassen, Sistemi & Impresa n. 9, Novembre – Dicembre 2005).

Sostiene Jonassen “La maggior parte dell’apprendimento online, , quello, per intenderci che ha una focalizzazione, quasi feticistica, sulle piattaforme che fa proprio il paradigma della trasmissione della conoscenza, non supporta attività e valutazione significativa, offende chi apprende reprimendo il suo sviluppo intellettuale, non può preparare le persone per la vita, per risolvere problemi”.

Affermazioni che fanno riflettere e che ci obbligano ad identificare modi diversi di usare le tecnologie nell’insegnamento e nell’apprendimento. Diversi dall’utilizzarle per sviluppare e mettere on-line contenuti la cui lettura obbliga chi apprende ad avere un atteggiamento cognitivamente passivo nei confronti dei contenuti stessi.

Personalmente credo che le così dette “piattaforme” si possano anche usare nella formazione, alla condizione che:

- non siano l’unico strumento tecnologico che va a comporre un ambiente di apprendimento;

- siano usate per rendere (cognitivamente) attive le persone che apprendono;

- offrano ampia libertà di scelta all’interno di un ambiente “ricco” risorse.

La sintesi operativa cui sono giunto, con riferimento alle problematiche che tratto in questo blog, è rappresentata dalle “attività di apprendimento”.

I primo riscontri che ho con un gruppo di insegnanti della FP (www.copernicus-bz-pionieri.it) sono positivi.

Si tratta di una ipotesi di lavoro che sto sperimentando ed affinando tanto sul piano concettuale che su quello applicativo.

mercoledì 15 novembre 2006

Apprendimento elettronico

Esiste l’apprendimento elettronico (e-learning)? No. Esiste (prima di tutto) l’apprendimento.

Sia che questo venga attivato e sostenuto con media “biologici” (i cari e vecchi insegnanti, in carne ed ossa), sia che si usino media digitali (le tecnologie dell’informazione e della comunicazione).

Sia che le attività vangano svolte in presenza che a distanza e che si verifichino in modo sincronico o a-sincronico.

Quando si fa formazione, il contesto è sempre lo stesso. Le problematiche sono sempre le stesse: come le persone apprendono, cosa è la conoscenza, come si promuovere lo sviluppo di conoscenza, come favorire il trasferimento degli apprendimenti realizzati in aula nei contesti di lavoro, come motivare le persone allo sviluppo professionale ed alla propria formazione.

In anni di attività professionale nella formazione, da quando esistono, anche con le tecnologie, ho maturato il convincimento che il così detto e-learning sia concepito quasi come un territorio in cui tutte queste tematiche non esistano, non valgano, un’area franca per le problematiche connesse con l’apprendimento ed un interesse, quasi esclusivo, per la tecnologia.

Se l’apprendimento elettronico (e-learning, come si usa chiamarlo) è davvero questo, non ci resta che concludere che, quando usiamo le tecnologie, ci troviamo di fronte ad una modalità formativa anomala e che questa anomalia va nella direzione di una modalità di seconda serie.

La letteratura internazionale è ricca di casi in cui si l’e-learning viene valutato in un range che va dal deludente al fallimentare.

Anche la mia esperienza diretta conferma queste conclusioni.